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VIRUS_04.jpgA slice of the Infinite beyond (3) - by Dr Alessio Feltri92 visiteRicapitolando, abbiamo per ora delle macchine che iniettano nelle cellule il software necessario per costruire altre macchine, e tutto semplicemente seguendo i dettami della scienza ufficiale, senza nessun volo pindarico particolare. Semmai sono gli scienziati che in taluni casi hanno avanzato ipotesi alquanto improbabili, riguardo ad un aspetto della questione invero molto imbarazzante.

Dato che il DNA (o RNA) dei virus è per così dire “ad personam”, è necessario che all’interno del genoma virale siano presenti delle informazioni compatibili con il DNA dell’organismo ospite, e visto che i virus non sono forme di vita, è abbastanza chiaro che qualcuno o qualcosa li ha costruiti così…

Per superare questo problema metafisico, qualche scienziato ha ipotizzato che i virus siano dei segmenti di DNA che si siano staccati dalla doppia elica per affrontare una vita nomade e poi abbiano cambiato idea, cercando di ritornarvi.

La mia opinione è che costoro da bambini siano stati molto impressionati dalla famosa “Mano” della Famiglia Addams, ma forse sono più rigoroso di quanto i miei lettori non pensino.

I virus iniettano una “dose” che si inserisce perfettamente nel DNA dell’ospite ed ogni sua apparente evoluzione in realtà è un “incidente” in sede di montaggio, ricombinazione o riassortimento genetico che dir si voglia. Ma è davvero sempre un incidente?

I virus non sempre hanno il DNA a doppia elica, ma talora ad elica singola, ed anzi spesso il loro genoma è costituito da RNA. Anche senza approfondire troppo questioni complesse quali per esempio la transcrittasi inversa o l’ipotesi “adaptor”, comunque potremmo semplificare così: il DNA è “la mente”, mentre l’RNA è “il braccio” della sintesi proteica. DNA, RNA e proteine contengono in realtà le stesse istruzioni, codificate in modo diverso, un po’ come se lo stesso romanzo fosse fruibile in linguaggio scritto, in Morse e in Braille.
MareKromiumAgo 04, 2021
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VIRUS_05.jpgA slice of the Infinite beyond (4) - by Dr Alessio Feltri113 visiteAnalogamente non tutti i virus hanno l’aspetto del T4, anzi molti assomigliano di più a mine navali della II° Guerra Mondiale, come desumibile dall’immagine seguente del virus aviario...10 commentiMareKromiumAgo 04, 2021
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VIRUS_06.jpgA slice of the Infinite beyond (5) - by Dr Alessio Feltri109 visite...o da quest’altra, riferita al virus SV40, noto per i suoi effetti oncogeni.

La scienza si occupa con ottimi risultati di capire e copiare i meccanismi operativi del DNA e del virus, ma ben poco ci ha mai detto sulla loro origine, almeno ufficialmente. Accontentiamoci di estrapolare dal contesto alcuni concetti basilari, che ci saranno utili.

Il primo è che di norma nell’uomo i naturali nemici dei virus sono i linfociti del sistema immunitario, i quali solitamente riescono ad inibire l’azione virale appena due ore prima che sia irreversibile. Il secondo è che i cosiddetti retrovirus, come l’HIV per esempio, agiscono come mine a tempo, usando la latenza per celarsi al sistema immunitario in attesa, per così dire, di tempi migliori, in cui qualche stress psicofisico indebolisca la velocità di risposta dell’organismo.

Anche se volessimo attribuire l’attuale struttura dei virus a ricombinazioni dovute ad una millenaria entrata-uscita dagli organismi ospiti, mi pare molto difficile che i loro “comportamenti” almeno iniziali non siano effetto di un progetto ben preciso, i cui inquietanti contorni possono essere ricostruiti solo con elementari processi di intelligence.
9 commentiMareKromiumAgo 04, 2021
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VIRUS_08.jpgA slice of the Infinite beyond (7) - by Dr Alessio Feltri97 visiteIn questa rarissima immagine degli anni ’70 potete vedere un minuscolo (un centesimo di millimetro) frammento dello strato di cui sopra, riportato a terra da un pallone sonda. Nell’ingrandimento ho evidenziato uno dei soliti intrecci fibrosi radiali, quelli che definisco convenzionalmente “sinaptici”.

