True Planets

20 aprile 2008

Ombre Rosse – di Paolo C. Fienga (prima parte)

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“…A volte, prima di domandarsi se esistono Forme di Vita Intelligente nell’Universo, bisognerebbe andare a verificare se ce ne sono sulla Terra…” (anonimo)

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La questione relativa alla possibile esistenza di Forme Vitali Indigene su Marte, se osservata attraverso il prudente (e, forse, – alle volte – anche un po’ miope) occhio della Scienza Convenzionale, è storicamente esauribile in poche parole.

Eccole:”…Se (su Marte) di Forme Vitali Indigene ne sono mai esistite, esse si sono estinte da tempo. Forse, in qualche Regione del Pianeta, se cerchiamo bene e se saremo fortunati, potremmo trovare dei micro-organismi fossili rimasti intrappolati nel ghiaccio, o nei sedimenti o nel sale (come si è provato a suggerire in questi ultimi giorni): ma si tratta comunque di un’eventualità remota. Forme Vitali “Complesse” sul Pianeta Rosso? No grazie…”.

Le ipersemplificazioni sono uno strumento didattico periglioso: si sa. Lo sappiamo noi e lo sapete Voi.

Diciamo che lo sanno tutti.
Ma un pizzico di semplicità, alle volte, sebbene esso possa non rendere giustizia ai sacrifici investigativi di tanti Scienziati, serve a far vedere meglio le cose.

Diciamo che, usando una metafora, se si osserva un Continente con un approccio ed uno spirito scientificamente analitici (rectius: iper-analitici e super-pragmatici), nel Tempo e con il Tempo si riuscirà, molto probabilmente, a metterne a fuoco (più o meno) bene alcune regioni interne, ma non se ne vedranno probabilmente mai (laddove “mai” è da intendersi nel senso di “non entro limiti di tempo ragionevoli e ragguagliabili alla durata media della Vita Umana”) i confini.

D’altro canto, se provassimo ad osservare un Continente con spirito moderatamente analitico e sufficientemente pragmatico, sarebbe possibile (anzi: è certo) che avremmo delle enormi difficoltà nella messa a fuoco dei particolari tipici delle diverse regioni che lo formano ma, con ogni probabilità – ed almeno a parere di chi scrive –, riusciremmo ad (intra)vederne con una più che discreta approssimazione i confini entro un relativamente breve arco di Tempo.

Ora qualche Santo Detrattore (ce ne sono sempre, a volte sono utili e quindi, a ben guardare, occorre tenerli in debito conto) dirà che “I Tempi della Scienza non possono – e forse non devono – coincidere con i Tempi dell’Uomo”.

Si, certo.
Giusto.
Sacrosanto.

O forse no.
Forse questo è un altro di quegli “intoccabili” Postulati della Scienza Positiva che chi scrive, assieme a tantissimi altri Ricercatori di tutto il Mondo, proprio non riesce, se non a condividere, quanto meno a giustificare pienamente.

Non oggi, almeno. Non se consideriamo i mezzi dei quali disponiamo.

Ma bando alle generalizzazioni.
Parliamo solo di Astronomia ed Astrofisica (con un pizzico di Astronautica, che non guasta…).

Diciamo che l’Astronomia e l’Astrofisica hanno i loro tempi ed il loro Modus Operandi et Procedendi.

Tempi e modi i quali, come la Storia ci insegna, richiedono anni di ricerca, sviluppo e metabolizzazione dei risultati di volta in volta ottenuti. A tal proposito, permettetemi di citare un piccolo paradosso che creai sui banchi dell’Università, durante un “quarto d’ora di distacco mentale” dalle parole del Professore, parecchi anni addietro.

Si chiama “Paradosso della Scoperta Scientifica” e recita così: “Il riconoscimento e la successiva  metabolizzazione di una Scoperta avente un valore Scientifico sono processi tanto più lenti, incerti e farraginosi, quanto maggiore è l’evidenza e l’incontestabilità della Scoperta stessa“.

Dunque le “Scoperte”, nel campo dell’Astronomia e dell’Astrofisica, per essere “riconosciute e validate” dalla Comunità che, nel “fare” la Scienza, la “modella” anche nei suoi dettagli più minuscoli, occorrono anni (se va bene).

Spesso occorrono decenni.

E talvolta, almeno per le tematiche cosiddette “maggiori” – citiamo, ad esempio, la problematica relativa all’estensione fisica dell’Universo; quella che discute il ruolo e la portata della Gravità quale singolo elemento inserito nel novero delle Forze che lo mantengono in equilibrio; il tema del rapporto fra Spazio e Tempo; le discussioni che attengono gli “scopi” e la “meccanica” dei Buchi Neri etc. – (soggetti tutti che, sempre a mio parere, fanno però più parte della Filosofia della Scienza Astronomica piuttosto che della Astronomia e dell’Astrofisica in sé), occorrono secoli per “capire” qualcosa.

