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	<title>True Planets &#187; Racconti</title>
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	<description>&#34;...Omnes Vulnerant, Ultima Necat...&#34;</description>
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		<title>L&#8217;Incontro &#8211; di Percival C. Floegers</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Dec 2007 12:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>info</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;&#8230;Che cosa ci rende realmente Autori e Responsabili delle nostre scelte? Quale può essere l&#8217;elemento che rende preziosa la nostra Esperienza? 
E qual&#8217;è l&#8217;istante che dà &#8211; o restituisce - &#8221;senso&#8221; e &#8220;valore&#8221; alla nostra Vita? 
Domande, domande, domande&#8230;&#8221;
 §§§
Eravamo nell’Estate del 1971.
Una &#8220;calda&#8221; Estate, come tante altre.
Io ero davvero piccolo (avevo appena 8 anni…), certo, ma non ero del tutto inconsapevole.
Diciamo che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><em>&#8220;&#8230;Che cosa ci rende realmente Autori e Responsabili delle nostre scelte?</em> <em>Quale può essere l&#8217;elemento che rende preziosa la nostra Esperienza? </em></p>
<p align="center"><em>E qual&#8217;è l&#8217;istante che dà &#8211; o restituisce - &#8221;senso&#8221; e &#8220;valore&#8221; alla nostra Vita? </em></p>
<p align="center"><em>Domande, domande, domande&#8230;&#8221;</em></p>
<p align="center"> §§§</p>
<p>Eravamo nell’Estate del 1971.</p>
<p>Una &#8220;calda&#8221; Estate, come tante altre.</p>
<p>Io ero davvero piccolo (avevo appena 8 anni…), certo, ma non ero del tutto inconsapevole.<br />
Diciamo che vivevo la Vita in un modo più semplice. Più immediato.</p>
<p>Più “istintivo”, insomma.</p>
<p>L’esperienza che vorrei raccontare, anche se può sembrare il frutto di un brutto “<em>trip</em>”, o il vagheggiamento di un inconscio infantile e troppo fertile, è vera.</p>
<p>O meglio: io la ricordo come “vera”. Come “reale”.</p>
<p>Come qualcosa di realmente “vissuto”.</p>
<p>Talvolta, nei miei sogni, qualcosa – di questa esperienza – ancora ritorna.<br />
Ma la &#8220;<em>veste grafica</em>&#8221; dei sogni, come sapete, trasfigura le memorie della realtà e le rende più opache; talvolta più dolci e sommesse.<br />
Talvolta più romantiche o più crude.</p>
<p>Comunque sia, io ricordo bene quello che mi accadde&#8230;</p>
<p align="center">***</p>
<p align="left">Ero a Contursi, un paesino sperduto nell&#8217;entroterra campano, quasi ai confini con la Lucania. Periodo di vacanza, ovviamente speso con i miei genitori: un breve periodo del torrido mese di Agosto.</p>
<p align="left"><img id="image440" title="Landscape-000.jpg" alt="Landscape-000.jpg" src="http://www.lunexit.it/trueplanets/wp-content/uploads/2007/12/Landscape-000.jpg" /></p>
<p align="left">Quel caldo e qull&#8217;umidità, così intenso e così soffocante &#8211; rispettivamente - non li ho mai dimenticati.</p>
<p>Mio padre e mia madre andavano lì (in quel bellissimo paesino) perchè c&#8217;erano delle terme di un qualche tipo (mi pare di ricordare acque sulfuree e fanghi) e loro erano &#8211; anzi: sono ancora! &#8211; dei “fanatici” delle terme.<br />
E le passioni che hanno i &#8220;Genitori&#8221; (tutti i Genitori del Mondo) diventano, per necessità o per virtù (e sinchè non si cresce un pò&#8230;), anche le &#8220;passioni&#8221; dei loro figlioli.</p>
<p>O del loro singolo figliolo: come me.</p>