Le malattie sono solo un aspetto dell’enigma virus e nemmeno il più importante. Dallo studio dei virus oncogeni sappiamo che questi ultimi in alcuni casi provocano un’incontrollata proliferazione cellulare, mentre in altre circostanze si limitano ad indurre modificazioni innocue nel DNA.

In altre parole il virus se non ti uccide, ti cambia. Si potrebbe essere anche tentati di considerarli un raffinato espediente per automatizzare il controllo della quantità e del comportamento della biomassa planetaria, un motore occulto dell’evoluzione. Fantascienza? Forse, ma pare che la questione sia proprio questa.

Tutta la faccenda è sempre stata coperta da rigoroso riserbo. Il cancro può sopravvenire per molti motivi, ma, dato che ognuno di noi è un portatore più o meno sano di retrovirus potenzialmente oncogeni, determinate informazioni, se diffuse ufficialmente, potrebbero causare fenomeni di allarme sociale, anche senza scomodare implicazioni teologiche o devianze ipotizzabili sull’onda del “dagli all’untore” di manzoniana memoria. Molto più prudente appellarsi a non precisate cause genetiche. Si dice la verità e contemporaneamente non si dice nulla. Esattamente come quando si dice che sulla Luna o su Marte non sono state ancora individuate forme di vita.

Forse vi sembrerà che io mi sia spinto un po’ troppo oltre, ma c’è chi ha fatto di peggio e non era una persona qualsiasi, era il massimo esperto mondiale di DNA, premio Nobel insieme a Watson per la scoperta della doppia elica, Francis Harry Compton Crick (1916-2004).
MareKromiumAgo 04, 2021
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VIRUS_09.jpgA slice of the Infinite beyond (7) - by Dr Alessio Feltri94 visiteDATEMI UN CRICK E VI SOLLEVERO’ IL MONDO

Per comprendere meglio la genesi del pensiero di Crick è utile ripercorrere per sommi capi la sua carriera. Il primo elemento significativo è che, dopo la scoperta della doppia elica del 1953 ed il Nobel conquistato a 46 anni insieme a Watson e Wilkins, Crick iniziò a studiare approfonditamente i virus. Ora, se il maggior esperto mondiale di DNA ha pensato che i virus rappresentassero un passaggio obbligato per la comprensione del meccanismo genetico, perché mai non dovremmo essere d’accordo con lui?

Le conclusioni di Crick apparvero nella seconda metà degli anni ’70 e furono talmente rivoluzionarie da creargli un’opposizione micidiale da parte dell’establishment scientifico. Gli unici a condividerne i principi fondamentali furono proprio Hoyle ed imprevedibilmente Carl Sagan, cioè colui che da molti si ritiene essere stato il principale artefice ideologico del cover-up sui risultati conseguiti nell’esplorazione spaziale. Crick non si limitò a confermare il ruolo giocato dai virus nel “controllare” le forme di vita terrestri, ma si spinse fino ad attribuire loro la responsabilità diretta dell’esistenza di organismi evoluti sul nostro pianeta.

L'ipotesi della cosiddetta "directed panspermia", la «panspermia guidata», fu discussa la prima volta nel corso della Conferenza Internazionale sull'Intelligenza Extraterrestre che ebbe luogo presso l'Osservatorio Astrofisico di Gyurakam nella città di Yeravan (Armenia) nel settembre 1971, i cui atti furono raccolti da Carl Sagan nel volume Communications with Extraterrestrial Intelligence. Crick riprese poi l'argomento in un saggio scritto insieme a Leslie Orgel e pubblicato nel 1973 su Icarus, una rivista di scienze planetarie. Un ampliamento delle sue tesi si ebbe infine con l'articolo Selfish DNA: the Ultimate Parasite pubblicato su Nature dell'aprile 1980.

In questo intervento Crick partì da alcune sue conclusioni raggiunte dopo quasi trent'anni di studi sulla molecola dell'acido desossiribonucleico e le utilizzò per avallare la tesi della «panspermia guidata». Ormai si era raggiunta la certezza che non tutti i geni contenuti nei cromosomi di cui è composta la doppia elica del DNA contenevano la codificazione necessaria per le proteine, cioè per la formazione del corpo. Nel caso dell'organismo umano, soltanto l'1,7% del DNA serve a dare gli schemi costitutivi delle proteine: il resto del DNA contiene la replica per milioni di volte delle stesse unità genetiche.

