True Planets

5 luglio 2008

MARTIAN BERRIES: TESTIMONI ATTUALI DI UN PASSATO REMOTO – del Dr Gualtiero La Fratta

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Molto si è detto, scritto e teorizzato, sino ad ora, sui Martian Berries (noti anche come “Frutti di Bosco” o “Mirtilli Marziani”) ed indubbiamente la loro diffusione e la loro peculiare morfologia li hanno resi dei veri e propri oggetti del mistero.

Spesso, nel corso delle discussioni avvenute su Lunexit, si è cercato di evidenziare come un’analogia morfologica non voglia sempre comportare una corrispondenza sostanziale; questa confusione, infatti, è frutto dell’entusiasmo e della voglia di capire, di rendere più vicino a noi quel mondo così lontano.
Come Geologo, sono abituato a cercare principalmente la spiegazione più semplice e razionale ai fenomeni o ai processi naturali che mi trovo a dover comprendere o studiare, ed è quello che farò nel redigere questa breve trattazione.
Prima di continuare la lettura di questo articolo consiglio al lettore di valutare lo scritto inerente all’argomento eseguito dal Dr. P. Fienga sul Blog “True Planets” e intitolato “I Polmoni di Marte”, in quanto studio esaustivo e accurato e teoria alternativa sull’origine di questi corpuscoli.
Ma per cercare di comprendere la natura dei Mars Berries, tuttavia, occorre – a mio parere – tornare indietro nel tempo, quando il Pianeta Rosso era ancora dominato da un paleo-oceano di notevole estensione ed occorre altresì paragonare quell’ambiente primordiale a quello analogo terreste.
In effetti, le analogie tra i due Pianeti sono molte (Marte non è casualmente classificato come “Pianeta di Tipo Terrestre”) ed i fenomeni fisici dominanti su entrambi i Corpi Celesti sono logicamente relazionabili, pur dovendosi considerare alcune sensibili differenze (in termini gravitazionali, geomagnetici e geologico-geofisici).

In Geologia vige un Principio, detto “Attualismo” (si veda Sir Charles Lyell – 1831), in virtù del quale i processi geologici in corso nel presente (ergo nell’attualità), si presume che abbiano agito in ugual misura, e gradualmente, durante il passato.
Se questo Modello vale per la Terra, allora, è logico dedurre che esso possa considerarsi valido anche su un pianeta simile al nostro, per lo meno durante le fasi primitive della sua evoluzione, e cioè quando l’attività geologica di Marte era nel suo culmine.
Poi, a mano a mano che il Pianeta Rosso si “spegneva”, il risultato di questa attività andava congelandosi sino a raggiungere lo stato attuale.

Se torniamo indietro nel tempo, durante gli eoni azoicocriptozoico – ossìa tra i 4,5  ed i 2,5 miliardi di anni or sono –, molte delle (attuali) diversità tra i due Pianeti che stiamo esaminando, scompaiono o, comunque, si attenuano sensibilmente.
L’aspetto della Terra e di Marte, in quella lontana epoca, doveva essere alquanto simile – se non altro perché, su entrambi i Mondi, dovevano essere attivi gli stessi processi geofisici e planetari.

Fatte queste premesse proviamo a considerare i Berries alla luce dei dati divulgati dalla NASA.
L’Ente Spaziale Americano dichiara che queste sferule sono composte per lo più da Ematite (Fe2O3), un minerale tipico di ambienti formazionali “umidi” e ricchi di O2. Viene detto, inoltre, che i Berries sono stati riscontrati non solo in superficie, come componente detritica del suolo, ma anche come elementi propri della roccia sedimentaria presente come substrato.
Sulla Terra, i giacimenti più prolifici di Ematite si trovano in corrispondenza della formazione geologica conosciuta come “Banded Iron Formation”.
Questi sedimenti, risalenti a 3,5 – 2,5 miliardi di anni fa, si sono formati nei paleo-oceani, quando la chimica dell’Atmosfera e della Idrosfera erano ben diverse dalle attuali.
Il Ferro ed i metalli pesanti abbondavano nei mari della preistoria e l’anidride carbonica era, di fatto, molto più diffusa di quanto non lo sia oggi.
Eppure, qualcosa stava gradualmente cambiando; per la prima volta, infatti, si  stava diffondendo nell’atmosfera, partendo dagli oceani, un gas “nuovo”: l’Ossigeno.

Fu quindi grazie ai processi fotosintetici dei primi cianobatteri che gli Oceani Primordiali presero a colorarsi di rosso: il Ferro contenuto in soluzione nelle acque si ossidò e cominciò a sedimentare la Banded Iron Formation.