<p>E questo significava, tra le altre cose, che – come era naturale che fosse – Mamma e Papà mi trascinavano dietro, dovunque andassero.</p>
<p>Dunque anche alle quiete Terme di Contursi.</p>
<p>La noia, per me, era tanta. Ma fu a cominciare da un pomeriggio di quel lontano Agosto che – almeno per me – le cose della Vita (la MIA Vita) iniziarono ad apparire un pò più chiare.<br />
 <br />
Nessuna follìa, nessuna suggestione indotta, nessuna compagnia.<br />
Ero solo<br />
 <br />
I miei, al pomeriggio, andavano a fare &#8220;il riposino&#8221; e, spesso, volevano che io stessi con loro, ma a me non piaceva dormire il pomeriggio (mi svegliavo stanchissimo e con la bocca amara: due sensazioni che ancora detesto).<br />
Non mi piaceva proprio e allora, qualche volta, me ne restavo in giardino.</p>
<p>&#8220;<em>Non ti allontanare, stai attento a dove vai, stai attento alle vipere</em>&#8220;.</p>
<p>I soliti consigli.<br />
 <br />
Io non mi allontanavo mai. Troppo.</p>
<p>Spesso stavo con altri ragazzini, a giocare. Altre volte mi attardavo nel piazzale o nella sala degli “ospiti”.<br />
Quel pomeriggio, però, ero da solo, annoiato e stanco di stare in quell’albergo.</p>
<p>Albergo. Un parolone, se penso agli standard di oggi…</p>
<p>L’albergo nel quale soggiornavamo a Contursi era, in realtà, una pensione alla buona, arrangiata in una vecchia villa disposta su due o tre piani – non ricordo bene –.<br />
Una villa patrizia, in un tempo lontano, ma ora (anzi: allora!) triste e decadente, circondata da un grande giardino con piante ad alto fusto.<br />
Davanti all’ingresso, leggermente spostata sulla sinistra dell&#8217;edificio, c’era una fontana piena di ninfee, pesci rossi e muffe.<br />
Ricordo anche un gazebo e dei cespugli spinosi.<br />
E poi, sul retro – dove c&#8217;erano le cucine: me lo ricordo bene – c’era un sentiero sterrato che, dall’albergo/villa – appunto – conduceva sino all&#8217;aperta campagna.</p>
<p>Io me ne stavo accovacciato su un ciglio che dava su una piccola valle fluviale. Colline e collinette ovunque.<br />
 <br />
Erba alta, cicale che cantavano in continuazione, cielo sereno, forse leggermente velato.<br />
O forse no.<br />
Non so a che cosa stessi pensando, ma io ero solo già da allora e, in fondo, lo sono stato sempre.<br />
Probabilmente non stavo pensando a nulla.<br />
 <br />
Tutto accadde in un istante: le cicale smisero di cantare, un sibilo acutissimo e poi una scia di fumo nero che attraversò lo spazio davanti a me.<br />
Quindi un impatto, a circa 7/800 metri da dove sedevo, quasi sul fondo del canalone che avevo davanti.<br />
Udii un tuono sommesso che fece vibrare la terra su cui sedevo.<br />
 <br />
E poi…Poi il silenzio più tombale che io possa ricordare.<br />
 <br />
Io rimasi a guardare e pensai subito, allora come adesso, &#8220;<em>è caduto qualcosa dal cielo!</em>&#8220;.<br />
&#8220;<em>Forse una stella cadente di giorno</em>&#8220;!<br />
 <br />
Un attimo di esitazione e poi VIA!: mi alzai e mi misi a correre verso il luogo dove &#8220;qualcosa&#8221; doveva essere caduto.<br />
Niente fumo. Niente fiamme. Niente rumore.<br />
 <br />
Ma, dopo (penso) qualche centinaio di metri, incominciai a sentire un odore pungente che ancora mi pare ristagni in qualche angolo delle mie narici e della mia testa.<br />
Non so che odore fosse.<br />
Non mi fermai, ma rallentai.<br />
 <br />
Fu allora mi accorsi che il terreno su cui camminavo crocchiava.<br />
Guardai in basso: era tutto nero. Tutto nero come carbone. Cenere nera e cristalli scuri (o qualcosa che mi ricordava i cristalli) ovunque.<br />