Perché vi sono e che scopo hanno tanti doppioni? Secondo Francis Crick la risposta è che, come dice il titolo del suo articolo su Nature, il DNA è “egoista”, anzi è “il parassita definitivo”. Questo in quanto, a suo giudizio, non sono né gli individui singoli né le specie nel loro complesso i soggetti dell'evoluzione, ma quei complessi molecolari che sono stati definiti geni, i quali contengono le informazioni genetiche. Di conseguenza gli organismi viventi alla fine debbono essere considerati nient'altro che dei semplici e temporanei contenitori di questi geni egoisti. Il DNA si può quindi paradossalmente definire un parassita.

Al suo interno i geni hanno moltiplicato se stessi oltre il necessario, creando repliche su repliche come si è detto prima, allo scopo di rendere sicura la sopravvivenza dei loro “contenitori”. Essi, afferma Crick, «hanno trovato il modo di produrre una maggiore quantità di se stessi, prima ancora che la propria discendenza».

La conseguenza è logica. L'evoluzione che si può riscontrare sia a livello individuale che di specie è l'effetto esteriore dell'evoluzione “personale” della molecola di DNA, la quale si comporta come fosse un “parassita intelligente”, non nemico dell'organismo ospite, ma al contrario capace di fornirgli la spinta necessaria a progredire.

Penso che non sia sfuggito al lettore il fatto che definire il DNA un “parassita” sia un modo indiretto per assegnarne l’origine proprio all’operato dei virus, cioè le perfide macchinette parcheggiate in quell’area della stratosfera terrestre di cui parlava Hoyle. Ma come avrebbero agito per ottenere il loro scopo?

C'è un punto in comune nel ragionamento scientifico che sta alla base delle tesi di Hoyle e Crick, ed è questo: entrambi gli scienziati hanno considerato improponibile il periodo di tre miliardi di anni che comunemente si indica come data di inizio della vita sul nostro pianeta.

Per passare darwinianamente dal meno complesso al più complesso, dall'ameba all'uomo come si suol dire anche sui testi scolastici, tre miliardi di anni sono troppo pochi, così come lo sono anche i quattro e mezzo con i quali si indica l'età della Terra.

Crick concordava con Hoyle sulla panspermia, ma ne ipotizzava una versione “guidata”, non dispersa indiscriminatamente nell'etere secondo una conseguenza della teoria dell'”universo stazionario”, ma sviluppatasi su un unico pianeta da cui erano partite sonde interplanetarie che l'avevano volutamente diffusa attraverso la galassia sotto forma di virus, spore e batteri.

Negli ultimi 25 anni, pur tra mille reticenze, nuovi mattoni hanno in parte modificato l’edificio di Crick. In particolare si è ipotizzato che l’intervento dei virus si sia concretizzato 570 milioni di anni fa, quando, dopo due miliardi e mezzo di forme di vita estremamente primitive, si era verificata sul nostro pianeta una vera e propria esplosione di forme di vita complesse. I virus in sostanza sarebbero intervenuti su un substrato biologico preesistente, stimolandone l’evoluzione.

Di fatto comunque l’intuizione di Crick venne un po’ offuscata dal suo saltare alle conclusioni. Crick, come Hoyle del resto, non era un creazionista, ma questo attribuire la vita sul nostro pianeta ad un’ipotetica cultura extraterrestre, che aveva cercato la salvezza da qualche disastro propagando il suo patrimonio genetico nello spazio, assomigliava più alla vita di Superman che ad una teoria seria. Quello che però possiamo considerare scontato è l’effettivo rapporto tra i virus ed il DNA.

Personalmente opterei per un’altra spiegazione delle innumerevoli copie di unità genetiche apparentemente uguali. In natura non esistono casi di ridondanza inutile. In caso di danneggiamento le unità biologiche normalmente dispongono di un software che tenta di effettuare le riparazioni necessarie (cellule staminali e simili), per cui se il DNA fosse un parassita intelligente non dovrebbe far altro, per proteggersi, che dotarsi delle istruzioni necessarie, come nel caso dell’amputazione della coda nelle lucertole.

