True Planets

7 settembre 2007

I “Polmoni” di Marte – di Paolo C. Fienga

Filed under: Articoli — info @ 17:27

Un’analisi (accurata) ed un’interpretazione (azzardata ed immaginosa ma razionale ed innovativa) sui “Martian Berries” (o Frutti di Bosco Marziani)

(ref.: sub-frame EDR NASA-Opportunity n. 1P241281469ESF8600P2143L5M1)

§§§

Come ormai sapete benissimo, esiste una (diremmo fondamentale) corrente di pensiero sulle “Sferule Marziane” (note anche come “Martian Berries” o, più comunemente, “Frutti di Bosco” Marziani) la quale ritiene che queste Sferule possano costituire un TASSELLO FONDAMENTALE nella e per la comprensione di quello che non è solo il passato, ma anche E SOPRATTUTTO il presente ed il futuro del Pianeta Rosso.
Sulla classificazione da noi adottata (in termini esteriori ed in termini di “Matrice”) per le sopramenzionate Sferule, Vi rimandiamo alle Conclusioni Interlocutorie e Preliminari di questo articolo; per il momento e per incominciare, invece, vorremmo condividere con Voi un’idea (se buona o cattiva sarà poi il Futuro a deciderlo…) che, in cantiere già da qualche tempo, si è in un certo senso “rinnovata e rivelata da sé” in questo (apparentemente insignificante) EDR sub-frame Opportunity il quale, probabilmente, è stato ignorato e/o bistrattato dalla maggior parte dei Ricercatori Indipendenti (quest’ultimo fatto lo abbiamo dedotto dalla circostanza per cui NESSUNO, ad oggi, ha speso una parola su ciò che il sub-frame in oggetto sembra mostrare in una maniera così chiara da lasciarci – quasi… – senza parole…).

Ok, stiamo scherzando: in effetti le parole le abbiamo (ed anche tante…), come avrete modo di leggere…

Ma andiamo per ordine: che cosa ci mostra il sub-frame 1P241281469ESF8600P2143L5M1 nella sua versione “raw” ed originale?
Apparentemente, nulla.
O meglio: nulla di particolarmente interessante.

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Vediamo una modesta porzione di Martian Paving, sabbie e polveri sottili che riempiono gli interstizi esistenti fra un “tassello” e l’altro e poi, come sempre (ed almeno nella regione di Meridiani Planum), un quantitativo immenso di Sferule, o “Frutti di Bosco” Marziani, o Martian Berries, appunto.
Alcuni semi-interrati, altri totalmente emersi e “liberi” di rotolare sulla ruvida superficie che caratterizza i dintorni del Cratere Victoria; alcuni perfettamente (o quasi) rotondi, altri sfaccettati (diremmo con forme poligonali); alcuni integri, altri…rotti.

La Verità è che, nella versione “raw & black&white” del sub-frame NASA originale, una grande quantità di dettagli si “perde” non solo nella povertà di definizione dell’immagine, ma anche nel particolare effetto che, sull’occhio umano, viene prodotto da un “quadro globale” che non solo è in bianco e nero e scarsamente definito, ma anche contrastato in maniera davvero molto povera.

E allora noi, con pazienza, abbiamo cercato di provvedere…

Qualche Lettore, forse – ed in parte – con ragione, ci ha detto che le nostre elaborazioni (che chiamiamo “additional processing”) e relative colorizzazioni “alterano” la realtà. La “deformano”.

Noi, in termini di principio, siamo d’accordo con il nostro Lettore (ed infatti, tra le nostre scelte originali, vi fu anche quella di non “ritoccare” le immagini – scelta che abbiamo rigorosamente rispettato per oltre due anni di lavoro); tuttavia, con il tempo, abbiamo anche compreso che la vera DEFORMAZIONE che bisogna assolutamente combattere NON E’ nella deformazione dell’immagine elaborata “poiché – appunto – elaborata” quanto, piuttosto, nella MANIPOLAZIONE e susseguente DISTORSIONE e DEFORMAZIONE delle informazioni relative all’immagine elaborata che vengono in seguito divulgate.

