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South_African_Clouds.jpgRed Clouds (South Africa)225 visitenessun commentoMareKromium     (4 voti)
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Brain.jpgIf our brain can, somehow, "change" the past, can it also "change" the future?306 visiteIl nostro cervello può influenzare le nostre percezioni, arrivando a farci vedere cose che nella realtà sono andate in modo leggermente diverso. In un nuovo studio un gruppo di scienziati ha scoperto una "nuova illusione percettiva" che ridispone efficacemente l'ordine temporale percepito degli eventi in una sequenza.
"La nostra percezione del tempo e dell'ordine temporale è un riflesso fedele di ciò che accade nel mondo o può creare aspettative di livello superiore, come la causalità, e influenzare l'ordine in cui sperimentiamo eventi accaduti?" scrive il team di ricercatori guidato da Christos Bechlivanidis dell'University College London.
In una serie di esperimenti, i ricercatori hanno mostrato a oltre 600 partecipanti un'animazione in cui sembra aver luogo una catena di eventi apparentemente semplice "ABC": un quadrato A si scontra con un quadrato B, che a sua volta si scontra con un quadrato C. In verità, tuttavia, l'animazione mostrava che il quadrato C iniziava a muoversi prima che il quadrato B entri in collisione con esso e prima che il quadrato B inizi a muoversi dal suo scontro con A.
"Dopo aver eseguito alcuni esperimenti, ci siamo subito resi conto che l'aspettativa di una direzione temporale (che le cause precedono i loro effetti) è così forte che anche se invertiamo l'ordine, le persone insistono per aver visto prima le cause che si verificano".
C'è ancora tanto che dobbiamo capire riguardo al funzionamento della nostra mente in casi come questo. Sicuramente abbiamo capito che il nostro cervello può reagire in modi inaspettati quando deve destreggiarsi in una giungla particolarmente intricata di informazioni.
Nota personale: direi che si tratta di una Materia molto interessante, ma la domanda è - filosoficamente parlando - un'altra: (il poter) disallineare le sequenze di eventi passati e noti, può portare una Mente Umana "Nuova" a (poter) disallineare anche gli eventi futuri ed ignoti?... Chissà.MareKromium     (4 voti)
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Voyager_1.jpgVoyager 1, today...86 visiteLa Sonda Voyager One è stata lanciata nell'AD 1977 verso il Sistema Solare Esterno. Ormai è in viaggio da 45 anni e fino a non molto tempo fa ha continuato a inviarci dati. Poi c'è stato un problema. La NASA sapeva che il problema era da qualche parte nel sistema di articolazione e controllo dell'assetto del veicolo spaziale, o AACS (Attitude and Articulation Control Subsystem), che mantiene l'antenna della Voyager One puntata verso la Terra.
Il problema è che non è semplice fare manutenzione su un oggetto che si trova a circa 23,5 miliardi di Km dai nostri recettori.
"L'AACS aveva iniziato a inviare i dati di telemetria attraverso un computer di bordo noto per aver smesso di funzionare anni fa e il computer ha corrotto le informazioni", hanno scritto i funzionari della NASA in un aggiornamento. Una volta che i Tecnici hanno iniziato a sospettare che la Voyager One stesse utilizzando un computer guasto (nota: fra “freddo” da quelle parti…), hanno semplicemente inviato un comando in modo che il suo sistema AACS utilizzasse il computer giusto per "telefonare a casa". Era una soluzione a basso rischio, ma richiedeva molto tempo. Un segnale radio impiega più o meno 23 ore per raggiungere la Voyager One.
Ma non è finita: gli ingegneri sospettano che la Voyager One abbia iniziato a instradare la sua telemetria di stato e stato attraverso il computer morto dopo aver ricevuto un comando errato da un altro computer di bordo. Ciò suggerirebbe qualche altro problema in agguato all'interno del cervello dei computer. La NASA terrà gli occhi aperti anche su questo (si, certo, come no…).MareKromium     (4 voti)
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Waterworld.jpgTherefore... Solaris, Miller and Waterworld DO exist! Here is the Exoplanet "TOI-1452b"129 visiteCome immaginato nel 1972 dal Grande Regista Russo Andrej Tarkovskij nel film "Solaris" o, nella cinematografia più recente, in Interstellar per il pianeta oceanico "Miller," situato a circa a 100 Anni Luce da noi, sembra che esista un esopianeta alquanto più grande della Terra che potrebbe essere interamente coperto d'acqua. Denominato TOI-1452b, ruota intorno a due piccole stelle ed è stato scoperto da un gruppo di ricerca internazionale guidato da Charles Cadieux, studente di dottorato dell'università di Montréal, in Canada, e descritto sulla rivista The Astronomical Journal.
