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Possible Encounter in Gorgonum Chaos...
Figlia di Forco e di Ceto, Medusa era una delle Gorgoni, insieme a Steno ed Euriale, ma lei era l'unica ad essere mortale. 

Nelle rappresentazioni pi antiche ella era orrenda, esattamente come le sue sorelle Steno ed Euriale. In versioni pi recenti, tuttavia (Pindaro, Ovidio), Medusa venne considerata bellissima e spaventosa allo stesso tempo. 

Secondo il mito, Poseidone si era innamorato di Medusa quando ancora era una bellissima fanciulla. Una notte, il dio la sedusse (o forse la viol) nel tempio di Atena. Quest'ultima, profondamente irritata dallaffronto subito, trasform la fanciulla in un orribile mostro: le mani vennero trasformate in pezzi di bronzo; sulla schiena sorsero delle ali doro ed il suo corpo venne ricoperto di scaglie; i denti furono resi simili a zanne di cinghiale; i capelli divennero dei serpenti ed il suo sguardo acquis il potere di trasformare in pietra chiunque lo incrociasse. 

Medusa fu uccisa da Perseo, che le mozz la testa, ma guardando la sua immagine riflessa sul suo scudo, lucido come uno specchio. 

Quando le tagli il capo, dal collo della Gorgone uscirono i figli che aveva generato dopo la notte con Poseidone: Pegaso e Crisaore e, secondo Ovidio, dal suo sangue nacquero anche il corallo rosso e l'Anfesibena (trattasi di un mitico serpente dotato di due teste: una ad ogni estremit del corpo, e di occhi che brillano come lampade. Secondo il mito greco, Anfesibena fu generata dal sangue gocciolato dalla testa di Medusa quando Perseo vol, stringendola in pugno, sopra il deserto libico. L'Anfesibena, come creatura mitologica e leggendaria,  stata citata da Marco Anneo Lucano e Plinio il Vecchio. Viene citata, inoltre, da Dante nel Canto 24mo dell'Inferno e da Borges nel suo "Manuale di Zoologia Fantastica").

La testa della defunta Gorgone - sebbene mozzata - non perse il suo orribile potere pietrificante e Perseo, infatti, la mostr ad Atlante, cos trasformandolo in pietra.
La testa di Medusa fu quindi - ed infine - donata da Perseo ad Atena, che a sua volta gli aveva dato lo scudo specchiato con il quale l'aveva potuta affrontare senza guardarla direttamente negli occhi e senza cos subire la pietrificazione, ed Atena, una volta ricevutala, la pose al centro della propria Egida.
Parole chiave: Medusa

Possible Encounter in Gorgonum Chaos...

Figlia di Forco e di Ceto, Medusa era una delle Gorgoni, insieme a Steno ed Euriale, ma lei era l'unica ad essere mortale.

Nelle rappresentazioni pi antiche ella era orrenda, esattamente come le sue sorelle Steno ed Euriale. In versioni pi recenti, tuttavia (Pindaro, Ovidio), Medusa venne considerata bellissima e spaventosa allo stesso tempo.

Secondo il mito, Poseidone si era innamorato di Medusa quando ancora era una bellissima fanciulla. Una notte, il dio la sedusse (o forse la viol) nel tempio di Atena. Quest'ultima, profondamente irritata dallaffronto subito, trasform la fanciulla in un orribile mostro: le mani vennero trasformate in pezzi di bronzo; sulla schiena sorsero delle ali doro ed il suo corpo venne ricoperto di scaglie; i denti furono resi simili a zanne di cinghiale; i capelli divennero dei serpenti ed il suo sguardo acquis il potere di trasformare in pietra chiunque lo incrociasse.

Medusa fu uccisa da Perseo, che le mozz la testa, ma guardando la sua immagine riflessa sul suo scudo, lucido come uno specchio.

Quando le tagli il capo, dal collo della Gorgone uscirono i figli che aveva generato dopo la notte con Poseidone: Pegaso e Crisaore e, secondo Ovidio, dal suo sangue nacquero anche il corallo rosso e l'Anfesibena (trattasi di un mitico serpente dotato di due teste: una ad ogni estremit del corpo, e di occhi che brillano come lampade. Secondo il mito greco, Anfesibena fu generata dal sangue gocciolato dalla testa di Medusa quando Perseo vol, stringendola in pugno, sopra il deserto libico. L'Anfesibena, come creatura mitologica e leggendaria, stata citata da Marco Anneo Lucano e Plinio il Vecchio. Viene citata, inoltre, da Dante nel Canto 24mo dell'Inferno e da Borges nel suo "Manuale di Zoologia Fantastica").

La testa della defunta Gorgone - sebbene mozzata - non perse il suo orribile potere pietrificante e Perseo, infatti, la mostr ad Atlante, cos trasformandolo in pietra.
La testa di Medusa fu quindi - ed infine - donata da Perseo ad Atena, che a sua volta gli aveva dato lo scudo specchiato con il quale l'aveva potuta affrontare senza guardarla direttamente negli occhi e senza cos subire la pietrificazione, ed Atena, una volta ricevutala, la pose al centro della propria Egida.

Mars Full Panorama.jpg Time.jpg Medusa.jpg Chasma Boreale-00.JPG Exoplanet.jpg
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Commento 1 a 6 di 6
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Gianluigi   [Giu 07, 2010 at 07:45 PM]
In unanfora greca, datata al IV secolo a.C., proveniente dallItalia del Sud, e attualmente conservata al Pergamum Museum di Berlino, rappresentata una scena nella quale la decapitazione per opera di Perseo della Medusa Gorgone viene posta in relazione alla raccolta di alcuni funghi, che appaiono come frutti di un albero sacro (Wasson et al., 1978, fig. 8 e pp. 119-120).
Ricordiamo che, secondo la tradizione, Perseo fond la citt di Micene nel luogo ove egli raccolse un fungo, e non ci si deve quindi sorprendere nellincontrare immagini di funghi nelle scene artistiche in cui coinvolto questo personaggio.
Inoltre, nel mito, Perseo, dopo aver decapitato la Gorgone, raccoglie la testa della Medusa, e in quel mentre si ode un muggito (mykema) (Ruck, 1982:251).
E stato fatto notare che fra le parole mykema (muggito) e mykes (fungo) v una somiglianza che potrebbe essere stata utilizzata come gioco di parole nella descrizione di differenti scene mitologiche a carattere iniziatico.
(Wasson et al., 1978:118-9).