Ci spieghiamo meglio: una cosa è ritoccare un’immagine al fine di renderla PIU’ IDONEA a dimostrare un qualcosa che chi elabora e ritocca aveva già in mente di dimostrare (e questo è un INGANNO vero e proprio: si veda, ad esempio, il lavoro svolto da innumerevoli Ricercatori, Italiani e non, sui frames NASA ed ESA relativi alla “Sfinge di Cydonia” ed a qualche altro rilievo marziano bizzarro), ed un’altra cosa è invece processare l’immagine SENZA IDEE PRECONCETTE DA SOSTANZIARE attraverso il processing, ma avendo quale obbiettivo unico il fatto di rendere l’immagine più chiara e più fruibile a e per coloro che dovranno interpretarla.
Coloro che dovranno, rigorosamente post–elaborazione, cercare di ricavare/evincere, da essa, dati ed elementi che la sua versione “raw” (e cioè “cruda”, “ruvida”, “grezza”) non avrebbe mai permesso di vedere, di intuire o, infine (e magari), di comprendere.

Insomma: processare un frame (con ciò intendendosi lo svolgimento di attività quali la pulizia digitale; l’aumento e/o la diminuzione dei contrasti; l’ingrandimento o la riduzione dell’original size; la colorizzazione etc.) avendo già un’idea in mente la cui dimostrazione è soggetta ad un “adeguato” processing nel senso anzidetto, è un inganno; processare un frame a fini meramente migliorativi della sua qualità intrinseca e poi, SOLO post-raffinazione, interpretare quello che si riesce a vedere, è un Lavoro.

Noi abbiamo operato tenendo bene in mente la seconda opzione.

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Ebbene, con nostra immensa sorpresa, il processing (inclusivo della colorizzazione) del sub-frame EDR Opportunity n. 1P241281469ESF8600P2143L5M1 ha dato (o meglio: SEMBRA aver dato) dei risultati totalmente inattesi e clamorosi.

Osservate attentamente l’immagine e, in particolare, guardate i dettagli indicati dalle frecce rosse e denominati “A”, “B”, “C” e “D”.
Si tratta effettivamente di “Frutti di Bosco” Marziani? Se la Vostra risposta fosse “SI”, allora cominciate a pensare che ci troveremmo davanti ad uno nuovo Genere di Martian Berries.
Perché? Perché i Martian Berries – quali che sìano le loro caratteristiche peculiari (dalla forma alla presenza o meno di uno “stelo”; dal fatto di essere interrati, semi-interrati o “saldati” alle rocce oppure all’essere totalmente liberi etc.), condividono SEMPRE la Natura (anche cromatica) dell’ambiente che li circonda e/o al quale essi accedono e cioè: i Martian Berries “tipici” sono – in primo luogo – OPACHI e poi, di regola ed in secondo luogo, presentano una colorazione che va dal giallo/arancio al verde/marrone scuro (talvolta con riflessi giallastri).

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Detto questo, sottolineiamo che i quattro Martian Berries isolati nel sub-frame NASA che stiamo trattando, NON SOLO NON SONO OPACHI (anzi: brillano come cristalli o, più precisamente, come perle esposte alla luce diretta del Sole!), MA INOLTRE mostrano una colorazione TOTALMENTE DIVERSA da quella che è la dominante dell’ambiente al quale essi accedono.
Nel caso di specie essi appaiono TRASPARENTI e/o, se non trasparenti o quasi, diremmo di color bianco-brillante. Un colore decisamente contrastante in rapporto al terreno marrone/rossastro, con riflessi (determinati probabilmente da sabbie e polveri sottili) color arancio e giallo che li circonda e contiene.

Ma non è tutto.