All’inizio degli anni ’80 Colin Blakemore aveva fatto notare che per dare un senso all’evoluzione era necessario individuare una localizzazione per la memorizzazione delle esperienze accumulate da ogni forma di vita e, dato che il DNA era l’unico luogo “stabile” dove tali esperienze potessero essere memorizzate, era proprio al suo interno che andavano cercate. La verifica sperimentale si è avuta nelle ultime settimane, con l’individuazione dei meccanismi di sintesi proteica relativi alla formazione di ogni singolo ricordo. In base a queste premesse la mia ipotesi è quindi che le aree inspiegate del nostro DNA siano in parte deputate alla memorizzazione delle nostre esperienze sotto forma di meccanismi di sintesi e trasmesse alla prole al momento del concepimento. Nel nostro DNA sarebbero quindi presenti codificati tutti i ricordi accumulati dai nostri predecessori genetici ed ogni nostro contributo all’evoluzione della specie sarebbe codificato e memorizzato come la sintesi proteica necessaria per “formare” un ricordo imprevisto o impensato. Del resto dai movimenti oculari dell’embrione durante le fasi di sonno REM sappiamo che sogna: e cosa mai potrebbe sognare se non quanto immagazzinato nella propria memoria genetica? Non è un caso che sia stata verificato sperimentalmente che l’interazione ambientale del neonato subito dopo la nascita è enormemente superiore a quella che ha dopo una settimana di vita…

A molti non sfuggiranno le analogie con l’innatismo di Platone, in base al quale tutto ciò che ci può succedere è già dentro di noi, ma chi ci dice che Platone avesse torto?

Quando (e se) i fatti daranno ragione alla mia “estensione” della teoria di Blakemore, io sarò morto da un pezzo, ma mi consolo pensando che in quella eventualità anche il concetto di “morte” avrà dovuto subire una revisione alquanto radicale.
MareKromiumAgo 04, 2021
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Iustitia.jpgIustitia (Imagination)85 visitenessun commentoMareKromiumLug 31, 2021
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Pompeja.jpgPompeja (imagination)100 visitenessun commento3 commentiMareKromiumLug 31, 2021
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IN-SOL0001-R_A__Insight.gifInSight's R.A. (GIF-Movie) - Credits: NASA/JPL/CalTech92 visitenessun commento4 commentiMareKromiumLug 29, 2021
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Mars_Inner_Structure.jpgInside Mars...95 visiteSono appena usciti su Science tre articoli, basati sulle prime osservazioni sismiche dirette del lander InSight della Nasa, che forniscono indizi fondamentali sulla composizione di Marte. In questi studi sono riportati i risultati preliminari della missione e viene mappato – per la prima volta – l’interno di un pianeta diverso dalla Terra. «Questi tre studi forniscono importanti vincoli sull’attuale struttura di Marte e sono inoltre fondamentali per migliorare la nostra comprensione di come il pianeta si è formato miliardi di anni fa e di come si è evoluto nel tempo», scrivono in un editoriale a commento dei risultati – pubblicato sullo stesso numero della rivista – le astrosismologhe Sanne Cottaar e Paula Koelemeijer.

Lo studio degli strati interni di un pianeta – la sua crosta, il mantello e il nucleo – può rivelare informazioni chiave sulla sua formazione ed evoluzione, oltre a fornire indizi sull’attività geomagnetica e tettonica in esso ospitata. Le regioni interne profonde possono essere sondate misurando le onde che viaggiano attraverso il pianeta a seguito di eventi sismici, come un terremoto. È così che si sono compiute le indagini per stabilire le caratteristiche interne della Terra. Ma vediamo un po’ più nel dettaglio cosa sono riusciti a fare i tre gruppi di ricerca grazie ai dati del lander della Nasa.