Il nuovo pianeta è stato identificato per la prima volta grazie al telescopio spaziale Tess, ideato proprio per scansionare la nostra galassia alla ricerca di pianeti extrasolari. Una volta individuato, il nuovo oggetto è stato analizzato nel dettaglio da un nuovo potente strumento installato sull'Osservatorio di Mont-Megantic in Canada che ha permesso di scoprirne le interessanti caratteristiche. È stato così possibile appurare che TOI-1452b orbita attorno a un sistema di stelle binarie più piccole del Sole, distanti tra loro solo 97 U.A. (Unità Astronomiche), ossia poco più del doppio della distanza tra Sole e Plutone.
Il pianeta risulta essere circa il 70% più grande della Terra (in termini di diametro) e la sua densità potrebbe essere coerente con l'ipotesi che su di esso esista un oceano molto profondo costituito da acqua allo stato liquido, che lo ricopre interamente. I dati indicano la presenza di un nucleo solido, mentre l'acqua rappresenterebbe ben il 20% della sua massa (Nota: sulla Terra, la massa d'acqua è pari ad appena l'1%) della massa globale del Pianeta. Nuovi dettagli di questo nuovo e interessante pianeta potranno essere rilevati a breve grazie alle osservazioni con il Telescopio Spaziale "James Webb", operativo da pochi mesi.MareKromium     (4 voti)
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Solaris-1.jpgSolaris228 visite"Perché andiamo a frugare l'universo, quando non sappiamo niente di noi stessi?" (recensione di Stefano Santoli)
L'anelito all'elevazione spirituale è centrale nella poetica di Tarkovskij. L'intreccio fantascientifico di "Solaris", tratto da un romanzo del polacco Stanislaw Lem, diventa, nelle mani del regista russo, la storia di una redenzione. Protagonista è uno psicologo, Kris Kelvin (Donatas Banionis), che viene inviato sulla stazione spaziale orbitante attorno al pianeta Solaris per comprendere cosa sia successo ai pochi scienziati rimasti lassù. Il pianeta - ricoperto da un immenso oceano - è un'entità aliena, forse un cervello pensante, in grado di materializzare ciò che si cela nei recessi della psiche umana. Kelvin dovrà fare i conti con questo potere: si presenterà al suo cospetto la moglie Hari (Natalija Bondarchuk), morta suicida anni prima. Giunto sulla stazione per rimediare agli influssi del pianeta sulla psiche degli altri, Kelvin dovrà quindi confrontarsi con i propri fantasmi.
Scacco alla ragione
I primi 40 minuti della pellicola (tagliati nella versione italiana del film, e di fatto irreperibili prima che venisse diffusa, negli ultimi anni, la versione integrale) sono ambientati sulla Terra. Si tratta di un'aggiunta di Tarkovskij al romanzo, che comincia direttamente nello spazio. La pellicola inizia sulle note del maestoso preludio corale in fa minore di Bach, che torneranno più volte nel film, connotandolo di forte nostalgia per l'armonia. La prima immagine di "Solaris" inquadra l'acqua di un laghetto presso cui Kelvin sosta pensoso. Immerse nell'acqua ondeggiano, armoniose, le alghe. L'acqua è fertile, salvifica, rigeneratrice nel cinema di Tarkovskij: Kelvin, sorpreso da un temporale, si lascia inzuppare con voluttà. Ad attenderlo nello spazio remoto, c'è il fluido ben diverso dell'oceano di Solaris.
Il passaggio dalla dimensione domestica alla stazione orbitante è traumatico come uno sradicamento. Kelvin arriva in solitudine, nessuno ad accoglierlo. La stazione è un mondo artificiale di superfici metalliche luride e in disfacimento, in cui tutto appare squilibrato e regnano caos e lerciume.