Se il Martian Berry individuato dalla lettera “D” sembra, colore ed albedo a parte, un Frutto di Bosco (Marziano, ovviamente) in tutto e per tutto simile alle altre migliaia di Frutti di Bosco che lo circondano, altrettanto non si può dire per i Berries identificati dalle lettere “A”, “B” e “C”.

In particolare: il berry identificato dalla lettera “A” è una “shell” (o porzione esteriore, guscio, simil-conchiglia etc.) di qualcosa che, forse, un tempo era un Martian Berry a tutti gli effetti.
Tale conclusione la traiamo dall’analisi attuata mediante extra-magnification del dettaglio (anche non processato né colorizzato) il quale mostra una forma nettamente concava, ed un’ombra – nella sua porzione interna, andante da ore 07:00 ad ore 02:00 – che è del tutto coerente rispetto alla posizione delle altre ombre (cosiddette “dominanti” e che ci indicano la provenienza della sorgente di luce maggiore – ivi: il Sole) presenti e visibili nel frame.

Il berry identificato dalla lettera “B” ha una superficie convessa e, se si tratta di un guscio o di una simil-conchiglia, allora si trova in posizione capovolta rispetto alla shell di cui sub. “A”. Tale conclusione è determinata, sommariamente, dalla valutazione circa la posizione dell’ombra che si proietta sulla sua superficie (in rapporto alle altre ombre dominanti del frame) e che è visibile da ore 07:00 ad ore 01:00).

Il berry identificato dalla lettera “C”, infine, potrebbe essere una shell concava e di forma ellissoidale in tutto e per tutto simile al berry di cui sub “A” (ipotesi più razionale) oppure, in accordo a quanto suggeritoci – forse provocatoriamente – da alcuni Colleghi del nostro Gruppo di Lavoro, potrebbe anche trattarsi di una “goccia d’acqua” o di un piccolo cristallo trasparente (quarzo?).
In entrambe queste due ultime ipotesi, non è difficile notare che il berryC” POGGIA su altri berries di color marroncino chiaro, uno dei quali appare ben visibile sul lato Sx del berryC” stesso.

Conclusioni Interlocutorie e Preliminari

I “Frutti di Bosco” Marziani potrebbero non essere affatto i sottoprodotti di un’intensa (e remota) attività vulcanica globale – ossìa un’attività vulcanica che coinvolse il Pianeta Rosso nella sua interezza, ere ed ere or sono – bensì essi potrebbero essere l’evidenza oggettiva di un processo geologico (e/o biologico) il quale è ancora in corso.

I “Frutti di Bosco” Marziani, alla luce delle informazioni che, ad oggi, abbiamo raccolto ed analizzato, NON SONO AFFATTO TUTTI UGUALI né in termini di semplice forma esteriore, né – molto probabilmente – in termini di “sostanza” vera e propria.
Per Vostra opportuna informazione e conoscenza, Vi rammentiamo la nostra Classificazione dei Martian Berries, sia per quanto attiene la loro “Apparenza” (o “Forma Esteriore”), sia per quanto concerne la loro possibile “sostanza” (o “Matrice”):

Classificazione per “Apparenza” (o Forma Esteriore)

1) sferule “libere” (giacciono semplicemente appoggiate al suolo o ad altri rilievi);
2) sferule “vincolate” (costituiscono parte integrante del suolo o di rocce, quali i Pavimenti Marziani);
3) sferule “vincolate con peduncolo” (sono attaccate al suolo o alle rocce tramite una specie di gambo o bastoncello).
4) granuli: leggermente diversi dalle sferule, sono molto più compatti, giacciono – spesso – “accatastati” gli uni sugli altri ed hanno forme e dimensioni variabili.

Classificazione per “Sostanza” (o Matrice)

1) sferule a Matrice Comune o Rocciosa;
2) sferule a Matrice Cristallina;
3) sferule a Matrice Metallica;
4) sferule a Matrice Organica (o, meglio, Bio-Magnetica).