 <br />
Ero un incosciente già allora, in fondo.<br />
E dunque non mi fermai.<br />
 <br />
Quello che vidi alla fine della mia corsa è la Memoria più vivida e meravigliosa della mia Vita: e vi prego di credermi.</p>
<p>Il terreno era ricoperto di pietre scure, simili a grani di carbone, ma più lucide e brillanti. Sabbia riarsa? Ceneri vulcaniche?<br />
Non lo so.</p>
<p>So che il terreno finiva in una radura ai piedi di un leggero declivio e quindi, di lì a qualche decina di metri, iniziava un nuovo pendìo.<br />
Una nuova ascesa.<br />
Una nuova collina.</p>
<p>E c’erano degli alberi contorti. Ne contai dodici.<br />
Erano ulivi.</p>
<p><img id="image441" title="Landscape-01.jpg" alt="Landscape-01.jpg" src="http://www.lunexit.it/trueplanets/wp-content/uploads/2007/12/Landscape-01.jpg" /></p>
<p>Un filare di dodici ulivi, allineati alla buona, ed al termine di quel curioso filare, intravedevo alcuni metri di fitto sottobosco.</p>
<p>Camminai attraverso quella <em>strada</em> fatta di alberi e rapidamente giunsi alla sua fine.<br />
Allora, accanto all’ultimo fusto ritorto, vidi una sedia.</p>
<p>E sulla sedia, seduto – tranquillamente – c’era un uomo. Un vecchio.<br />
Indossava una giacca scura che credo fosse di fustagno. Pantaloni a coste larghe. Scarpe scure e polverose. Viso scavato, occhi chiari. Direi brillanti: color celeste acqua.</p>
<p>Forse.</p>
<p>Il vecchio stava seduto a guardare quel paesaggio irreale e le sue labbra si muovevano appena, come se stesse rimuginando qualcosa fra sé e sé.<br />
Notai che le sue mani, dalle dita curve e ritorte come i rami degli ulivi che lo circondavano, stringevano un rosario.<br />
Credo che stesse pregando.</p>
<p>Io non avevo nulla da dire. O forse si, ma non riuscii a dire nulla.<br />
Mi sedetti, accanto a lui. Mi distesi e guardai il cielo. Era azzurro: azzurro intenso. Bello, luminoso e vivo.</p>
<p>In quei giorni i miei occhi erano ancora più che eccellenti e quindi non mi fu difficile notare che c’era qualcosa, lontanissima, che pareva sfavillare come una stella diurna.<br />
Fissai il cielo e la stella diurna si rivelò per quello che era: una forma allungata e dai contorni annebbiati.<br />
Una forma di color argento.</p>
<p>Fu allora che sentii le mie braccia e le mie gambe pesantissime. Ebbi l’intenzione di alzarmi e di mettermi comodo per guardare meglio quell’oggetto, ma le braccia e le gambe, per degli istanti che ancora avverto come eterni, non mi risposero.<br />
E neppure le mascelle, che si erano serrate sino a farmi male.<br />
Cercai di parlare, ma non riuscii ad aprir bocca.<br />
Cercai di deglutire, vanamente.<br />
Cercai anche di strisciare via, ma mi accorsi che avevo qualcosa “dentro” che mi fermava.</p>
<p>Avete mai avuto un incubo nel quale, a fronte di una minaccia incombente, tentate di scappare via, di correre, di allontanarvi in fretta?<br />
Se la vostra risposta è “si”, allora sapete anche voi quello che succede in quei casi: succede che il tempo rallenta, l’aria diventa spessa e pesante e qualsiasi azione, anche la più semplice, diventa impossibile a compiersi. Anche il movimento più naturale si trasforma in un qualcosa di difficilissimo, goffo e malfatto.<br />
Anzi: in qualcosa di impossibile a farsi.<br />
Si resta immobili.<br />
Pietrificati.<br />
In balìa di un Destino che non comprendiamo e che sembra calare su di noi come un muro materializzatosi dal nulla.</p>