Su una parete della dacia, dimora del padre di Kelvin, avevamo scorto susseguirsi quadri che ritraevano modelli di mongolfiere. Al di là del rimando al sogno umano per eccellenza - quello del volo - c'è un rimando interno alla filmografia del regista: alla scena iniziale di "Andrej Rublëv", dove una mongolfiera si schiantava rovinosamente al suolo. Lo slancio ambizioso della scienza - il positivismo della ragione che si crede orgogliosamente superiore alla psiche - è messo sotto scacco dal pianeta Solaris, che proprio sui reconditi recessi della psiche ha fatto leva per destabilizzare gli scienziati. Nelle inquadrature in cui si scorge, l'oceano di Solaris sembra dotato di una potenza soverchiante e inesausta. Quella che un tempo era una stazione popolata da 85 persone, è ridotta ora quasi ad un ammasso di detriti, dove ormai appena due individui (Snaut e Sartorius) si aggirano smarriti, come anime in pena prive di scopo. In un impeto di autodenigrazione (o autocommiserazione?), un altro scienziato (Gibarian), prima di uccidersi, si è ridotto a raffigurare l'essere umano con uno scarabocchio infantile: così appare, affissa ad una porta su un foglietto, la figura umana in un disegno la cui didascalia recita "uomo". Un dettaglio emblematico svela chiaramente la posizione del regista: mentre Sartorius ribadisce il proprio oltranzismo razionalista, Tarkovskij ne inquadra ironicamente la lente degli occhiali che si stacca dalla montatura.
Paura e desiderio
C'è uno stretto legame fra i due film fantascientifici di Tarkovskij, "Solaris" e "Stalker". Anche nel successivo film del 1979 Tarkovskij tornerà a raccontare della possibilità che qualcosa di alieno possa concretizzare i desideri nascosti (qui è il pianeta Solaris; in "Stalker" sarà la stanza di cui i protagonisti vanno alla ricerca nella Zona). Se al cospetto di Solaris si è impotenti (il pianeta materializza i desideri contro la nostra volontà), in "Stalker" ci si può rifiutare di entrare nella stanza, ma la differenza è secondaria: comune a entrambi i film è la paura dei propri desideri. L'esitazione a entrare nella stanza di "Stalker" corrisponde all'angoscia, o alla vergogna (come sostiene Kelvin), che ha portato al suicidio Gibarian.
C'è un parallelismo anche fra i personaggi dei due film, ciascuno dei quali incarna, rispettivamente, l'arroganza della scienza arroccata in uno sterile razionalismo (Sartorius, in "Solaris"), l'ansia carica di dubbi dello scetticismo, cui non è estranea la compassione (Snaut), l'apertura al mistero (Kelvin).
Se abbiamo paura dei nostri desideri, è perché ad essi associamo una colpa. Solo Kelvin regge la sfida di Solaris. Riconosce la propria responsabilità nel suicidio della moglie Hari, e dopo il rigetto iniziale accoglie il proprio desiderio di riportarla in vita. Il coraggio di ammettere una colpa rimossa aiuta Kelvin a superare la paura.
La costante religiosa di Tarkovskij è declinata, in "Solaris", nell'accettazione in Hari del mistero, oltre ogni spiegazione scientifica, oltre la necessità stessa di una logica scientifica. La scelta di Kelvin di accettare in questa replica di Hari la vera Hari, e non un suo simulacro illusorio, matura nel rigetto delle categorie della ragione, inabili a sondare i recessi dell'interiorità umana. La scommessa di Kelvin è folle, va contro ogni senso comune: è uno scandalo, come quello di Abramo in Kierkegaard. Non è reminiscenza peregrina l'"Ordet" di Dreyer. E' un atto di fede, non privo di tormento (Kelvin è costantemente assediato da un'angoscia che lo porta a sudare copiosamente).
Al momento in cui Kelvin ha maturato l'accettazione del mistero, Tarkovskij, sulle note del preludio di Bach, lo fa levitare insieme ad Hari. La levitazione (un motivo che tornerà nelle pellicole future) concretizza per un istante di beatitudine quell'anelito all'elevazione spirituale cui tende, insieme al cinema di Tarkovskij, l'arte stessa, nella sua ricerca d'infinito e d'armonia.