Sulla Classificazione per Matrice, ci riserviamo di tornare a parlarne in un prossimo futuro; per quanto attiene, invece, la classificazione per “Forma Esteriore”, non ci sembra da potersi radicalmente ed immediatamente escludere l’ipotesi per cui le DIVERSE FORME dei Martian Berries derivino – semplicemente – dal fatto che i Berries ripresi si trovano in DIVERSE “FASI EVOLUTIVE”.

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Qualche Ipotesi ed un pizzico di Science-Fiction

A prescindersi dalla Matrice delle Sferule, se i Martian Berries fossero realmente dei “gusci” (e/o delle “simil-conchiglie”) di un qualche tipo, la domanda che nascerebbe obbligatoriamente potrebbe essere una sola: che cosa c’è DENTRO queste Sferule?

Ebbene, anche se ci rendiamo perfettamente conto di quanto questa ipotesi possa risultare “esotica” (e sappiamo benissimo che molti Scienziati e Ricercatori la troveranno “totalmente assurda”), noi riteniamo che i Martian Berries possano contenere solo due cose:

1) Acqua
2) Gas

Tale congettura/ipotesi è determinata dal fatto che la (quantomeno) apparente umidità che caratterizza il “deserto” di Meridiani Planum potrebbe essere spiegata – ovviamente ammettendo che si tratti di umidità effettiva – solo ipotizzando un processo di umidificazione costante del suolo il quale sia TOTALMENTE DECORRELATO rispetto al verificarsi di “precipitazioni” (di pioggia, insomma).
Inoltre, la apparente (o forse sostanziale, così come asserivano – già vent’anni fa – alcuni Ricercatori NASA dedicati al Programma Viking e così come ritengono tanti altri Privati Ricercatori oggi – tra cui non possiamo non menzionare il bravissimo Dr Alessio Feltri) maggiore “vivibilità termica” dell’Atmosfera Marziana all’interno di un modestissimo range compreso fra il Datum (o Altitudine Zero) ed i pochi metri (o poche decine di metri) di altezza dal suolo la si può spiegare solo immaginando (o meglio: postulando) una maggiore “Densità Atmosferica” la quale sia effettiva (ed operativa) in un altrettanto modestissimo ambito: l’ambito definito dal range di cui sopra e cioè, lo ribadiamo, quello andante dal Datum ai pochi metri (o poche decine di metri) di altezza.

E perché questo (curiosissimo, ma certo NON IMPOSSIBILE) fenomeno dovrebbe verificarsi? Ebbene la risposta è – potrebbe essere – proprio nei Martian Berries.
Può essere che sia grazie alla loro COSTANTE ed INSTANCABILE attività di estrazione, produzione e liberazione di acqua ed altri gas esistenti nelle profondità del Pianeta che l’atmosfera di Marte verrebbe costantemente (ancorché assai limitatamente, in termini di mero spessore) arricchita e resa più densa.

Pensate: esistono innumerevoli Forme di Vita – Esseri Umani a parte – le quali sono capaci di acquisire, trasformare e quindi liberare (in varie forme ed in vari modi, ma sempre e solo agendo attraverso la loro biologia) gli elementi presenti nel suolo terrestre (dalla mera superficie e sino a varie profondità). 
Perché escludere “a priori” che un processo simile (se non altro concettualmente) possa avvenire anche su Marte?
Chi dice che la Terra ha “l’esclusiva” della “Vita”?

E poi, se è vero (come lo è) che le Grandi Foreste – che, da tempo, stiamo attivamente distruggendo – sono il “Polmone della Terra”, perché non provare ad immaginare che il “Polmone di Marte” sia costituito dai suoi Grandi Deserti (ovviamente allorché ricchissimi di questi “Frutti di Bosco”)?

Perché la “Diversità” (anche allorché la si esprime ragionando su scale diverse – addirittura, come in questo caso, a livello Planetario) deve essere sempre o quasi aprioristicamente rigettata?