"Ho anche sentito raccontare che, una volta, assetato, [Perseo] ebbe l'idea di strappare un fungo da terra; sgorgatane acqua, ne bevve e, avendone provato piacere, diede al luogo il nome di Micene"
(Pausania, GUIDA ALLA GRECIA: 2.16.3.)

"La precisazione di provare piacere' in seguito alla bevuta dell'acqua sgorgata dalla depressione sul terreno lasciata dal fungo, potrebbe indicare, nel linguaggio metaforico della mitologia, le propriet visionarie ed estatiche del fungo in questione.
Pausania fa dunque derivare la parola Mycenae (o Mykenai) direttamente da mykes, fungo', e ancora oggi questa l'etimologia pi largamente accettata dagli studiosi.
Il fatto che il nome di questa antica popolazione, cos come quello di una delle sue pi importanti citt, siano associati cos intimamente con il motivo del fungo, non pu indicare altro che rapporto affatto secondario dei Miceni con i funghi"
(G. Camilla, G. Samorini, Raffigurazioni fungine nell'arte greca)

Durante un Congresso della Societ Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza, nel 2005, troviamo una conferenza sulla trance dal titolo:

Transterapia: la trasposizione analogica del mito di Perseo, e degli strumenti atti a decapitare l'immagine della fissazione (Medusa) ed a trasformarla in un cavallo alato ( Pegaso), pone una base teorica di tipo analitico (Immaginale) a questo metodo di lavoro.

Questi antichi... eheh!
walthari   [Giu 07, 2010 at 07:58 PM]
adoro la mitologia greco-romana e la considero a tutti gli effetti la base della nostra civilt
MareKromium   [Giu 07, 2010 at 07:59 PM]
Lo sapevo che, "provocandoti", avrei tratto grande piacere dalla lettura delle Tue riflessioni e considerazioni. Grande Big "G"! Sempre avanti.... - doc

p.s.: dipinto inquietante, comunque, non credete?!? Pensate se la vedessimo, un giorno, passeggiando nella Regione Marziana del Gorgonum Chaos.... Brrrrrrrrrrrrrrrrr!!!!!!
Anakin   [Giu 08, 2010 at 07:32 AM]
Si noi romani siamo troppo forti :-)

Micene sinonimo di fungo?
Gianluigi   [Giu 08, 2010 at 09:25 PM]
Micene Mikenai il femminile plurale di mikes, fungo.
Potremmo dire che Micene era, per assonanza o meno, la citt dei funghi.
In realt non abbiamo solo a che fare con la ierobotanica greca, ma probabilmente assistiamo al momento in cui i micenei introducono il patriarcato nella cultura (e mitologia) mediterranea.
O meglio, danno uno dei colpi finali a quello che era prima il sacro mondo della Grande Madre.
Mentre tra le (molte) piante sacre della grande madre troviamo il grano (da cui si estraeva con una semplice idrosoluzione l'ergot allucinogeno alla base dei Misteri Eleusini, uguale in tutto e per tutto all'lsd, ma con principi naturali e non sintetizzati), gli Indoeuropei porteranno con s la cultura dei funghi, in particolare la amanita muscaria ed alcuni psilocybe.
La amanita del resto era alla base del soma vedico e di mille altre bevande sacre nell'eurasia da tempo immemore.
Curioso il fatto che molti vasi sono stati interpretati in atti in cui Dioniso offre l'uva a Demetra... guardate bene i grappoli, e vedrete delle bellissime amanite, presenza cara e compagna di viaggio, ancor oggi, di fiabe, mondi incantati ecc...
Tralascio la banale (per chi ha un minimo di cervello) differenza di uso e concezione di queste sostanze nell'antichit rispetto ad oggi, tra il voler conoscere il sacro ed il voler apparire idioti ecc..., ma indubbia un'enorme conoscenza delle piante nei popoli antichi.
Leggersi l'inno a Demetra, ad esempio, porter molti a pensare che esso contenga un'infinit di piante messe l a caso, magari solo per fare qualche rima o per esigenze metriche della lirica.
Ma in realt abbiamo davanti un incredibile serie di conoscenze sciamaniche e farmaceutiche.
Farmacos, del resto, in greco vuol dire veleno, mentre narcotico deriva da narkos, stupore, assopimento, e la sua etimologia viene da narkissos, ovvero il fiore narciso... sar proprio raccogliendo questa pianta (alcune radici di narcisi sono psicotrope) che la figlia di Demetra, Persefone, verr rapita dal dio degli inferi Ade, dando il via all'intero mito che si concluder quando la Grande Madre otterr di poterla rivedere periodicamente col suo rinascere/risorgere a primavera, quando tutta la natura vince sulle tenebre.
Ad Eleusi insomma, unici misteri a cui poterono accedere per tre millenni anche i non greci, all'uomo veniva rivelata (anzi... ri velata) la vita oltre la morte.
Ma il discorso andrebbe poi approfondito non poco, eheh!
Un caro saluto!





ps... molto lunga come lettura, ma a chi pu interessare il precedente discorso.... ci provo, eheh!
Buona lettura! Per chi se la sente, direi che ne vale la pena.


RAPPRESENTAZIONI FUNGINE NELL'ARTE GRECA
di Giorgio Samorini e Gilberto Camilla

Le profonde esperienze religiose di natura estatica e rivelatoria, conseguenti a una modificazione della coscienza ordinaria, sono comuni a tutte le religioni. Queste esperienze possono essere indotte attraverso un ampio spettro di tecniche, che luomo ha scoperto ed elaborato nel corso della sua storia: dalle tecniche di deprivazione sensoriale e di mortificazione fisica, a quelle meditative e ascetiche, sino a quelle che utilizzano, come fattori scatenanti gli stati di transe e di possessione, la danza e il suono di determinati strumenti musicali; ancora, le tecniche che prevedono luso di piante o funghi dotati di effetti psicoattivi, per lo pi di tipo allucinogeno. Questultima, ancora oggi largamente impiegata presso le societ tradizionali, rappresenta una delle pi arcaiche tecniche di modificazione dello stato di coscienza, e origina quasi certamente dalla lunga Et della Pietra (Samorini, 1990 e 1992).
Presso le popolazioni preispaniche dellAmerica Centrale, ben documentato lutilizzo di diverse piante sacre: il cactus peyote (Lophophora williamsii), i semi di ololiuhqui (Rivea corymbosa), il teonanactl (funghi del genere Psilocybe), e varie specie di solanacee tropaniche (Datura, Solandra, ecc.) (Diaz, 1979; Ott, 1993). Nella Siberia e nelle steppe eurasiatiche, fin dai tempi pi antichi il fungo Amanita muscaria (agarico muscario) stato utilizzato nelle pratiche sciamaniche (cf. es. Mantegazza, 1871, II:589-592). Il medesimo fungo stato proposto come lagente psicoattivo pi attendibile per il Soma della tradizione vedica e per lHaoma mazdeo, le sacre bevande dellimmortalit e divinit dellIndia pre-buddista e dellIran pre-islamico (Wasson, 1967).
Per quanto riguarda lEuropa, ricordiamo le recenti ricerche di Josep Fericgla (1993), che giunto allindividuazione di un utilizzo tradizionale attuale dellagarico muscario nella Spagna settentrionale, nelle regioni montuose della provincia catalana. Nonostante si tratti di una residua e debole traccia etnografica, essa avvalla lipotesi della non estraneit della conoscenza delle propriet di questo fungo presso le popolazioni europee.