<p>E così ero io: lì per terra, con gli occhi rivolti al cielo, il respiro sempre più pesante, i muscoli pietrificati e la paura. Una paura che cresceva di istante in istante.</p>
<p>Poi ricordo luce. Luce color argento e rosso, Riflessi rossi.</p>
<p>Un senso di sospensione e di interruzione: tutto si era fermato. Anche il mio cuore, suppongo. Ero lì, ma ero anche in un altro posto.<br />
Ma non saprei dire quale posto&#8230;</p>
<p>Avvertivo un grande senso si peso, come se la gravità – per me – fosse improvvisamente diventata insostenibile.<br />
E quindi, improvvisamente, il risveglio: un senso di caduta libera, il vuoto.<br />
Il lento risvegliarsi del corpo.</p>
<p>Il peso che avevo sul cuore era sparito, ma le mascelle mi facevano ancora male. Potevo – a fatica – deglutire. La mia maglietta era bagnata fradicia: avevo sudato ed avevo il collo ricoperto della mia stessa saliva.<br />
Avevo anche sbavato, certamente.</p>
<p>Sentivo un sapore acido in bocca, avevo le orecchie semi-tappate ed i muscoli dolenti.<br />
Ma ero nuovamente libero.<br />
E dunque mi alzai.</p>
<p>Non c’era assolutamente nulla intorno a me, tranne i due filari di ulivi ed un terreno che pareva essere stato completamente bruciato.<br />
Il vecchio e la sua sedia erano ovviamente scomparsi ed io, piccolo ma razionale, realizzai che avevo avuto un incubo assurdo. Forse – anzi: di certo – avevo anche camminato e corso.<br />
Ma dovevo averlo fatto mentre dormivo.<br />
Come un sonnambulo…</p>
<p>Era accaduto qualcosa: questo lo sapevo. Ne ero certo. Ma sul “che cosa” non avrei potuto dire nulla: né allora, né adesso.<br />
I miei ricordi lucidi si fermavano alla scia di fumo ed al tuono silenzioso. Il resto era una sorta di sogno/incubo/visione.</p>
<p>Tornai all’albergo, camminando lentamente e cercando di fissare nella mia memoria quello che era accaduto.</p>
<p>Ricordo che raccontai qualcosa a mamma e papà, ricavandone un plauso alla mia fervida immaginazione.</p>
<p>Le notti che seguirono le passai, per lunghe ore, con i miei, sul retro dell’albergo, a guardare il cielo.<br />
La Via Lattea, allora ed in quel luogo, dominava la notte ed era uno spettacolo meraviglioso.<br />
Non credo di averla più rivista così chiara come in quelle notti.</p>
<p>Poi, dopo qualche giorno di maltempo (un maltempo fatto di improvvisi e violenti &#8211; ed indimenticabili! - temporali) e qualche giorno di Sole, venne l&#8217;ora di andare via.</p>
<p><img id="image442" title="Landscape-02.jpg" alt="Landscape-02.jpg" src="http://www.lunexit.it/trueplanets/wp-content/uploads/2007/12/Landscape-02.jpg" /></p>
<p>Valigie fatte in fretta, qualche bacio a qualcuno che dovevo aver conosciuto lì, ma che ora si è perso nelle nebbie del tempo; una camminata nel Sole del mattino (anzi: del tardo mattino!) dall’albergo sino alla stazione.</p>
<p>Caldo intenso. Ancora.</p>
<p>Attesa del treno. Osservavo i binari, la minuscola stazione, un ponte non troppo lontano. Mio papà scattava fotografie.<br />
Mia mamma indossava un abito intero colorato: sfondo blu con fiori rossi.<br />
Cicale che cantavano.<br />
Attesa, trepidazione, osservazione dei dintorni.<br />
Poi – finalmente – il convoglio arriva, sbuffa, si ferma.</p>
<p>Saliamo. I bagagli sono rapidamente sistemati nello scompartimento, mio padre se ne va in corridoio ed abbassa un finestrino. Poi mi chiama.<br />
Qualche istante e sento che le porte sbattono ed il convoglio accenna a muoversi.<br />
Raggiungo mio padre e guardo fuori dal finestrino.</p>
<p>C’era una sorta di magazzino, dipinto di bianco, proprio accanto al binario principale. La porta del magazzino era chiusa.<br />