Perché non riusciamo a capire che è proprio attraverso quella che – talvolta – viene bollata come “Fantascienza da Serie B” o “Fantasia Sfrenata” che, di quando in quando – magari molto raramente, certo – si riescono a trovare intuizioni, idee, ipotesi esplicative e poi delle bozze di risposte le quali, nel Tempo e con il Tempo, possono aiutare a raggiungere e definire quel concetto che dovrebbe (almeno in teoria) piacere a tutti e che si chiama “Verità”?

O forse la Verità è tale ed è “degna” solo quando ci arriva da una Cattedra Universitaria o da un Simposio di Scienziati?

O forse la Verità è Verità solo quando non va a toccare tutto ciò che è – ormai – “acquisito e consolidato”?

Beh, se così fosse, allora non avremmo mai inventato il telefono, la radio, gli aerei, le astronavi (e, purtroppo, anche le bombe e tutte quelle altre armi – da quelle chimiche a quelle batteriologiche – che, se messe in mani sbagliate, potrebbero cancellare questo Pianeta in pochi minuti).

Attenzione: la Scienza procede per gradi, razionalmente e (perdonateci il neologismo) esperienzialmente.
E’ vero, lo sappiamo e ce ne rendiamo conto benissimo.

Ma sappiamo pure che, senza la capacità di “immaginare” (dopo aver guardato, studiato, dedotto ed interpretato), la Scienza stessa non esisterebbe o, se esistesse – in qualche modo – resterebbe ferma.

Immobile.

Inutile.

Pensiamoci sopra…

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1 settembre 2007

Velvet Underground ovvero: nuove ipotesi sul Martian Black Hole – di Paolo C. Fienga & Lunexit

Filed under: Articoli — info @ 12:17

Novità su uno dei più recenti “Enigmi Marziani” che abbiamo avuto la fortuna di trattare anche sulle pagine di NEXUS (www.nexusitalia.com): il Martian Black Hole – come noi stessi lo avevamo definito qualche settimana fa – riappare nell’ultima release dei Public Frames provenienti dalla Sonda NASAMars Reconnaissance Orbiter” (release datata 29 Agosto 2007).
Il “Buco Nero” di Marte, individuato nelle prossimità del grande vulcano “Arsia Mons”, sembra infatti aver intenzione di rivelarci una piccola (ma interessantissima) parte dei suoi misteri, lasciando che i raggi del Sole (che, al momento dello scatto, si trovava ad un’altezza di circa 49° sull’Orizzonte Locale) ne illuminassero una porzione del suo interno.

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L’immagine, suggestiva come la prima (e, per certi versi, forse ancora più intrigante), ci aiuta a chiarire che NON si tratta di un lago (né d’acqua “sporca”, né di ghiaccio, né di idrocarburi, come da noi ipotizzato) ma di un vero e proprio “camino”.
Una voragine.
La NASA, da parte sua, parzialmente rivedendo la sua posizione, ci dice che: “…Dark pits on some of the Martian volcanoes have been speculated to be entrances into caves. A previous HiRISE image, looking essentially straight down, saw only darkness in this pit.
This time the pit was imaged from the West.
Since the picture was taken at about 2:30 p.m. Local (Mars) Time, the Sun was also shining from the West.
We can now see the Eastern Wall of the pit catching the sunlight.
This confirms that this pit is essentially a vertical shaft cut through the lava flows on the flank of the volcano. Such pits form on similar volcanoes in Hawaii and are called “pit craters”.
They generally do not connect to long open caverns but are the result of deep underground collapse. From the shadow of the rim cast onto the wall of the pit we can calculate that the pit is at least 78 mt (255 feet) deep.
The pit is 150 x 157 meters
”.

Tutto chiaro e tutto definito quindi?
Probabilmente no. La spiegazione NASA, infatti, nella sua pur elegante semplicità, chiarezza e razionalità, non pare idonea a dissipare definitivamente tutti i dubbi e le speculazioni che sono sorte (un po’ ovunque nel Mondo) su questo enigmatico rilievo.