La cultura greca, frutto del sinergismo culturale verificatosi fra popolazioni di tradizione indoeuropea e popolazioni autoctone, non immune da questo fenomeno - la conoscenza e luso di vegetali psicoattivi -, come dimostra la documentazione letteraria e quella archeologica.
In tutta la tradizione dellantica Grecia il sacro, il divino, ci vengono proposti come unesperienza straordinaria, lesperienza di un altrove che sconvolge la coscienza ordinaria e che , se non lorigine assoluta, per lo meno uno dei supporti esperenziali basilari dello spirito religioso greco. Platone distingueva due generi di delirio; quello prodotto da umana debolezza, e quello prodotto da divino estraniarsi dalle normali regole di condotta (Platone, Fedro, XLVIII); questultimo attribuito allintervento di una divinit: lispirazione profetica ad Apollo, lestasi mistica a Dioniso, il rapimento amoroso ad Afrodite e a Eros, lispirazione poetica alle Muse.

Le definizioni greche per tali fenomeni sono assai varie e, spesso, contraddittorie, ma uno dei termini pi antichi ci fornisce uninterpretazione di questo stato di eccezionalit psichica: ntheos, un dio dentro. Lesperienza determina cio un contatto diretto con un essere superiore: come si verificava ad Eleusi, nella celebrazione dei Grandi Misteri, durante i quali avveniva la consumazione collettiva del kykeon (ciceone), bevanda sacramentale fra i cui ingredienti si annoveravano, probabilmente, composti psicoattivi ricavati dalla segale cornuta o ergot, un fungo parassita dei cereali e delle graminacee in genere (Wasson et al., 1978). Questo medesimo fungo parassita fu la fonte biochimica originaria, che port alla scoperta dellallucinogeno pi potente sinora noto: lLSD (Hofmann, 1964).

Parallelamente alla conoscenza degli stati modificati di coscienza, la letteratura e liconografia mitica greca danno risalto a vegetali e bevande inebrianti associati alle divinit, e che di frequente possiedono un significato simbolico-iniziatico: dal gi citato kykeon allalloro delle sacerdotesse di Apollo, dal moly che Mercurio suggerisce a Ulisse come prevenzione contro le magie di Circe al nepenthe omerico, dalla misteriosa erba che fa diventare immortale Glauco allalymos di Epimenide, fino a raggiungere la vite dionisiaca.

Lipotesi di un rapporto degli antichi Greci con i funghi psicotropi, formulata da Gordon R. Wasson e Robert Graves, stata approfonditamente esaminata da Carl A.P. Ruck, che si basato, nei suoi studi, essenzialmente sulle fonti letterarie classiche. Vogliamo qui ricordare, che unattenta indagine sul rapporto fra i Greci e i funghi in genere era gi stata sviluppata da W. Houghton sin dalla fine del secolo scorso (1885), e il suo lavoro, quasi sempre dimenticato, stato e resta tuttora fondamentale per un serio approccio alletnomicologia greca.

Nella cultura greca, il documento pi significativo a riprova della consapevolezza dei funghi psicotropi risiede, a nostro avviso, in un aneddoto tramandato da alcuni autori latini, riguardante il passaggio del trono di imperatore, da Claudio, morto avvelenato, a Nerone, probabile responsabile, o comunque a conoscenza dellavvelenamento di Claudio. Tacito (Annali, XII,67) riferisce che il veleno venne messo su dei funghi, di cui Claudio andava ghiotto. In seguito alla sua morte, Claudio, seguendo il destino di tutti gli imperatori, venne solennemente divinizzato. Svetonio, nella sua Vite dei Cesari (VI,33), riferisce che, quando Nerone sal al trono, e alludendo alla divinizzazione del suo predecessore, prese labitudine di citare un proverbio greco che chiamava i funghi, con cui Claudio era stato avvelenato, cibo degli dei (deorum cibum). Lanalogia fra questo thon broma e un altro cibo degli dei, il fungo teonancatl delle antiche popolazioni messicane, significativa, tale da lasciare pochi dubbi sul significato recondito dal quale origina, e che giustifica, questo proverbio greco; un significato di cui non dovevano obbligatoriamente essere consapevoli Nerone e la popolazione del suo periodo storico, nel medesimo modo in cui la stragrande maggioranza degli Italiani che attualmente chiamano lagarico muscario (A.muscaria) con i nomi popolari di boleto matto o ovulo matto, pur se buon conoscitori dei funghi, non sono pi al corrente del valore mantico originario di questi nomi, che riporta direttamente alle propriet psicoattive del fungo.
A ragion veduta, i coniugi Wasson hanno ipotizzato che questo proverbio greco verbalizzi un arcaico tab associato allutilizzo di un fungo allucinogeno (Wasson & Wasson, 1957, II:338).

Lo storiografo greco Pausania, nella sua Guida della Grecia, riporta la tradizione che vedeva in Perseo il fondatore della citt di Micene: Ho anche sentito raccontare che, una volta, assetato, [Perseo] ebbe lidea di strappare un fungo da terra; sgorgatane acqua, ne bevve e, avendone provato piacere, diede al luogo il nome di Micene (II,16,3). La precisazione di provare piacere in seguito alla bevuta dellacqua sgorgata dalla depressione sul terreno lasciata dal fungo, potrebbe indicare, nel linguaggio metaforico della mitologia, le propriet visionarie ed estatiche del fungo in questione. Pausania fa dunque derivare la parola Mycenae (o Mykenai) direttamente da mykes, fungo, e ancora oggi questa letimologia pi largamente accettata dagli studiosi. Il fatto che il nome di questa antica popolazione, cos come quello di una delle sue pi importanti citt, siano associati cos intimamente con il motivo del fungo, non pu indicare altro che un rapporto affatto secondario dei Micenei con i funghi.