Quel magazzino – lo avevo guardato bene mentre aspettavamo il treno – era sempre chiuso. Chissà che cosa conteneva…</p>
<p>Ma fuori, appoggiato a quel muro che rifletteva i raggi intensi del Sole d’Agosto, c’era – ed ora potevo vederla bene – una sedia. E su quella sedia, seduto, ecco ancora il vecchio che avevo visto alla fine della mia corsa immaginaria.<br />
Alla fine del mio strano sogno.<br />
Alla fine dell’incubo che, ancora oggi come vi dicevo, di quando in quando torna a farmi visita.</p>
<p>Il treno aveva già preso velocità quando io cercai di sporgermi per guardare meglio, ma mio padre mi afferrò e mi tenne indietro.<br />
“<em>Stai attento! Che fai? Ti vuoi buttare di sotto?</em> – disse”.</p>
<p>Eravamo già sul ponte in ferro che sovrastava il fiume e segnava la fine (o l’inizio, a seconda della direzione di marcia…) del paese. La stazione, la villa, le terme, il vecchio…Tutto era rimasto indietro e stava già dissolvendosi nella canicola.</p>
<p>A Contursi non sarei mai più tornato.</p>
<p align="center">***</p>
<p align="left">Questa novella breve è dedicata a Contursi (un bellissimo paese che occupa un grande posto nei miei ricordi d&#8217;infanzia), ai miei Genitori (perchè mi portarono lì, anche se io non avevo voglia di andarci&#8230;) ed al mio Caro Amico e Compagno di Penna, <strong>Giuseppe Spina</strong>, con il quale, da qualche anno, condivido &#8211; sia pure solo &#8220;virtualmente&#8221; - tanti pensieri, parole, opere&#8230;ed omissioni.</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Ashes to Ashes&#8230; &#8211; di Paolo C. Fienga</title>
		<link>http://www.lunexit.it/trueplanets/2006/04/25/ashes-to-ashes-di-paolo-c-fienga/</link>
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		<pubDate>Tue, 25 Apr 2006 17:58:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>info</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[In questi giorni si compie l’undicesimo anniversario della morte di mio Nonno, Leone Guerra.
Questo articolo vuole essere il mio modesto contributo alla Sua &#8211; per me e per tutti coloro che lo hanno conosciuto &#8211; indelebile Memoria.

Mio Nonno non era uno Scienziato, ma qualche idea sul “Senso della Natura” è stato capace di darmela.
E’ stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni si compie l’undicesimo anniversario della morte di mio Nonno, Leone Guerra.<br />
Questo articolo vuole essere il mio modesto contributo alla Sua &#8211; per me e per tutti coloro che lo hanno conosciuto &#8211; indelebile Memoria.</p>
<p><img id="image100" title="IMG_1824.jpg" alt="IMG_1824.jpg" src="http://www.lunexit.it/trueplanets/wp-content/uploads/2006/04/IMG_1824.jpg" /></p>
<p>Mio Nonno non era uno Scienziato, ma qualche idea sul “Senso della Natura” è stato capace di darmela.<br />
E’ stato capace di darmela raccontandomi, sin da quando io ero ancora un bambino, di quello che i suoi occhi riuscivano a vedere, talvolta con semplicità, talvolta sforzandosi.<br />
Quando mio Nonno era un ragazzo eravamo nei primi anni del Ventesimo Secolo ed il Mondo – adesso posso dire di averlo capito bene anch’io – doveva essere proprio diverso&#8230;<br />
Comunque sia, Nonno Leone mi ha aiutato ad afferrare, almeno in parte, il “Senso della Natura” e questo “Senso”, a mio modo di vedere, costituisce la base ottimale su cui coloro che hanno non solo una certa predisposizione, ma anche un buon interesse, possono (anche se vorrei dire “devono”&#8230;) costruire un percorso conoscitivo della realtà il quale sia capace di poggiare non solo sulla Conoscenza Razionale, acquisita mediante lo studio, ma anche sull’Osservazione Diretta, acquisita mediante la sensibilità.<br />