Innanzitutto, osservate questo bellissimo raffronto tra i due frames Mars Reconnaissance Orbiter (MRO) – operata dal sempre eccellente Dr Gianluigi Barca – e quindi provate ad operare una comparazione analitica tra i diversi rilievi che caratterizzano il bordo (rectius: la porzione più esterna) del “pozzo”.

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Per gli amanti di “Misteri e Complotti”, diciamo subito che, sebbene noi sappiamo benissimo che le due immagini sono state scattate ad altezze (leggermente) diverse (252,5 Km per la prima, in cui il “pozzo” appare completamente – ed innaturalmente – nero, rispetto ai 263,5 Km della seconda); ad orari leggermente diversi (15:27 MLT la prima e 14:34 MLT la seconda) e, infine, con Angoli di Fase differenti (51,7° la prima e 25,5° la seconda – ed a tal proposito ci pare importante ricordare che l’Angolo di Fase è l’angolo definito dal Sole, l’oggetto ripreso – ivi: il rilievo Marziano – e l’oggetto che riprende – ivi: la Sonda MRO), i bordi del “pozzo” NON sembrano coincidere perfettamente.

Per essere più precisi (e quindi lasciando ai Lettori il compito di sovrapporre i due frames e verificare con i loro occhi), molti dei “rilievi sospesi” visibili nel primo frame MRO – i quali ci avevano dato l’impressione/illusione di essere “immersi” in qualcosa – sono stati “smussati” e/o “lavati via”.

Al fine di prevenire qualche critica gratuita ed inutile, Vi diciamo subito che siamo perfettamente consapevoli NON SOLO del fatto che una sovrapposizione assolutamente esatta fra il “pozzo” ripreso nel frame MRO PSP_003647_1745 e lo stesso “pozzo” inquadrato nel frame MRO PSP_004847_1745, stanti le differenze di ripresa sopra evidenziate, NON E’ POSSIBILE effettuarla con la certezza assoluta di non produrre deformazioni del rilievo ripreso, MA ANCHE della circostanza per cui il panorama, non essendosi ancora completamente esauriti gli effetti della super-tempesta di sabbia che ha severamente battuto il Pianeta Rosso nell’ultimo mese e mezzo, può effettivamente apparire – a causa dell’alta Opacità Atmosferica (detta anche “Tau” od “A.O.”) – come “piatto” e “smussato”.
Sappiamo, insomma, che qualche differenza tra le due immagini MRO esiste ed è agevolmente spiegabile.

Tuttavia, il nostro Gruppo di Lavoro (assieme a qualche Collega Americano) è possibilista sul fatto che la seconda immagine del “pozzo” ottenuta dall’Orbiter NASA possa essere (stata) viziata.

Molto interessante, poi, ci pare la struttura del “pozzo”, che abbiamo cercato di meglio definire e delineare in questa nostra elaborazione del frame MRO PSP_004847_1745.

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L’ipotesi secondo cui il “pozzo” si apra su una grande caverna sotterranea, tutto sommato (ed anche se alla NASA non sembra piacere più), può comunque essere accettabile, ma l’analisi visiva del frame – una volta operata una serie di stretches e contrasti per evidenziare meglio quelle aree del pozzo che, pur non ricevendo la luce diretta del Sole, comunque posseggono una albedo tale da permettere loro di riflettere una (seppur modestissima) porzione della luce – a sua volta – riflessa dalle pareti direttamente illuminate – ci suggeriscono almeno due nuovi scenari.

Uno scenario “plausibile” e “razionale” – che chiameremo Scenario “A” – ed uno scenario “tanto affascinante” quanto “irrazionale ed improbabile” – che chiameremo Scenario “B”.