Apollodoro (Bibl., I,9,3) e il poeta latino Ovidio (Metam., VII, 391-393) riportano la credenza che, nei dintorni di Corinto, citt dellantica Corinzia, i nativi che vi abitavano anticamente erano nati da dei funghi. Lorigine di capostipiti e di popolazioni umane da funghi un tema, sebbene raro, presente nelle mitologie di popolazioni separate fra loro da enormi distanze geografiche (Samorini, 1994), e potrebbe originare da un arcaico valore totemico attribuito a una determinata specie di fungo. Tuttavia, potrebbe anche essere unindicazione, nuovamente, di un rapporto privilegiato, fondante, di queste popolazioni con un fungo dotato di propriet psicoattive.

Nella tradizione classica, il dio dellebbrezza per eccellenza Dioniso; esso provocava una uscita da se e si rivelava ai fedeli come il dio di una vita altra.
Poich il carattere essenziale della sua figura quello di essere il dio che provoca nei suoi seguaci la follia mistica, bisogna pur domandarsi come veniva indotta questa modificazione cos radicale della coscienza ordinaria. Tradizionalmente, Dioniso ci viene interpretato come il dio della vite e dellebbrezza alcolica, per lo meno nella poesia alessandrina e romana; ma, a ben guardare, lesperienza estatica determinata dai riti a lui dedicati alquanto differente dallebbrezza alcolica: lalcool, come noto, un depressivo del sistema nervoso centrale, non provoca, se non in casi estremi, allucinazioni.
Lestasi dionisiaca invece caratterizzata da eccitazione esasperata, grande vigore fisico, stati allucinatori, e identificazione mistica con la divinit.
Appare ormai evidente che Dioniso, nella sua forma originaria, non era un dio del vino, allo stesso modo in cui Apollo non era originalmente associato con l'alloro delfico. Infatti, solo quando il culto di Apollo raggiunse Delfi, sede di un antico oracolo nel cui rito questa pianta giocava un ruolo forse determinante, il dio si inser nell'oracolo a tal punto da diventarne in breve tempo il suo unico patrono, e tale da eligere Delfi a sua dimora terrena (Brelich, 1981:409 e sg.).
Qualcosa di simile accadde al 'dio di Nisa', ed certo che la figura e le qualit di questa divinit 'straniera' hanno subito, prima, e durante il suo tardo inserimento fra la cerchia degli dei dell'Olimpo, pi di una rielaborazione funzionale, sino a trasformarsi nel dio del vino che conosciamo per come ce lo hanno tramandato gli autori classici.

Comunque sia, sin dalle sue origini, questa divinit era associata con dei vegetali psicoattivi, la cui individuazione attualmente oggetto di studi e discussioni. La tradizione letteraria greca indica in Dioniso un dio venuto dal nord, adorato nelle terre che aveva attraversato prima di giungere in Grecia.
Effettivamente, diversi motivi mitici lo inseriscono nelle tradizioni religiose degli Indoeuropei, come sembrerebbe evidenziare la radice semantica del suo nome, la cui prima sillaba la radice designante nella lingua ariana della divinit in genere Dio- proviene dalla radice indoeuropea dei, di (Devoto, 1985), indicante lEssere Supremo, impersonale elemento di luce, che si ritrova come radice in molti composti: Dyauspita (sanscrito), Zeus (greco), Diupiter o Jupiter (latino). Splendente e luce sono anche attributi indistinti di tutti gli esseri divini, come nel sanscrito deva, nellantico iranico daeva, nel latino deus, nellantico irlandese dia, nel lituanio dievas, ecc. -Nysos un chiaro riferimento a Nysa, nome della divina residenza montana situata in una terra favolosa, nella quale il Dio sarebbe nato e sarebbe stato allevato (Inno Omerico a Dioniso, 34,8; Pindaro, Fragm. 247), paragonabile al mitico Paese degli Iperborei, collocato oltre il vento del nord (Graves, 1992:112).

Lorigine indoeuropea di Dioniso ci rimanda, da un lato al Soma e allHaoma, dallaltro alle culture eurasiatiche, presso le quali storicamente testimoniato luso dellAmanita muscaria in contesti magico-religiosi.
V' chi vede in Dioniso una ellenizzazione del dio traco-frigio Sabazio, il cui culto mostra significativi paralleli con gli antichi culti dell'Haoma e del Soma. Il culto di Dioniso, quello pi arcaico, sarebbe stato un culto estatico caratterizzato dall'utilizzo di funghi allucinogeni, nella fattispecie l'agarico muscario (Wohlberg, 1990).

Diversi autori hanno voluto vedere nelle bevande fermentate - a base d'orzo o di altri cereali - gli agenti psicoattivi dionisiaci precedenti il vino d'uva. Per Jacque Brosse (1991:109), nel contesto dionisiaco il vino non sarebbe che il punto di arrivo di una serie [di inebrianti], che parte dal nettare divino passando attraverso la sacra pozione delle Baccanti.
Una serie di elementi porta a ritenere che Dioniso non venne ricevuto dai Greci sotto lidentit del dio del vino. La tecnica della preparazione del vino sembra aver raggiunta lisola di Creta, dalle regioni del Mediterraneo orientale, durante il periodo minoico tardo (1.700 a.C. circa), e raggiunse la Grecia attorno al XV secolo a.C., attraverso - cos pare - lespansione e la diffusione della cultura micenea (Unwin, 1993:59-91).
Daltra parte, le forme pi antiche dei miti dionisiaci contengono scarse allusioni al ruolo che il dio avrebbe dovuto avere, nellintroduzione o nellinvenzione del vino, e i miti pi arcaici sullorigine della vite e del vino non contemplano la presenza di Dioniso.