Sulla “capacità di guardare e, guardando, di vedere” insomma, anche se, come tutti sanno, spesso gli occhi&#8230;ingannano.</p>
<p>Mio Nonno non era un Santo e lui stesso me lo aveva detto e ripetuto tante volte: lui era stato un Soldato – un “Ragazzo del ’99”, ad essere precisi – ed i Soldati come lui, se volevano compiere il proprio dovere sino in fondo (e, nel contempo, essere capaci di restare vivi, al fronte) non potevano permettersi di essere dei “Santi”.</p>
<p>Però mio Nonno era anche – e sicuramente – un Uomo di Fede. Una Grande Fede.<br />
Una Fede genuina, travolgente, autentica e, forse – alle volte –, anche piuttosto ingenua (oggi si direbbe “naif”), ma certo era una Fede vera: intoccabile ed inattaccabile.<br />
E la Strada della Fede, come sanno tutti, non sempre si sposa bene con quella della conoscenza razionale. Anzi: non si sposa affatto con essa.</p>
<p>Ecco, mio Nonno era così: un Osservatore della Natura (che cercava di cogliere e di capire attraverso gli occhi) ed un Cercatore della Trascendenza, di Dio.<br />
Un Dio (spesso elusivo, come nei “giorni di guerra”) che cercava di cogliere e di capire attraverso il cuore.<br />
Non so se, negli ultimi istanti della sua Vita, questa sua “dualità” lo abbia aiutato, suggerendogli il percorso finale da seguire, oppure se gli abbia “confuso” i passi, facendolo dubitare.<br />
Questo non può saperlo nessuno. Oggi.</p>
<p>Quello che so è che i suoi insegnamenti – mai imposti e sempre suggeriti – mi sono stati di aiuto, nella Vita, per capire, anche nei momenti più scuri e difficili, quale strada seguire e, soprattutto, quale spirito adottare per seguirla.<br />
L’acutezza nell’osservazione e dell&#8217;osservazione, unita all’umiltà di giudizio (alla prudenza, insomma) ed alla consapevolezza che il dominio sulla Verità non è un dominio di questo mondo, sono i tasselli fondamentali del Metodo che mi ha insegnato lui e che io cerco di adottare, da sempre.</p>
<p>Oggi, ad undici anni dalla sua morte (ed a molti di più dalla mia fanciullezza), mi occupo di Scienza e di Divulgazione della Scienza. Un percorso difficile, fatto proprio di osservazione, di metodo, di razionalità e, alle volte, anche di Trascendenza.<br />
Una Trascendenza che affonda le sue origini in quella stessa Scienza che cerco di spiegare, con semplicità, agli altri.<br />
Ma un buon “suggeritore” – poiché definirmi “Insegnante” mi pare proprio fuori luogo – deve sapere “come” proporre gli argomenti.<br />
Un buon “Divulgatore” deve essere resistente, ma pure flessibile.<br />
Deve essere attento ed esigente, ma anche comprensivo.<br />
Deve essere accattivante e preciso, ma anche e soprattutto semplice.</p>
<p>Ad esempio, l’idea di pubblicare, accanto ai <em>frames</em> (e cioè alle immagini che arrivano dallo Spazio), le <em>Captions</em> (e cioè i commenti) <strong>NASA</strong> originali per essi predisposte, è figlia del tentativo di aiutare i Lettori a capire meglio quello che stanno guardando mediante la proposizione di un modello esplicativo semplice, stringato e, almeno in teoria, assolutamente affidabile ed accreditato.</p>
<p>“<em>Lasciamo parlare chi sa</em>”: questa era ed è la filosofia.</p>