Scenario “A”: il pozzo si apre effettivamente su un ambiente sotterraneo il quale potrebbe essere sia una (magari gigantesca?) caverna, sia un ambiente di (riteniamo) notevoli dimensioni dal quale transitano o si dipartono “n” gallerie che – ed in questo frangente ci piace provare ad immaginare… – potrebbero sia arrivare a grandi profondità (ad esempio nel loro versante che si rivolge nella direzione del grande Vulcano Arsia Mons) oppure giungere a sbucare all’aperto (abbiamo già notato, in passato, la presenza di non meglio spiegabili fori o apparenti cavità che si aprono, ad esempio, sulle pareti interne di alcuni crateri di dimensioni medio/grandi, oppure sulle pareti di gole e crepacci i quali possono essere situati anche in regioni distanti decine e decine di Km dai camini vulcanici).

Comunque, noi NON crediamo che il pozzo sia un “pit crater” né un tradizionale “collapse pit”.
Noi riteniamo che l’ambiente sotterraneo situato al di sotto del “pozzo” sia un ambiente “aperto” (ancorché non necessariamente una galleria o una semplice grotta) e di dimensioni medie o medio/grandi.
A tale conclusione preliminare siamo giunti attraverso l’analisi di dettaglio del frame MRO PSP_004847_1745 la quale, sebbene trattasi di mera analisi visuale (e dunque imperfetta per definizione), ci dice che, in primo luogo, le pareti del “pozzo” non seguono la sua “bocca” (o circonferenza superiore), ma appaiono assecondare (almeno parzialmente) un diverso disegno (e quindi escludiamo la subsidenza o collapse pit in senso classico); in secondo luogo, osservando l’immagine in versione iper-contrastata (anche se non serve eccedere in artifici tecnologici per notare il dettaglio che stiamo per descrivere), la parete illuminata dal Sole sembra, ad un certo punto, interrompersi bruscamente, con ciò confortando l’ipotesi originale (sposata anche dalla NASA, almeno sino a poco tempo fa) secondo cui si potrebbe effettivamente trattare di una “parete sospesa” nel vuoto.

Ed il vuoto, in un simile frangente, crediamo non possa essere altro che un ambiente situato ancor più in profondità e, come ovvio, per adesso del tutto invisibile (anche agli splendidi e perfetti occhi dell’Orbiter).
Se la NASA fosse realmente interessata all’investigazione di questo rilievo, noi riteniamo che lo scattare delle fotografie facendo uso di filtri ad infrarossi (e, magari, scattandole durante la notte) potrebbero essere di fondamentale aiuto per comprendere se, dalla voragine, fuoriesce (chissà…) della luce e/o, più verosimilmente, del calore.

Scenario “B”: se c’è una speranza concreta di trovare qualcosa di “vivente” (nel senso squisitamente terrestre del termine) su Marte, allora questa speranza risiede nelle profondità del Pianeta Rosso.
Regioni sotterranee quali caverne – appunto… –, gallerie, anfratti ed autentici cunicoli all’interno dei quali l’atmosfera, oltre che più densa, sarebbe anche e sensibilmente più calda ed accogliente.
Angoli remoti, situati dalle poche decine di metri a qualche chilometro di profondità, nei quali, probabilmente in ben determinati periodi e momenti del lungo Anno Marziano, alcune sorgenti riescono a sciogliersi ed a trasformarsi in serbatoi e, nel contempo, in veicoli per il trasporto e lo sviluppo di forme di Vita Organica.

In realtà, l’idea che nelle profondità di Marte – oltre che in alcune specifiche Regioni superficiali del Pianeta – sia comunque possibile rinvenire (addirittura) dei piccoli fiumi o alcuni laghi – di modeste o modestissime dimensioni – le cui acque restano liquide costantemente o, almeno, per lunghissimi periodi, è un’idea certo non solo nostra e neppure tanto recente.
In effetti si tratta di un’idea (o di una intuizione) che circola negli ambienti Scientifici ed Amatoriali da molto tempo.
Svariati anni, probabilmente (almeno dal periodo del “primo” – e più valido – Richard  Hoagland in avanti, diremmo).

Ma c’è di più.