Lo stesso Omero, che nelle sue opere ha evocato con una certa frequenza la bevanda e la sua ebbrezza, non ha mai indicato in Dioniso il donatore della pianta agli uomini: il vino che, ad esempio, Ulisse port alla sua spedizione presso i Ciconi del litorale tracio, non fu un dono di Dioniso, ma di Marone, sacerdote di Apollo (Omero, Od., IX, 196-198).
Nella Locride e in Etolia, le leggende attribuiscono lorigine della viticoltura a Oresteo, figlio di Deucalione (il No della tradizione diluviana in Grecia); da Oresteo nacque Pitio (labbondante) che a sua volta gener Oineo (il vignaiolo), che racconti epici incoronano re di Calidone (Massenzio, 1969).
Nel libro IX dellIliade (685-700), si legge di Oineo che, nelloffrire le primizie dei raccolti nel sacrificio delle Taliste, si dimentic di Artemide, e fu punito con linvio di un cinghiale che devast le sue vigne. E da notare che, in questo mito, la negligenza del vignaiolo viene punita da Artemide, e non da Dioniso, di cui, a parte alcune rielaborazioni tardive, Omero non parla assolutamente. Perch?
Evidentemente perch Dioniso, prima dellistituzionalizzazione del suo culto, non era affatto il dio del vino.
In un mito che collega il nostro dio al vino, lepisodio lascia molti dubbi sulla qualit della bevanda. Il mito in questione narra di come Dioniso lascia a Icario, del quale fu ospite, un vitigno, promettendo al padrone di casa che, se avesse seguito alla lettera i suoi consigli, ne avrebbe ricavato una bevanda fuori dal comune.
Icario segue i consigli, e invita il vicinato a gustare il vino novello: si beve, si canta. Ad un tratto, un commensale cade riverso al suolo, un altro stramazza sul tavolo, anche i pi robusti vacillano e si mettono a gridare al maleficio e allavvelenamento. In preda a un raptus selvaggio, si gettano sul povero Icario e lo massacrano ferocemente (Apollodoro, Biblioteca, III,15,7).

Se un simile evento parrebbe difficilmente giustificabile con la presenza del solo vino, risulta impossibile farlo per il seguente racconto, tratto da quella preziosa fonte antica che lopera dei Deipnosofisti di Ateneo:
Timeo di Taormina racconta, che una casa in Agrigento si chiamava trireme per il motivo di cui appresso. Alcuni giovani che vi si ubriacarono, surriscaldati dalleccessivo bere, giunsero a tal punto di follia, da credere di navigare su di una trireme e di esser colti da una grave tempesta in mare; e uscirono tanto fuori di senno, da gettare dalla casa tutti i mobili e tappeti, credendo di gettarli a mare, figurandosi che il pilota ordinasse loro di alleggerire la nave a causa della tempesta. Adunandosi pertanto una gran folla e portando via le cose gettate, neppure cos cessarono dal loro stolto comportamento. E il giorno seguente, giunti gli strateghi alla casa, i giovani, ancora con la nausea, denunziati e interrogati dai magistrati, risposero che, molestati dalla tempesta, erano stati costretti a buttare a mare il soverchio del carico. Meravigliandosi gli strateghi del loro spavento, uno dei giovani, pur sembrando maggiore degli altri per et, disse: "Io, signori Tritoni, gettandomi per la paura sotto i banchi dei rematori, vi rimasi sdraiato il pi basso possibile". Perdonando pertanto quelli alla loro aberrazione, e ammonendoli di non riempirsi pi di vino, li lasciarono andare protestando essi la propria gratitudine. [lacuna; probabilmente riprende a parlare il pi anziano] "Se liberati da tanta tempesta, toccheremo porto, vi erigeremo in patria statue come a visibili Salvatori, a fianco delle divinit marine, poich ci appariste propizi". Di qui la casa fu chiamata trireme (Athen., Deipn., II,37b-e, dalledizione a cura di G. Turturro, 1961, Adriatica, Bari).

E un vino molto strano, quello che distribuisce Dioniso, un vino nel quale si mescolano vita e morte, fuoco che arde e umidit che disseta. E una medicina, una droga, con la quale luomo oltrepassa i propri limiti, scopre lestasi o la follia, si trasforma in belva, proprio come Centauro nel Palazzo di Piritoo (Omero, Odissea, XXI,95).

Solo le esegesi pi tardive e deformate, solo la successiva inerzia interpretativa, hanno potuto considerare i miti dionisiaci come riferimenti alla vite e al vino.
Perfino in Attica le principali feste in onore a Dioniso, alle quali si riteneva partecipasse lo stesso dio, si celebravano in date che non avevano corrispondenza con il ciclo annuale dellattivit viticola, in particolare nessuna di queste coincideva con la vendemmia (Guazzelli, 1992). Daltronde, n la cultura della vite, n la vinificazione, sembrano aver dato luogo, nella Grecia classica, a rituali particolarmente minuziosi, avendo essi caratteristiche di magia agraria di tipo elementare; e in ogni caso, Dioniso appare collegato ad essi e ai racconti che pretendono di spiegare lorigine della pianta in un modo artificiale e superficiale; anzi, spesso neppure vi figura.

Inoltre, va considerato che, nel mondo greco classico, veniva ripetutamente raccomandato di tagliare il vino, miscelandolo con una certa quantit dacqua: si riteneva che il vino bevuto puro (kratos) inducesse la follia. Per Franois Lissargue questusanza dipende sicuramente dallaltissima gradazione alcolica dovuta alla vendemmia tardiva, effettuata quando le foglie erano gi cadute (..)
La bevanda che se ne ricava, se bevuta allo stato puro, come una droga pericolosa che pu far uscire di senno o uccidere... (Lissargue, 1989:7).
Tuttavia, difficile ritenere che il vino puro potesse da solo essere il responsabile di quegli attacchi di furore, di follia e di estasi, cos frequentemente riportati nella letteratura e nella mitologia greca. Non esiste alcun tipo di vino duva che possa giustificare i furori e i rapimenti delle Menadi, le donne invasate che partecipano al corteo dionisiaco, possedute dal dio attraverso il consumo delle sue bevande sacre.
E pi probabile, invece, che il vino venisse impiegato come liquido madre - dalle buone potenzialit estrattive - nel quale fare macerare foglie, radici o semi di piante allucinogene e di altri ingredienti psicoattivi. Non mancano riferimenti a queste pratiche nella sterminata letteratura greca e romana (cf. es. Landerer, 1858). Basti ricordare il nepenthe omerico, dagli effetti tranquillizzanti, che Elena di Troia aggiunse al vino da offrire allo sposo e agli ospiti addolorati di un banchetto (Omero, Od., IV:220-1).

Dioniso era una divinit collegata al mondo vegetale, un fatto cos risaputo ed evidente che non necessita di particolari approfondimenti. Si spesso voluto riconoscere in questa associazione un passaggio dal culto dellalbero ad una rappresentazione antropomorfica della divinit (Jeanmarie, 1972:9).

Apparentemente, la gran variet delle piante che compongono lerbario dionisiaco lascia perplessi; sembra quasi un codice simbolico o segreto per nascondere la vera identit del Dio. Ma se analizziamo le specie vegetali associate alla sua figura, se saremo in grado di penetrare nel loro simbolismo, forse troveremo la chiave per decifrare il codice segreto.