Hari che visse due volte
Anche se Hari è una replicante, si va progressivamente umanizzando. Ciò basta a renderla meritevole di riguardo alla stregua di un essere umano (sotto questo aspetto il film precorre "Blade Runner"). Hari dimostra di essere più umana di uomini come Sartorius. Il suo iniziale, compulsivo bisogno di Kelvin (si ferisce sfondando una porta per non restarne separata) si trasforma gradualmente in capacità di amare, per arrivare infine al massimo sacrificio. Ancora il suicidio per amore: prima tentato vanamente (con l'ossigeno liquido, in una sequenza quasi horror), poi rimettendosi alla volontà di Sartorius. In Hari c'è in nuce il tema del sacrificio di sé per il bene altrui, sviluppato da Tarkovskij nei suoi ultimi film, "Nostalghia" e (appunto) "Sacrificio" (1).
La donna Hari si sovrappone alla donna-madre. Nel pre-finale - nel solito alternarsi di bianco e nero e colore che contraddistingue il film e sembra associarsi ai mutamenti di condizione emotiva (2) - a Kelvin compare proprio la madre, che con una brocca e un catino effettua un lavacro purificatore (la funzione purificatrice dell'acqua è sin troppo evidente. La sequenza è stilisticamente notevole perché contraddistinta da una proliferazione di molte Hari: senza stacchi di montaggio, in unica inquadratura, una carrellata, vediamo apparire più volte Hari, prima di uno stacco dopo il quale la macchina da presa si posa sul primo piano della madre di Kelvin) (3). La sovrapposizione fra compagna e madre, ripreso ne "Lo specchio", rivela un debito del regista nei confronti di un'iconografia comune a varie tradizioni pittoriche della cristianità, in cui la figura salvifica della donna si accompagna a caratteri eterei e angelicati (sia Hari che la madre di Kelvin portano ad esempio i capelli raccolti), a simboleggiare una purezza quasi asessuata, in cui non ha del tutto torto chi individua una mortificazione della sessualità contrapposta alla ricerca della spiritualità (4).
Una dacia nel cosmo
Un'avvertenza per chi non avesse visto il film: stiamo per parlare esplicitamente del finale.
Kelvin fa ritorno alla dacia paterna. E' un nostos, un ritorno. La dacia è simbolo della tradizione. La tradizione, il legame con le proprie radici, sono in Tarkovskij imprescindibili fonti di spiritualità; sono la meta del viaggio. Il percorso di Kelvin è stato un'odissea (nello spazio) anzitutto interiore: e come Odisseo quando fa ritorno ad Itaca incontra prima il proprio cane Argo, così a Kelvin corre incontro il cane. Nostos, ritorno: la nostalgia, letteralmente "dolore del ritorno", è tema centrale in Tarkovskij già prima dell'esilio e del corrispondente film dell'esilio ("Nostalghia", per l'appunto). "Noli foras ire, in te ipsum redi: in interiore homine habitat veritas": il monito di Agostino d'Ippona si adatta perfettamente a sintetizzare il senso di "Solaris".
Il finale di "Solaris" parrebbe il più classico dei nostos se Tarkovskij non intendesse destabilizzare lo spettatore con l'inquadratura conclusiva, con la quale realizza una perfetta mise en abîme. Nella celeberrima scena conclusiva, un dolly smisurato (composto di tre inquadrature: la prima il dolly vero e proprio, la seconda una ripresa aerea, la terza un effetto di sovrimpressione) rivela che la dacia paterna cui Kelvin ha fatto ritorno si trova in realtà su di un'isola sorta nel mezzo dell'oceano di Solaris (5). E' un finale simbolico, che sembra intendere che Kelvin dovrà scontare un esilio (precognizione dell'esilio dello stesso Tarkovskij?). Assuntosi la responsabilità delle proprie colpe, Kelvin si è pentito; riscattato dall'amore, grazie anche al sacrificio di Hari, si è "salvato". Cristianamente, dal pentimento scaturisce la salvezza, ma il finale del film circoscrive la salvezza a un ambito esclusivamente spirituale: materialmente, invece, Kelvin non scampa a quella che appare una condanna all'esilio, da scontare in questa vita.