Ora, possiamo azzardarci a dire che uno stesso, magari identico processo, potrebbe avere interessato anche Marte?
Molto probabilmente la risposta è affermativa.
Come spiegarsi, altrimenti, la presenza di tutto l’Ossigeno necessario a formare l’Ematite di cui sono composti i Martian Berries?
Come giustificare la presenza di acqua allo stato liquido la quale era necessaria (rectius: ESSENZIALE) alla formazione delle sferule e che è testimoniata/dimostrata, fra l’altro, dall’esistenza, in svariati punti della Superficie Marziana ed in molte delle sue estensioni pianeggianti (quale, appunto, la Regione di Meridiani Planum), di rocce sedimentarie, se non addirittura evaporitiche? (ed a tal proposito si veda l’articolo, sempre redatto dal sottoscritto e pubblicato su True Planets, dal titolo “Osservazioni su Meridiani Planum”)?

Esaminiamo, a questo punto i fondali oceanici terrestri attuali; noteremo, sul fondo, delle enormi distese ricoperte in superficie da corpuscoli chiamati “Noduli di Manganese”.

Guardateli…Non vi ricordano i Berries di Meridiani?!?…(nel primo frame: una distesa di Noduli di Manganese e, nel secondo, un ingrandimento di alcuni)

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Questi oggetti, caratterizzati da forme (che vanno da quella sferica tradizionale ad una decisamente più appiattita) e dimensioni (andanti dai pochi millimetri per arrivare sino a 20 cm ed oltre) più svariate, sono costituiti – per lo più – da Idrossidi ed Ossidi di Ferro e Manganese aggregati intorno ad una particella centrale, fondamentalmente di origine organica (endo ed esoscheletri, o frammenti di questi) o detritica (es.: pulviscolo spaziale o vulcanico, detriti di origine varia).
I fenomeni che portano alla formazione e alla crescita di questi noduli sono svariati e vanno dalla precipitazione chimica, all’almirolisi (*) dei basalti “mor” (**), all’attività biologica marina.

Possiamo, dunque ed in qualche modo, paragonare i Noduli di Manganese Terrestri ai Berries Marziani?
Forse.
Si potrebbe teorizzare, infatti, che i fenomeni chimici e probabilmente biochimici agenti nel paleo-oceano marziano di Meridiani abbiano potuto formare queste sferule che ora si trovano sia nella roccia sedimentaria affiorante (vedi il frame pubblicato qui di seguito il quale ci mostra un Martian Berry inglobato nella Matrice Rocciosa),

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sia come componente detritica del Regolite Marziano.

Nei milioni di anni duranti i quali sopravvisse l’Oceano Marziano di Meridiani Planum, si crearono dei bacini deposizionali in cui sedimentarono le rocce contenenti i Berries.
Successivamente, i  processi degradativi-deposizionali agenti nei miliardi di anni sulla superficie del Pianeta Rosso avrebbero asportato le sferule dai corpi litologici originari, liberandoli dalla matrice rocciosa più facilmente erodibile rispetto alle sferule in questione.
Si  tratterebbe sostanzialmente di un fenomeno conosciuto come “erosione selettiva”, comunemente attivo sul nostro Pianeta (ad esempio nelle aree desertiche dove solo i frammenti di roccia più resistenti persistono sotto forma di clasti di dimensioni medie variabili dalle ghiaie, alle sabbie). – vedi il frame che segue il quale mostra un agglomerato di Berries ricoprenti il substrato roccioso di Meridiani Planum.

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Infine, poiché l’Idrosfera Marziana era sicuramente simile – ma certo non uguale! – a quella terrestre (ed ebbe, molto probabilmente, un’esistenza relativamente breve e limitata da fenomeni catastrofici globali) e, poiché l’attività geologica si fermò alcuni miliardi di anni, possiamo ragionevolmente supporre che sin da allora le dimensioni e la composizione dei Berries si siano stabilizzate in quelle attuali.

Comunque, muovendomi sia oltre le ipotesi di Fantasia e/o “Di Frontiera”, sia oltre le attuali (e, forse, troppo ottimisticamente definitorie) ipotesi “Tradizionali”, ritengo che solo degli studi dettagliati ed effettuati in futuro e – preferibilmente – in loco (!) potranno svelare in maniera definitiva i segreti di questi curiosi oggetti, a noi e per noi ancora – e purtroppo… – totalmente alieni.

Note:

(*) processo di degradazione e modificazione delle  rocce oceaniche a contatto con l’acqua marina, capace di mobilizzare ioni.

(**) mid ocean ridge basalts; vedi rocce effusive basiche che fuoriescono dalle dorsali medio-oceaniche.

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