Innanzi tutto, ledera, chiamata kisss dai Greci. Plutarco riporta che essa veniva mescolata nel vino, e che secondo alcuni, essa contiene spiriti violenti che risvegliano, eccitano e producono moti seguiti da convulsioni. Insomma, ispira ebbrezza senza vino, una specie di possessione, in quanti hanno disposizione naturale per lestasi (Plutarco, Quest.Conv., III,2).
Oggigiorno, ledera considerata velenosa, ed un fatto riportato che lingestione delle sue bacche pu indurre, insieme a disturbi digestivi quali il vomito, disturbi nervosi quali senso di ubriachezza, delirio, allucinazioni, convulsioni. Sono stati registrati numerosi casi di intossicazione umana accidentale, dovute - cos parrebbe - alla presenza nella pianta di eterosidi, in particolare ederina, che gi in piccole dosi si comporta come un energico vasocostrittore ed emolitico (Lanza et al., 1980; Negri, 1979; Scheidegger & Cherbuliez, 1955). Lutilizzo delle bacche per conseguire effetti psichici parrebbe ostacolato dallinsorgenza di disturbi fisici anche gravi.
Ma pure possibile che gli antichi Greci avessero trovato un modo per ridurre gli effetti tossici. Conosciamo ben poco, o nulla, degli effetti farmacologici dei vini in cui siano stati fatti macerare i frutti delledera, cos come delle differenze nella composizione chimica delle bacche nei diversi stadi di maturazione.
Alla luce del passo plutarcheo, parrebbe trovare una giustificazione la presenza quasi ossessiva di questa pianta nelle rappresentazioni artistiche a sfondo dionisiaco. Kernyi, a tal proposito, si domanda perch c una cos grande prevalenza delledera? In modo ancor pi radicale si pone il problema nellarte minoica, dove il tralcio di vite non finora emerso neppure una volta tra le molte decorazioni vegetali delle pareti e dei recipienti. Ledera viene usata abbondantemente (..) E un fatto significativo che il dio del vino in Grecia non porti mai il nome o il soprannome di Ampelos, vite, bens, in Attica, quello di kisss, edera (Kernyi, 1992:77-8).

Il tirso (thyrsos), ulteriore attributo di Dioniso e delle Menadi, era costituito da un ramo cavo di una pianta umbellifera (probabilmente una ferula), alla cui sommit era fissata una pigna. La cavit del ramo veniva riempito dalle menadi erboriste con le piante chesse raccoglievano.
La presenza della pigna riconduce al pino, una delle conifere sotto cui cresce, in associazione obbligata, lAmanita muscaria. Apicio, descrivendo in un suo passo (VII,15,6) la forma di un fungo, usa metaforicamente la parola thyrsos per indicare il suo gambo (Wasson et al., 1978:121).
Ancora una volta, sono le stesse fonti classiche ad avvalorare le possibili congetture etnomicologiche.
Unaltra pianta associata al culto dionisiaco un non ben identificabile pioppo bianco, nominato da Demostene. Loratore descrive Eschine mentre conduce una processione di iniziati col capo agghindato con rami di likis (Demostene, Discorso della Corona, XVIII, 259 e sg.).
Ma il termine usato assai generico, non sembra indicare nessun albero in particolare. Tuttavia, con un semplice cambio di vocale il termine si trasforma nellaggettivo bianco, lykos. Se, come sottolinea Wohlberg (1990), la betulla fosse mai cresciuta nella Grecia antica, non avrebbe potuto che chiamarsi likis. E se ricordiamo che lAmanita muscaria cresce in relazione simbiotica principalmente con la betulla (lalbero bianco), la relazione fra Dioniso, labete e la betulla si fa ancora pi interessante.

Gli effetti psicotropi dellagarico muscario si adattano sufficientemente alle manifestazioni che tradizionalmente sono state attribuite allestasi dionisiaca. Con una dose adatta del fungo essiccato, o sotto forma di infuso in soluzione alcolica, il soggetto prova, a 20-30 minuti dallassunzione, sensazioni di euforia (diversa ebbrezza alcolica), leggerezza e abilit oltre le normali capacit, aumento rilevante della forza fisica. A volte si possono registrare nausea e vomito, ma non sembra che si siano mai verificati seri danni con lingestione di questo fungo. Un altro sintomo caratteristico lesperienza visiva, con la deformazione degli oggetti che possono essere percepiti o come straordinariamente accresciuti o, al contrario, estremamente ridotti.
In una successiva fase ebbrezza, diversi testimoni riportano che lintossicato vede il fungo sotto sembianze umane, e che questi sembra esercitare un potere totale, ordinando al soggetto di compiere questa o quella azione; queste testimonianze sono riportate sulluso del fungo nellambito dello sciamanesimo siberiano, ma trovano uninteressante analogia proprio nella letteratura greca. Nella commedia di Euripide Le Baccanti, Dioniso e Penteo si incontrano: Penteo minaccia di mandare contro il dio e i suoi seguaci lesercito (:352-355), ma poco dopo inizia a provare strane cose: vede due soli e due citt di Tebe (:918-919).
Se di per se il raddoppiamento della visione pu essere attribuibile a ebbrezza alcolica, il verso successivo sgombra il campo da ogni possibile fraintendimento. Penteo vede Dioniso contemporaneamente nella sua forma umana e nellaspetto di un toro (:919-922).
In altri termini, la visione di Penteo non solo raddoppiata, come sotto gli effetti dellalcool; egli percepisce sia la realt ordinaria (Dioniso-uomo), sia quella dionisiaca (Dioniso-toro), come sembra suggerire lo stesso Dioniso: Ora si che vedi quello che devi vedere (:924).
Penteo prova inoltre uninsolita euforia, pieno di una esagerata autostima, e crede di essere onnipotente: convinto di possedere una miracolosa forza fisica che gli permette di sollevare lintero Monte Citerone con un solo braccio e rovesciare tutto ci che gli sta sopra (:945-950); parla con le proprie visioni e, contrariamente ai suoi voleri personali, segue lordine impartitogli da Dioniso di spiare le Baccanti.
Ci riporta alla mente un diffuso mito siberiano, in cui leroe culturale Grande Corvo in grado di sollevare una balena, per ricondurla in mare, solo dopo aver mangiato alcuni spiriti wapaq, ovvero alcuni agarici muscari (Wasson, 1967:268).
Lo stato euforico e di vigor fisico prodotto dallagarico muscario stato a volte valorizzato e culturalmente esperito come uno stato di furore; come sembra si verificasse fra i berserkir, i leggendari guerrieri vichinghi che si distinguevano in battaglia per il loro coraggio e per la loro ferocia.
E stato pi volte ipotizzato che la furia di questi guerrieri fosse indotta dallassunzione, poco prima della battaglia, di forti quantit di A.muscaria.