Anzi: non per capire qualcosa in senso definitivo e definitorio.

Diciamo che occorrono secoli per giungere ad afferrare il senso e la (eventuale) correttezza di alcune delle assunzioni iniziali e quindi per riformulare in maniera più esatta e compiuta le domande che erano state poste all’inizio della ricerca.
Insomma: è difficilissimo che il Lavoro di un Astronomo e/o di un Astrofisico “creativo ed innovatore” riesca ad esaurirsi in un arco di Tempo che risulti comparabile a quello della sua vita (ed a tal riguardo poco importa quanto questo Scienziato Immaginario sia o possa essere bravo, competente e, magari – perchè no? -, pure “illuminato”).

E’ difficile (forse impossibile) che lui giunga a vedere il frutto che nascerà dalla pianta di cui egli gettò (o concorse a gettare) il seme.

Lui “inizierà” qualcosa, altri la proseguiranno, ed altri ancora – forse – la porteranno a termine.
E poi si ricomincerà: ancora una volta.
Ed ancora un volta…Ad Infinitum.

E tutto questo è vero: in termini generali la Scienza ha bisogno di Tempo.

Ma se questo Postulato è esatto in termini Filosofici, noi non dobbiamo continuare a dimenticarci (o a “fingere di non ricordare”…) che la Scienza non è fatta solo per “L’Uomo di Domani”: per l’Uomo che “verrà”.
No.

La Scienza è anche – o, almeno in teoria, DOVREBBE ESSERE anche – fatta per l’Uomo di Oggi. Per l’Uomo che “è”.
Non tutto quello che creiamo, lo creiamo – nel bene o nel male – per i nostri “figli”.
Non tutto quello che facciamo, lo facciamo – sempre nel bene o nel male – per quelli che verranno dopo di noi.

Anzi: semmai è vero il contrario e le evidenze, nel nostro Mondo, sono tante! Molto di quello che gli Uomini creano, è per loro stessi.
Per il loro piacere.
O per il loro bene (…qui sarebbe opportuno fare qualche precisazione, ma ci asteniamo poiché il tema disputandi, altrimenti, diventerebbe troppo vasto…).
O per la loro sopravvivenza (ed anche qui, idem c.s.).

Comunque per un utilizzo “immediato” e non differito né differibile “alle generazioni che verranno” (quando e se verranno…).

Tralasciate la Tecnologia Bellica (dall’Ingegneria di base, a quella di dettaglio e sino allo sviluppo pratico delle “super-armi”…) e pensate alle più recenti scoperte nel campo medicale che vanno dal (fantastico, ed ormai in fase di avanzatissima sperimentazione) “collirio che guarisce dalla cataratta” ed “attenua le degenerazioni retiniche e maculari”, al cuore di animali il quale, dopo essere stato estratto, viene prima “decellularizzato” e quindi riportato alla sua nuda matrice di collagene: un cuore vuoto e perfetto, pronto da “installare” in un paziente cardiopatico il quale, in tal modo, non dovrà attendere la morte di qualcuno per ricominciare a sognare la propria Vita.
Un cuore “vero”, pronto da far “ripartire” in corpore vivi!

Pensate poi all’evoluzione che ha subito l’Informatica (e solo negli ultimi anni!).

Pensate alla robotica ed alla micro-robotica caratterizzata per essere un’espressione della “IA” (ci vengono in mente, a tal riguardo, alcuni “giocattoli intelligenti” e gli insetti “cerca incendi”, ad esempio).

Potremmo ovviamente andare avanti, ma il “punto nodale” della questione ci sembra che sia stato adeguatamente conseguito: la Scienza, nella sua accezione più ampia e comprensiva, se il Lettore comprende e contestualizza in maniera adeguata quanto scritto (e non si tratta di boutades recuperate da un fumetto di fantascienza), è un Cammino.

Certamente: è un Cammino lungo, difficile ed estenuante (alle volte).

Essa richiede Competenza, Passione e Dedizione.
Questo è del tutto ovvio.

La Scienza, per essere “perfetta”, richiede Tempo: indubitabile!

Ma il Tempo a disposizione, in certi casi, è “limitato”.
L’inquinamento, il Global Warming, alcune malattie storicamente feroci e di difficilissima interpretazione e cura, ad esempio – se la Scienza non vuole restare una sorta di mero ed illusorio “Gioco Intellettuale” –, richiedono delle risposte pronte.

Risposte “perfette” ed “immediate”? No, non diciamo questo.
Certo, sarebbe auspicabile, ma…Noi sappiamo che la perfezione e l’immediatezza, in certi casi (tantissimi casi!), sono requisiti “non disponibili” (al momento).