Se vogliamo fantasticare, infatti, e se volessimo credere davvero che, su Marte, in un’epoca comunque lontanissima dai nostri giorni, effettivamente nacque e si sviluppò una Civiltà Indigena capace di raggiungere un discreto sviluppo culturale e delle significative conoscenze (scientifiche?) dell’ambiente circostante, dove pensate che fosse più probabile – dato che il Pianeta Rosso è INDUBITABILMENTE un mondo meno temperato e conciliante della nostra Terra… – che questa Civiltà avrebbe saggiamente pensato di fissare delle residenze stabili?

In tutte le “aree a cielo aperto”del Pianeta Rosso, forse? Aree che, ovunque situate, risultano sempre e comunque soggette al costante bombardamento dei Raggi Cosmici e delle Radiazioni provenienti dal nostro Sole – per non parlare della pure costante minaccia costituita dai bolidi e delle (letali) micro-meteore, agevolate nel loro compito distruttivo dalla indiscutibile tenuità dell’Atmosfera Marziana?
O magari ai Poli e/o nelle aree Presso-Polari, dove potrebbero effettivamente essere disponibili gradi quantitativi di acqua (grazie a laghi e piccoli torrenti, per lo più), ma laddove il lunghissimo ed inclemente Inverno Marziano garantisce solo una costante, incombente ed oltremodo gelida semi-oscurità?
O forse nelle grandi Pianure Equatoriali, probabilmente anche a clima temperato nei mesi che vanno dalla tarda Primavera alla tarda Estate, ma che sono purtroppo rese completamente brulle ed inospitali non solo dai violentissimi venti che le spazzano quasi costantemente, ma anche dall’estrema (ed antichissima) secchezza del clima?

Tutte queste ipotesi, sebbene costruite nella e con la Fantasia, ci suggeriscono subito che l’unico ambiente eventualmente idoneo per crearvi un qualcosa che potremmo anche definire come “urbanizzazione”, se guardiamo al Passato (o “colonizzazione”, se invece volete rivolgerVi al Futuro), era (ed è) il sottosuolo di Marte.
E NON parliamo certo di un sottosuolo qualsiasi: stiamo facendo riferimento al sottosuolo delle Regioni più vicine a quelle che erano – e, forse, sono ancora (sebbene entro limiti ridottissimi) – le uniche ed autentiche sorgenti di calore e, quindi, di energia disponibili sul Pianeta.
Regioni inquiete, ma ancora attive.
Regioni “vive”, insomma (e, forse, non solo geologicamente).

Ci stiamo riferendo, come avrete capito, al sottosuolo delle Regioni prossime ai Grandi Vulcani: Tharsis, quindi e su tutte (ma non solo).

E se la voragine che la Sonda MRO sta osservando fosse realmente una “via di accesso” ad un Mondo Sotterraneo ancora (anche se magari solo in parte) vivo e vitale e, in ogni caso, ricco di autentiche ed inimmaginabili “Memorie Storiche e Biologiche” del Pianeta Rosso?

La Fantasia non conosce limiti: lo sappiamo tutti e lo sappiamo bene, e quindi Vi preghiamo di prendere ed interpretare quello che abbiamo scritto non solo con benevolenza, ma anche con la necessaria e dovuta cautela e spirito critico.
Le ipotesi “di frontiera”, a volte, è bello farle: diciamo che, entro certi limiti, esse sono una “giusta provocazione” ad un Universo (Scientifico e) Divulgativo sovente chiuso, sonnolento ed attitudinalmente – e costituzionalmente, forse – reazionario (diremmo in larghissima misura).

E comunque, se ci permettete di dirlo onestamente prima di chiudere, sognare è necessario, a tutti e per tutti.

Ed è stato proprio un piccolo sogno quello che, questa volta, abbiamo deciso di proporVi, mentre scrutavamo nell’oscurità di una voragine senza nome, aperta su un Mondo che appare (davvero!) senza Tempo.

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