Da queste considerazioni, lipotesi di un utilizzo di vegetali allucinogeni - e non del solo vino - nel culto dionisiaco, appare suscettibile di essere seriamente presa in considerazione (pi di quanto lo si sia fatto sinora). E possibile che nelle bevande alcoliche dionisiache (prima in quelle a base di orzo, e poi nel vino) fossero miscelati ingredienti allucinogeni, quali il fungo Amanita muscaria [A tale proposito, facciamo notare come, nellattuale utilizzo ricreazionale di questo fungo in Italia e in Europa, vi siano casi in cui esso viene lasciato macerare per alcuni giorni nel vino, che viene in seguito bevuto, pi per i suoi effetti allucinogeni che per quelli alcolici].

La documentazione archeologica relativa alla cultura greca - da quella monumentale a quella vascolare - potrebbe fornire un adeguato contributo dimostrativo; tuttavia, la sua analisi secondo unottica etnomicologica appena iniziata, e anche quelle immagini che potrebbero rappresentare palesemente dei funghi, vengono per lo pi trascurate dagli studiosi, o al massimo interpretate sotto il comodo, quanto grossolano, schema del motivo vegetale.

Carl A.P. Ruck (in Wasson et al., 1978) aveva gi proposto uninterpretazione micologica per alcune immagini riportate su bassorilievi e vasi attici o della Magna Grecia. Il vaso cinerario di marmo noto come urna Lovatelli, descritta per la prima volta da Ersilia C. Lovatelli (1879), ornato di un bassorilievo che ha per oggetto liniziazione di un uomo, probabilmente Ercole, ai Misteri Eleusini.

Ritrovata in un sepolcro di un antico sobborgo di Roma, questurna datata ai primi periodi dellEt Imperiale, e si rif, come numerose opere di quel periodo, a una copia originale greca non pervenutaci. In una delle tre scene (fig. 1) che si susseguono lungo la superficie esterna dellurna, uno ierofante (secondo Ruck si tratterrebbe di Eumolpo, il primo ierofante della storia eleusina) versa con una mano del liquido sul maialino che sta per essere sacrificato, mentre regge, nellaltra mano, un piatto, sul quale sono evidenziati tre oggetti, che furono interpretati dalla Lovatelli (1879:5) come capsule di papavero da oppio, pianta sacra alle dee eleusine.
particolare dell'Urna Lovatelli.
Secondo Ruck, lo spessore degli steli che sorreggono le capsule eccessivamente grosso, e la forma di questi tre elementi vegetali appare pi vicina a quella di un fungo (Wasson et al., 1978:105).

Va aggiunto, che anche la parte superiore di questi elementi, quella interpretata come capsula, possiede una forma sferica liscia, priva di quei particolari della forma della capsula del papavero da oppio, cos abilmente riprodotti in altre opere artistiche greche. Nellarte greca, e in quella precedente minoico-micenea, il papavero da oppio sempre stato raffigurato con dovizia di particolari, anche in quei casi in cui la capsula che si voleva rappresentare aveva dimensioni inferiori a quelle degli oggetti dellurna Lovatelli. Tuttavia, Ruck lascia aperta anche la possibilit che gli oggetti in questione - cos come quelli presenti sul bassorilievo del cosiddetto sarcofago di Terra Nova, che riproduce unaffine tematica eleusina - intendano rappresentare delle torte di qualche tipo. A tal riguardo, stato evidenziato un passo di Ateneo (III,113), in cui descritto un pane fatto con semi di papavero da oppio, modellato nella forma di un fungo (Merlin, 1984:230).
A nostro avviso, il passo di Ateneo, piuttosto che avvalorare linterpretazione delle immagini qui discusse come capsule (frutti) di papavero da oppio, ne potrebbe rafforzare proprio linterpretazione micologica: il fatto che, in un contesto iniziatico, dei pani siano modellati secondo la forma di un fungo, non pu essere casuale, e neppure secondario.

In unanfora greca, datata al IV secolo a.C., proveniente dallItalia del Sud, e attualmente conservata al Pergamum Museum di Berlino, rappresentata una scena nella quale la decapitazione per opera di Perseo della Medusa Gorgone viene posta in relazione alla raccolta di alcuni funghi, che appaiono come frutti di un albero sacro (Wasson et al., 1978, fig. 8 e pp. 119-120).
Ricordiamo che, secondo la tradizione, Perseo fond la citt di Micene nel luogo ove egli raccolse un fungo, e non ci si deve quindi sorprendere nellincontrare immagini di funghi nelle scene artistiche in cui coinvolto questo personaggio. Inoltre, nel mito, Perseo, dopo aver decapitato la Gorgone, raccoglie la testa della Medusa, e in quel mentre si ode un muggito (mykema) (Ruck, 1982:251). E stato fatto notare che fra le parole mykema (muggito) e mykes (fungo) v una somiglianza che potrebbe essere stata utilizzata come gioco di parole nella descrizione di differenti scene mitologiche a carattere iniziatico (Wasson et al., 1978:118-9).

In diversi siti archeologici greci sono stati ritrovati, a mo di lapidi tombali, degli oggetti in pietra, che sono stati per lo pi interpretati come simboli fallici. Tuttavia, secondo D. Kurtz e J. Boordman (1971, cit. in Wasson et al., 1978:122), la forma di questi oggetti non corrisponde a quella di un fallo, le cui caratteristiche venivano sempre ben evidenziate nellarte greca, bens, pi propriamente, a quella di un fungo.
Ci troveremmo, quindi, in presenza di un altro esempio nel quale gli studiosi avrebbero scambiato per simboli fallici dei veri e propri mushroom-stones; come si verificato in Guatemala, dove per diversi decenni gli archeologi della cultura Maya scambiarono per emblemi fallici degli oggetti in pietra, dallevidente forma fungina, sino al momento in cui, con la scoperta delluso tradizionale dei funghi allucinogeni in quella regione, i dati etnografici chiarirono la funzione di quelle pietre-fungo (Mayer, 1977).