<p>In qualità di Ricercatore (e di Fondatore dell’Associazione <strong>Lunar Explorer Italia</strong>) io cerco – a volte riuscendoci di più ed altre volte (come ovvio ed umano) di meno – di dare poco/pochissimo spazio alle derive intellettuali di stampo complottistico (e/o di &#8220;congiura globale&#8221;) le quali individuano, in ogni &#8220;silenzio&#8221; (così come in ogni dichiarazione “spuntata” e/o “lacunosa” di “Coloro che Sanno”), un possibile (se non certo) segnale di occultamento (oggi si chiama “cover-up”).<br />
Pensate: si è parlato e si parla di cover-up – inter alia – per <em>Roswell</em>, per l&#8217;assassinio di <em>John Fitzgerald Kennedy</em>, per lo sbarco sulla Luna e, venendo a tempi recenti, per gli attentati del “<em>September Eleven</em>” (o “9/11”).</p>
<p>Si parla, tanto, spesso avendo pochi dati a disposizione, e si finisce con il dire – questo non sempre, ma probabilmente ed inevitabilmente molto spesso – delle solenni stupidaggini.<br />
Su questo concetto mi sono già pronunciato in passato, dunque scusate la ripetizione.<br />
Mio Nonno mi diceva “<em>Quando non sai, sta zitto e ascolta: nella peggiore delle ipotesi non ti noterà nessuno; nella migliore, avrai imparato qualcosa</em>”.</p>
<p>Già: un ottimo insegnamento.</p>
<p><img id="image102" title="CloudsandClouds.jpg" alt="CloudsandClouds.jpg" src="http://www.lunexit.it/trueplanets/wp-content/uploads/2006/04/CloudsandClouds.jpg" /></p>
<p>Ma veniamo ad oggi, ai commentini <strong>NASA</strong> “spuntati” ed alle deduzioni che, sempre più spesso, traiamo da essi: ebbene io non credo nel cover-up assoluto, ma ho la sensazione – sempre più forte – che la nostra Scienza (perché qui, su queste pagine, è di Scienza che si parla) non sia in grado di rispondere alle domande davvero interessanti che l&#8217;Esplorazione Spaziale ci spinge a porci.</p>
<p>Qualcuno ha detto che un’immagine parla più di cento libri: e secondo me questo è vero.<br />
E da un libro (un buon libro) nascono almeno mille domande.<br />
Ma allora, se queste premesse sono corrette, da mille “immagini”, quante “parole” e, quindi, quante “domande” nasceranno mai?!?</p>
<p>Io rispetto la <strong>NASA</strong> (perché è &#8211; anche &#8211; grazie ad essa che ho iniziato ad amare la Scienza), come è giusto che sia, ma non la sopravvaluto: a mio parere, infatti, molti dei suoi silenzi e delle sue spiegazioni – ribadisco: sempre più ripetitive, banali e scontate – non credo che sìano (completamente, almeno) figlie di una &#8220;Congiura Globale&#8221; la quale è finalizzata a mantenere il Genere Umano nell&#8217;ignoranza più totale e bestiale, mentre in pochi (gli “Eletti”?) crescono, evolvono e, ovviamente, mantengono il potere.</p>
<p>Io credo che l’atteggiamento della <strong>NASA</strong>, almeno in larghissima misura (dalla dichiarazione più datata per giungere sino alla più recente), sia figlio non solo e non tanto dell&#8217;ignoranza “tout-court”, ma anche dell&#8217;arroganza di sapere.<br />
L’arroganza di coloro che pretendono di avere sempre una risposta (peraltro giusta) a tutti i quesiti che un uomo si può porre (ed anche in Italia, di “Scienziati” che rispondono a questo stereotipo ce ne sono diversi, non credete?!?&#8230;).</p>
<p>Io credo che i sempre più stringati (e, alle volte ormai, così saccenti dal risultare anche tristemente irritanti) commenti della <strong>NASA</strong> – o di qualsiasi altra Agenzia Spaziale – alla quasi totalità dei frames proposti trovino la loro ragione di essere nel semplice fatto che la Verità è oltremodo complessa, decisamente lontana da noi e dal nostro modo di pensare (scientificamente) e quindi – ad oggi – sostanzialmente inafferrabile.<br />