Questo finale rimane passibile di interpretazioni anche opposte. Sotto questo aspetto, pur nell'enorme distanza estetica e poetica con Kubrick, non è completamente fuorviante (6) instaurare un prudente parallelo con l'odissea kubrickiana - un parallelo che, a scopi commerciali, fu impropriamente imposto sin sulla locandina italiana originale (dove si legge "La risposta della cinematografia sovietica a 2001: Odissea nello spazio"). Fra l'altro, l'esilio di Kelvin in un ambiente familiare perso nello spazio non è lontano dal destino riservato a David, condannato a vivere da solo nella celebre stanza rococò del finale di "2001".
Sin dall'inizio, Kelvin si era dimostrato poco desideroso di intraprendere un viaggio nel cosmo. Tornando all'inquadratura iniziale, per rileggerla come una sorta di establishing shot contenutistico, notiamo che l'acqua scorre da destra verso sinistra; la macchina da presa, poi, prende a muoversi verso destra. Abitualmente, le inquadrature da sinistra a destra, seguendo il senso della lettura, indicano apertura al futuro; i movimenti contrari (come qui quello dell'acqua), conducono al passato. Tutto "Solaris" è segnato da questo doppio movimento: una proiezione verso lo spazio profondo (l'ignoto) accompagnata costantemente dall'urgenza del recupero del passato: la Terra, Hari, la dimora paterna.
Il padre di Kelvin è il custode vivo della tradizione. Nella sequenza finale, dopo un muto, memorabile scambio di sguardi attraverso il vetro di una finestra, Kelvin sulla soglia della dacia si inginocchia al cospetto del padre, che gli pone le mani sulle spalle come nel dipinto "Il figliol prodigo" di Rembrandt. In quel preciso momento ha inizio il dolly. Già sulla stazione orbitante Kelvin si era inginocchiato, ai piedi di Hari. Ci si inginocchia di fronte a ciò che è sacro, facendo una professione di umiltà in cui sacrifichiamo il proprio ego e ci predisponiamo alla misericordia altrui. Il gesto di Kelvin su cui il film si chiude sta a indicare la raggiunta consapevolezza della sacralità delle radici.
Aver avuto l'ambizione di declinare tematiche di questo genere, religiose, profondamente russe, nel pieno della Russia sovietica - addentrandosi in un genere in apparenza lontanissimo dalle proprie corde - è indice di un coraggio e di un'urgenza espressiva eccezionali, che contribuiscono a fare di "Solaris" uno dei vertici dell'arte di Andreij Tarkovskij (7).
(1) Vedi, in questo senso, F. Borin, "Solaris", L'Epos, p. 48.
(2) Questa alternanza, inaugurata da Tarkovskij in questa pellicola che è la sua prima a colori (se si eccettua l'esplosione di colore sulla rassegna di dipinti di Andrej Roublev nel finale dell'omonimo film), proseguirà in tutte le pellicole successive del maestro russo, divenendone una caratteristica che conferisce ai suoi film una peculiare enigmaticità. La scelta, oggi singolare, pare dettata da una ricerca linguistica di cui non si faticano a individuare gli stimoli in un momento storico in cui l'uso del colore iniziava appena a diffondersi nel cinema d'autore europeo, ed era contraddistinto, ai suoi albori, da una spiccata curiosità sperimentale (si pensi ai vari "Giulietta degli spiriti", "Deserto rosso", "Sussurri e grida").
(3) In questa sequenza è spinto così al massimo grado di spaesamento uno degli espedienti cui Tarkovskij ricorre allo scopo di disorientare lo sguardo: solitamente, e con frequenza, il regista disattende la sintassi del campo/controcampo, facendo apparire i personaggi in posizioni inaspettatamente diverse da quelle in cui si trovavano nell'inquadratura precedente.
(4) E' di questa opinione Slavoj Žižek, che, in "Tarkovskij: la Cosa dallo spazio profondo" - in una lettura lacaniana e anti-junghiana del film che non condividiamo - si spinge ad individuare in Tarkovskij un desiderio di castrazione non soltanto psicologico-sessuale, ma persino intellettuale, a livello di tematica profonda della sua opera.
(5) Questo finale sarà poi richiamato da quello di "Nostalghia", dove la dacia russa sarà ospitata dentro la cattedrale di S. Galgano in Toscana.
(6) Come sostenuto da T. Masoni e P. Vecchi nel loro "Castoro" dedicato a Tarkovskij.