Accanto a questi documenti archeologici, presentati e discussi da Wasson e Ruck, ne esistono altri - che presentiamo in questa sede - per i quali linterpretazione etnomicologica appare degna di essere presa in considerazione.
La figura 2 riproduce un bassorilievo proveniente da Farsalo, in Tessaglia, datato al primo quarto del V secolo a.C., conservato al Museo del Louvre a Parigi. Le due figure femminili rappresentano Demetra e Persefone, le due dee eleusine; esse tengono fra le mani alcuni oggetti, nellatteggiamento di mostrarseli reciprocamente. Secondo Hellmut Baumann (1993:12), le due dee sono raffigurate nellatto di scambiarsi dei fiori.
In realt, loggetto tenuto nella mano dalla figura posta alla destra della scena, evoca pi facilmente la forma di un fungo, piuttosto che quella di un fiore.
Anche il modo in cui loggetto viene tenuto in mano, stringendo fra due dita la parte inferiore del suo gambo, ricorda quello con cui si soliti tenere un fungo fra le dita, con lo scopo di renderlo ben visibile. La figura di sinistra parrebbe tenere nella mano sinistra un oggetto dalla forma fungoide simile alla precedente, stretto fra le dita nel medesimo modo, ma leggermente inclinato verso di essa. Loggetto che la medesima figura tiene con la mano destra, di forma differente, rimane di difficile interpretazione. La forma del fungo che le due dee parrebbero mostrarsi o scambiarsi, le dimensioni e la forma conico-campanulata del cappello, ricordano da vicino specie di Psilocybe o, ancor meglio, di Panaeolus, fra le quali si annoverano specie allucinogene, di tipo psilocibinico, presenti anche in Europa, compresa la Grecia.
Ricordiamo che diverse specie di Panaeolus sono stercorarie, ovvero crescono in diretta ed esclusiva associazione con gli escrementi di bovini, equini, e di altri quadrupedi selvatici (Festi, 1985; Guzmn, 1983; Olah, 1969; Samorini, 1993). Inoltre, Ruck (in Wasson et al., 1978:122) ha riportato un importante dato etnomicologico: oggigiorno, in alcune regioni della Grecia, sono conosciute dalla popolazione specie di funghi allucinogeni differenti dallagarico muscario, chiamati con il nome di "funghi folli".
Sono riconosciuti come inebrianti, e non come velenosi, "inebrianti come il vino, sebbene in una maniera completamente differente".

Numerose rappresentazioni vascolari greche, dal tema dionisiaco, riportano immagini di viti e di grappoli di uva pendenti. In alcuni casi, la forma dei grappoli duva si avvicina maggiormente a quella di un fungo, piuttosto che a quella di un grappolo duva, e ci risalta maggiormente quando il grappolo duva rappresentato come simbolo isolato.

E il caso della brocca a figure rosse, proveniente dalla tomba 235 della necropoli etrusca di Spina (Valle Trebba), riportata in figura 3, ora custodita nel Museo Archeologico Nazionale di Ferrara. Sebbene rinvenuta in una tomba etrusca, la brocca di manifattura apula, ed stata datata attorno alla met del IV secolo a.C.. Il centro della scena occupato da una figura femminile, che sostiene con la mano destra una cista, sacro parafernalia dei culti misterici.
Limmagine posta sotto il braccio destro della figura femminile, interpretata anchessa come un grappolo duva (cf. Oliva E. Ghiandoni, in Berti & Gasparri, 1989:110), porta in realt, nella sua forma, pi evidenti caratteristiche fungine. Linsieme di macchie puntiformi al suo interno, sebbene diffuse anche nel gambo, induce una diretta associazione con lAmanita muscaria.

Osservando le rappresentazioni vascolari nelle quali viene riportato questo simbolo, se ne ricava limpressione che linterpretazione del grappolo duva, sebbene certamente corretta per numerosi casi, sia stata estesa arbitrariamente per diversi altri, in cui le caratteristiche del grappolo duva vengono meno, offrendo maggiori possibilit allinterpretazione micologica. In effetti, nellinterpretazione di noti e ripetuti simboli rappresentati sui documenti archeologici, troppo spesso gli studiosi si appoggiano a letture di questi simboli generalmente accettate, forse per non colpire la suscettibilit di chi, a volte pi di cento anni prima, ne stabil una lettura iniziale, o forse pi semplicemente per pigrizia e abitudine interpretative.

Ne sono un esempio le immagini dei grappoli duva rappresentati sul bassorilievo in terracotta del VI secolo a.C., conservato nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria e riprodotto in figura 4 (cf. anche Camilla, 1993:35). Nella scena sono rappresentati Demetra e Dioniso, posti luno di fronte allaltro, nellatto di mostrarsi o scambiarsi i rispettivi sacramenti: una spiga di cereale e una coppa di vino.
Dioniso porta sulla spalla sinistra un tralcio di vite, sul quale sono appesi - oltre alle foglie - cinque grossi grappoli duva. La forma anomala di questi grappoli, e la punteggiatura regolare di cui cosparsa la loro superficie, sembrerebbero volutamente ricordare lagarico muscario.

In quali casi questo simbolo intendeva rappresentare un grappolo duva, e in quali invece un fungo? Potremmo essere in presenza di un caso di fusione di due simboli, entrambi ben probabili attributi di Dioniso. Come sopra riportato, ipotizzabile una conoscenza, nella cultura greca, delle propriet psicoattive dellA.muscaria; una conoscenza di origine arcaica, pi arcaica di quella del vino, probabilmente mantenutasi, in seguito, solo in determinati ambienti sociali, mentre in altri questa lasciava gi il posto alla nuova (o, a una pi nuova) cultura del vino.

Ecco quindi che, dal personale grado di consapevolezza dei pittori autori delle opere vascolari pervenuteci, potrebbe dipendere il significato inteso di questi simboli: grappoli duva, funghi e, in alcuni casi ben evidenti, entrambi i simboli, uno internamente allaltro. Karol Kernyi ha sottolineato il fatto che .. i vasai e i pittori di vasi conoscevano pi dettagli di chiunque altro (1992:148).
Il kntharos biansato il vaso di Dioniso per eccellenza, segno iconografico distintivo del dio, e v chi ha ravvisato un indizio di Dioniso protettore dei suoi vasai, da un passo di Pausania (Guida della Grecia, I,3,1) relativo alla descrizione di Atene, dove si afferma che il quartiere dei vasai, chiamato Ceramico, deriva il suo nome dalleroe Ceramo, figlio di Dioniso e di Arianna (Lissargue, 1989:24). Quindi, la divinit dei vasai sarebbe stata proprio Dioniso, ed possibile che numerosi fra questi fossero iniziati ai misteri dionisiaci.

Forse, alcuni pittori sapevano ci che altri non conoscevano, e hanno volutamente nascosto la loro conoscenza dietro a schemi interpretativi gi a quei tempi largamente e abitualmente riconosciuti, producendo immagini a doppia lettura, luna sacra e laltra profana.
Anakin   [Giu 09, 2010 at 07:16 AM]
Grazie Gianluigi. Adesso prendo un paio di giorni di ferie e me lo leggo ;-)

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