All’inizio del 2019, InSight ha iniziato a rilevare e registrare i terremoti dalla sua posizione sulla superficie di Marte, inclusi diversi terremoti subcrostali che assomigliano agli eventi tettonici sulla Terra. Il gruppo di ricerca coordinato da Brigitte Knapmeyer-Endrun ha utilizzato i terremoti e il rumore sismico ambientale per visualizzare la struttura della crosta marziana al di sotto del sito di atterraggio del lander, trovando prove di una crosta multistrato con due o tre interfacce. Estrapolando questi dati all’intero pianeta, il team di Knapmeyer-Endrun ha mostrato come lo spessore medio della crosta di Marte sia compreso tra 24 e 72 chilometri, mentre il gruppo di ricerca di Amir Khan ha usato le onde sismiche dirette e riflesse dalla superficie generate da otto terremoti a bassa frequenza per sondare più in profondità e rivelare la struttura del mantello di Marte a una profondità di quasi 800 chilometri. I loro risultati suggeriscono che a circa 500 chilometri sotto la superficie si trovi una spessa litosfera e, come per la Terra, probabilmente sotto di essa sia presente uno strato a bassa velocità. Secondo Khan e colleghi, lo strato crostale di Marte è probabilmente altamente arricchito di elementi radioattivi che producono calore, riscaldando questa regione a spese dell’interno del pianeta. Ancora più in profondità, Simon Stähler e colleghi hanno utilizzato i deboli segnali sismici riflessi dal confine tra nucleo e mantello marziano per indagare il nucleo di metallo liquido, scoprendo che ha un raggio di quasi 1830 chilometri e inizia all’incirca a metà strada tra la superficie e il centro del pianeta, suggerendo che il mantello del pianeta sia costituito da un solo strato roccioso, anziché due, come sulla Terra. Secondo Stähler, i risultati indicano che il nucleo di ferro-nichel è meno denso di quanto si pensasse in precedenza e arricchito di elementi più leggeri.

«Le osservazioni sismiche dirette su Marte rappresentano un importante passo avanti nella sismologia planetaria», concludono Cottaar e Koelemeijer. «Nei prossimi anni, man mano che verranno misurati più terremoti, gli scienziati perfezioneranno questi modelli del pianeta rosso e riveleranno ulteriori enigmi marziani».
2 commentiMareKromiumLug 29, 2021
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Cerchio.jpgWhat is a "Circle"?119 visiteLa domandina è semplice: quando un angolo si riduce ad un "punto", quale sarà mai la dimensione dell'angolo/punto stesso, esprimendola in gradi?17 commentiMareKromiumLug 20, 2021
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The_Moon-1.jpgGood "Vibrations"? (1)100 visiteLa National Oceanic and Atmospheric Administration è un'agenzia federale statunitense che monitora e mappa il livello del mare e le soglie di inondazione legate anche ai cicli astronomici. Un nuovo studio della NASA pubblicato recentemente su Nature Climate Change ha analizzato tutti questi dati arrivando a una conclusione piuttosto preoccupante. A quanto pare un'oscillazione nell'orbita della Luna, in coppia con la crisi ambientale e il cambiamento climatico, renderanno il decennio del 2030 molto problematico dal punto di vista delle inondazioni, tanto da mettere in allarme molte città e comunità che vivono sulla costa. "Nella metà del ciclo di 18,6 anni della Luna, le normali maree giornaliere della Terra vengono soppresse: le alte maree sono più basse del normale e le basse maree sono più alte", spiega la NASA. "Nell'altra metà del ciclo, le maree sono amplificate: le alte maree aumentano e le basse maree diminuiscono. L'innalzamento globale del livello del mare spinge le alte maree in una sola direzione, verso l'alto. Quindi metà del ciclo lunare di 18,6 anni contrasta l'effetto dell'innalzamento del livello del mare sulle alte maree, mentre l'altra metà ne aumenta le conseguenze."
I ricercatori sperano che i loro risultati portino a sforzi mirati e importanti per prevenire quanti più danni possibili, sia all'ambiente che ai mezzi di sussistenza delle persone. Le inondazioni dell'alta marea non comportano una quantità d'acqua così grande come gli uragani, però la frequenza con cui avvengono è molto maggiore e per questo potenzialmente distruttiva.
5 commentiMareKromiumLug 19, 2021
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The_Moon-2.jpgGood "Vibrations"? (2)92 visite...Non sanno più cosa inventarsi per vendere "terrore"... Mamma mia, anche la Scienza (o presunta tale) è diventata schiava del terrorismo psicologico. La mia domanda, che Vi "giro", è semplicissima: a che gioco giochiamo (anzi: giocano)?5 commentiMareKromiumLug 19, 2021
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