(7) Merita di essere ricordato che il giudizio di Tarkovskij verso il proprio film fosse a questo riguardo particolarmente severo: "In Solaris c'erano troppo accessori fantascientifici che distraevano dal tema principale. I razzi, le stazioni spaziali... Ritengo che la realtà a cui l'artista ricorre per esprimere la propria visione del mondo debba essere, scusate la tautologia, reale, ossia comprensibile e nota fin dall'infanzia". Al contrario, crediamo invece che l'ibridazione fra le tematiche spirituali della poetica del maestro russo e i motivi fantascientifici del film sia stata feconda in termini di originalità, dando vita a un'opera d'arte sorprendente e memorabile.MareKromium     (4 voti)
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Bye_Hal.jpgSing it for me... (Daisy)183 visite"...I can lead you to the truth, but I can’t make you believe it..."
Note: about "Daisy Bell". The song, the first ever performed by a computer, was called “Daisy Bell”, more commonly known as “Bicycle Built for Two” or “Daisy, Daisy”. When A.C. Clarke collaborated with Sir Stanley Kubrick on "2001: A Space Odyssey", they had HAL-9000 sing it while Dave Bowman powered him down.
"...Daisy, Daisy, give me your answer do. I’m half crazy all for the love of you. It won’t be a stylish marriage, I can’t afford a carriage. But you’ll look sweet upon the seat of a bicycle built for two".
(AD 1892, by H. Dacre)
MareKromium     (4 voti)
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endless.jpgEndless Lights125 visiteSeconda Legge di Chisholm: quando tutto va bene, qualcosa, prima o poi, inizierà ad andare male.
Corollario 1: Quando sembra che le cose non possono andar peggio di come vanno, rapidamente la situazione precipiterà.
Corollario 2: Se le cose sembrano andare meglio, vuol dire che c'é qualcosa di sbagliato di cui non stiamo tenendo conto.MareKromium     (4 voti)
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No-U_Turn_2.jpgNo U-Turn156 visiteSe me lo pubblicano, questo libello sarà un'altra pietra nel muro (di unione e NON di divisione) che ho cercato di costruire. Buona Lettura ed Auguri!!!
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Si nasce, ed iniziamo a Vivere.
Infanti, ragazzi, adolescenti, adulti, vecchi.
Ma, a volte, la Consapevolezza manca.
Quando Essa arriva? Chi può dirlo… Per alcuni presto, per altri tardi. Ma arriva.
Ed è implacabile.
Guardo a ieri con gli occhi e la Consapevolezza di oggi e comprendo molto.
Non tutto, certo. Ma molto.
Sono solo.
Siamo soli.
E la Vita è solo un gioco. Forse miracoloso e splendido, forse turpe e perverso.
C’est la Vie…
Non rinnego nulla.
Non rimpiango nulla.
Non ho rimorsi.
Non ho aspettative.
Ed il perché è semplice: ho oltrepassato la Linea.
Quella che segna il divieto di conversione ad “U”.
Non si torna indietro.
Mai.
Si può solo andare avanti.
Verso la Gloria, la Catastrofe, o l’Oblio.
No “U-Turn”.
Questa raccolta di scritti, è la Storia di un Cammino: la mia Vita.
Paolo C. Fienga.
NO U-TURN (Novembre 2017)
Attraversando le Sabbie, e le Oasi chiare di questo Deserto,
Avvertendo il tenero, e pur sempre molesto, passare degli Anni,
Ho visto e ritrovato, forse una volta sola, o forse mille e più,
La mia Natura: l’Anima di un Fanciullo che cercava risposte…
Ma i quesiti sono troppo grandi, e le domande sempre mutevoli,
Come i Volti che hanno attraversato il mio incedere, lento,
Lungo gli innumerevoli percorsi del mio Cuore e della mia Vita,
Vissuta sempre con affabile incoscienza, e perseveranza…
Siamo in tanti, ad incontrarci, lungo le Strade del Mondo;
Per alcuni siamo “Speciali”, per altri “Indifferenti”, ed altri,
Ancora, siamo solo un sussurro, che sibila nella sera, e va.