Certo non inafferrabile in assoluto, ma inafferrabile “al momento”!</p>
<p>Inafferrabile almeno fintanto che non proveremo ad allargare, di almeno di un “paio di gradi”, quella finestra sull’Universo ed i suoi fenomeni che la nostra Scienza Consolidata (in origine fondata sulla Matematica, il Raziocinio e l’Osservazione, ma che oggi – anzi: almeno da mezzo secolo – si regge anche su Dogmi e Professioni di Fede) pretende di mantenere socchiusa.<br />
Tranquillamente socchiusa, perché – in fondo – se molti dicono che la Verità rende Liberi, altri sono sempre più convinti che la Verità, invece, “fa paura”.<br />
Fa “solo” paura.<br />
E paura di che cosa?</p>
<p>Paura, per esempio, di scoprire che l’Universo ha un ordine, ma che quest’ordine non è quello che pensavamo e pensiamo; paura di capire che, tra le fondamenta esatte della nostra Scienza, ve ne sono anche di fallaci; paura di riscrivere un’infinità di libri e di doverci, conseguentemente, confrontare con una marea di errori (alcuni, forse, terribili); paura di dire “caspita: ho sbagliato!”.</p>
<p>Ed è per questi motivi che, alla <strong>NASA</strong> come all’<strong>ESA</strong> e come in tante Scuole ed Istituzioni Scientifiche (in Italia, in Europa e nel Mondo), si continua a parlare ed a fornire risposte anche quando l’unica cosa da dire e da fare sarebbe quella di sedersi, tirare un sospiro e poi esprimere un franco ed intellettualmente onesto “&#8230;<em>Non lo so</em>&#8230;”.</p>
<p>Un “<em>non lo so</em>” che, nel tempo, ci potrebbe portare a capire – tra un passo e l’altro – che, al termine del percorso (di ogni percorso terreno, sia esso Scientifico, Filosofico o meramente Umano), l’Uomo non solo non risulta essere il Centro dell’Universo, o della Via Lattea, o del Sistema Solare, ma neppure – forse – il centro della “sua” stessa Terra.<br />
Neppure il centro della “sua” stessa Vita.</p>
<p><img id="image103" title="IMG_1868.jpg" alt="IMG_1868.jpg" src="http://www.lunexit.it/trueplanets/wp-content/uploads/2006/04/IMG_1868.jpg" /></p>
<p>Dietro alle migliaia di vane parole che gli “Scienziati” attaccano alle “Immagini dell’Universo” c’è – forse – il solo tentativo di seppellire la inevitabile consapevolezza (maturata attraverso l’apprendimento e l’esperienza) di non essere affatto dei “Primi Attori”, ma solo delle piccole “comparse”.<br />
C’è la paura di non essere degli “Eruditi Maestri”, ma solo dei “mediocri discepoli”.</p>
<p>E qui mi ritorna in mente, ancora una volta e per un’ultima volta, mio Nonno Leone, con la sua semplicità e la sua acutezza; con la sua capacità di osservare e di dedurre, ma anche con la sua inclinazione ad interpretare gli eventi della Vita, al pari dei fenomeni della Natura, in una chiave più sottile e rivolta – come dicevo – anche alla Trascendenza, all&#8217;Oltre ed all’imponderabile.</p>
<p>Una chiave rivolta, in fondo, a Dio.</p>
<p>E così ragionando mi sembra di capire che l’ultima paura che tanti “Scienziati” ed &#8220;Uomini di Scienza&#8221; hanno - forse la più grande, quella capace di soffocare il giusto silenzio con fiumi di vane parole - è quella di scoprire, razionalmente e scientificamente (e, dunque, “in via definitiva ed inequivocabile”, così come piace dire a costoro) che, in fondo, non siamo nulla se non un battito d&#8217;ali nel tramonto.</p>
<p>Oppure, proprio come mi diceva mio Nonno, che “<em>Polvere siamo, e Polvere ritorneremo</em>”.<br />
 </p>
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