E allora diciamo risposte “adeguate” e “pronte”? Beh…Questo si.
Questo risultato non è solo auspicabile: esso è, a nostro avviso (e non solo), un risultato fattibile e conseguibile.
O meglio: è un risultato – di fatto – già “conseguito”, in tantissimi settori e per innumerevoli questioni.

Ma scusate questa divagazione…E torniamo al punto.

Il nocciolo della questione è che la Scienza ha bisogno di Tempo, si, ma essa non può avere tutto il Tempo che vuole o che vorrebbe, poiché l’Uomo non ha tutto il Tempo che vuole o che sogna di avere a disposizione per “farla”.

L’Uomo ha dei limiti fisici e temporali: la Scienza è storicamente usa a trascenderli e, in molti casi, questo fatto è inevitabile.

Ma che la Scienza, ed ora finalmente ritorniamo alla nostra Astronomia ed Astrofisica, per essere “Adeguata” e “Credibile”, DEBBA SEMPRE E NECESSARIAMENTE svilupparsi attraverso tempi “cosmici”, a noi non pare una condicio sine qua non della sua intrinseca validità.

E dato che siamo consapevoli che questo concetto è piuttosto difficile da spiegare in termini meramente teorici, torniamo (anzi: andiamo!) su Marte e riponiamoci il quesito di partenza: possono esistere delle Forme Vitali Indigene su Marte, oggi?

A nostro parere, la risposta è si.
E non si tratta di una risposta meramente speculativa o argomentata ex auctoritate, come qualche “Sapiente” (ed ovviamente anonimo) detrattore ha bollato, anche di recente, alcune nostre teorizzazioni.

Si tratta di una risposta ragionevole, fondata sull’Osservazione (un quid del quale la Scienza non crediamo possa fare – ancora – completamente a meno…) e sul fatto che, in assenza di certezze definitive, ogni ipotesi che trovi il suo substrato nutritivo in un’analisi attenta, razionale e pragmatica degli elementi disponibili, ha diritto (diremmo “deve”, ma preferiamo restare umili) di essere presa seriamente in considerazione.

In fondo Marte lo stiamo osservando – e lo diciamo riferendoci alla enorme Comunità formata dai Ricercatori Indipendenti e dai semplici Appassionati – in tanti.
Centinaia di migliaia (o forse qualche milione, addirittura) di persone.

E “come sono” (dato che dire “chi sono” è impossibile) queste persone?
Qual è il loro background?

Beh, fare un identikit del Free Researcher è veramente difficile (forse anche inutile), ma certo qualche caratteristica essenziale di questa nuova ed importante Figura Professionale che alla Scienza (e NON SOLO a quella “Di Confine”, ma anche a quella “Convenzionale”) SERVE MOLTISSIMO possiamo provare a tracciarla.

Vediamo…diciamo che, nel Mare Magnum dei Liberi Ricercatori, ci sono alcune persone che posseggono mezzi e competenze maggiori, mentre altre hanno mezzi e competenze minori.

Esistono Liberi Ricercatori dotati di uno Spirito più Possibilista ed altri che sono più “rigidi” (n.b.: “rigidi” non vuol dire “ottusi”, così come “possibilisti” non vuol dire “incompetenti” o “fantasiosi” – dato che quest’ultimo attributo viene ormai letto in termini, di regola, totalmente negativi…).

Esistono Liberi Ricercatori che propendono per le Visioni Classiche della Scienza che investiga le eventuali Forme Vitali Indigene di Marte (ergo che tendono a posizioni neutre o sostanzialmente avverse alla possibilità che dette Indigenous Life Forms esistano), mentre esistono altri Liberi Ricercatori che si spingono verso posizioni più “Esotiche” per quanto attiene questo tema.

Noi, come Gruppo di Ricerca Lunar Explorer Italia, apparteniamo a questa seconda Classe di Liberi Ricercatori, e la nostra “opzione” non è il frutto – come ovvio – di una “voglia estemporanea di stupire”, bensì è il risultato di un Lavoro di Ricerca ed Analisi che è durato svariati anni (nove per l’esattezza) e che, oggi, ci permette di esprimere un’opinione informata.
Informata, ossìa “fondata su osservazioni, ricerche, analisi ed i conseguenti approcci e teorie”. E questo non ci sembra poco.

In un Mondo dove – almeno in apparenza (forse SOLO in apparenza) – tutto deve essere “bianco” o “nero” e tutto deve essere come minimo “urlato a brutto muso” per avere un senso ed un valore, noi abbiamo scelto i toni neutri e la pacatezza.

Vedremo, in un prossimo Futuro, se la nostra scelta sarà stata non solo giusta, ma anche saggia…

(fine prima parte)

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