Ma con Occhio ed Orecchi attenti, possiamo sentire Musica…
Attraversando le Sabbie, e le Oasi chiare di questo Deserto,
Che non comprendo dove abbia avuto inizio, né quando,
Ho anche incontrato l’Amore: l’Angelo del mio Destino,
E ci siamo accompagnati, per lunghi giorni e grandi notti,
Per poi capire, un mattino, che le nostre orme si erano divise:
Le Strade, i Sentieri, i Cammini, si erano disgiunti, senza motivo.
E allora, superata la sorpresa, l’angoscia e l’onesta Paura,
Ho ripreso la mia marcia, per arrivare là, dov’era stato stabilito…
Si nasce per caso, ci si nutre di speranze ed illusioni, e di sogni;
Tutto quello che sembra aiutarci a vivere, ci aiuta anche a morire…
E se mi volto, cercando di riconoscere i miei Passi, vedo le Orme,
Che ormai i Venti della Sera iniziano a cancellare e confondere,
Capisco che il Cammino percorso, all’inizio, si apriva e si diramava.
Ho seguito tante Strade e, tante volte, mi son sentito perso e poi,
Per incanto, ritrovato. Ma il Cammino percorso non si è fermato mai.
Né per la Notte, né per le Tormente, né per la crescente stanchezza…
Ed oggi, al limitare di questa Esistenza, il cui Scopo mi è arduo capire,
Ho ritrovato quell’Amore, quell’Angelo perso, del mio ineffabile Destino,
Che mi guardava, mentre lo guardavo. Ed abbiamo ripreso la marcia,
Nella Consapevolezza che le nostre diverse Strade, non erano lontane…
Ti guardo, mi guardo. Dall’interno, dall’esterno. Ieri, oggi e domani,
Mi guardo e ti guardo. E non credo di poter sbagliare una volta ancora…
Conosco la Verità, come conosco la Strada già percorsa, e le insidie,
Vorrei tornare indietro. Ricominciare a sognare, credere e costruire…
Ma non si torna indietro, lungo questo Cammino, fatto di tutto e nulla;
Vorrei ancora rivederti e rivedermi fanciullo, con Vita, Speranza e Amore;
Ma non si torna indietro, marciando su questo Cammino, fatto di Vita:
Una Vita bella e orribile, unica, vissuta e poi sovente gettata via…
Non si torna indietro: lo sai, lo so. E’ la Legge.
E le nostre cadute, non accettano Alibi, né Scuse.
La Sabbia, un giorno, smetterà di volare su di noi,
Ed allora ci potremo, forse e finalmente, rivedere…
Ma nonostante l’Amore, la Necessità, e le nostre Vite,
Quanto già scritto, non lo cancelleremo mai, e poi mai.
Poiché non si torna indietro: lo so, lo sai. E’ la Legge.
E la Legge chiede solo di essere attesa e rispettata.
L’Unica Legge che ci accompagna, lungo il nostro Cammino,
Attraverso le Oasi e le Sabbie Scure di questa diabolica Empietà…
L’Unica Legge che non si può violare, nel nostro becero Destino:
Non si torna indietro, e quel ch’è stato scritto, detto e fatto, resterà…MareKromium     (4 voti)
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Storni.jpgBirds drawing a Bird....169 visiteUno stormo di storni, mi dicono "...in volo sopra la Casa Bianca...".
Visto il paesaggio sottostante, non credo proprio....
Comunque - sia come sia (ed immagine a parte, che penso essere stata ottenuta in aperta campagna) - la notizia diceva che si era trattato di uno stormo talmente fitto da far pensare ad un velivolo vero e proprio.
Non commento le riflessioni fatte dai Servizi di Sicurezza Americani (che, se vere, sarebbero ridicole), ma Vi invito a guardare il "disegno" che lo stormo ha tracciato nel Cielo: a me sembra una colomba in volo stilizzata.
"Vedo" bene le ali, la testa ed il becco.
E Voi? Vedete qualcosa?!?MareKromium     (4 voti)
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InLovingMemory.jpgIn Loving Memory75 visitenessun commentoMareKromium     (4 voti)
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HighwaysToForever090306_6229-32.jpgHighways to Forever78 visitenessun commentoMareKromium     (4 voti)
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Sun-ISS.jpgIn the Sunshine...55 visitenessun commentoMareKromium     (4 voti)
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