True Planets

16 agosto 2007

La Costellazione dell’Aquila (Aquila) – della Dott.ssa Paola Borghi

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Alla fine di luglio, intorno alla mezzanotte, nelle prossimità dell’Equatore Celeste, è possibile osservare la costellazione dell’Aquila, al suo culmine.

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La sua stella più luminosa è Altair, con una massa pari ad 1,7 volte quella del Sole, la quale è celebre per il suo velocissimo periodo di rotazione (6,5 ore contro i 25 giorni del nostro Sole) e che, insiene a Deneb del Cigno ed a Vega della Lira, forma il cosiddetto Triangolo Estivo (Summer Triangle).

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Un mito orientale raffigura le stelle dell’Aquila e quelle del Cigno come due amanti separati dalla Via Lattea i quali riescono ad incontrarsi un solo giorno all’anno, quando le gazze si uniscono per formare un ponte.

Altair, già menzionata da Babilonesi e Sumeri, è una stella di prima grandezza, situata al 12° posto nella classifica degli astri più brillanti, e tra le più “vicine” al nostro Pianeta: essa dista, infatti, ”solo” 17 Anni Luce da noi (e, pensate, se essa si trovasse al posto del nostro Sole, la sua luce risulterebbe totalmente abbagliante: addirittura 10 volte maggiore rispetto a quella della nostra stella!).

L’Aquila, che è tra le 88 moderne costellazioni riconosciute dalla UAI (o IAU –> International Astronomical Union), era già conosciuta da Tolomeo e, di conseguenza, era annoverata nella sua raccolta.

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Per gli antichi greci l’Aquila era l’uccello del tuono, e cioè colui che portava la folgore a Zeus, ma innumerevoli sono i miti che spiegano altrimenti la presenza di questa costellazione.

Secondo una antichissima leggenda, ad esempio, Zeus si invaghì di un bellissimo giovane, figlio del re di Troia: Gamenide. Fu così il potente Dio mandò l’Aquila a rapirlo col compito di portarlo sull’Olimpo, dove divenne il Coppiere degli Dei. Gamenide è ora rappresentato dalla costellazione dell’Acquario, posta ad Est dell’Aquila.

Secondo Igino c’è ancora una storia d’amore all’origine del mito - con il (sempre) promiscuo Zeus protagonista - che lega l’Aquila al Cigno: Zeus, infatti, si mutò in cigno inseguito da un’Aquila (Afrodite) per impietosire Nemesi e quindi abusare di lei.

Un altro mito, invece, narra che Prometeo rubò un raggio di Sole e lo donò all’Umanità che, in tal modo, scoprì il fuoco. Questo evento fece adirare il vendicativo Zeus il quale, per punizione, legò Prometeo ad una roccia situata sui monti del Caucaso ed ordinò che l’Aquila andasse a divorare il suo fegato.

E così avvenne. Ma Prometeo, essendo un titano, era anche un immortale: ogni notte il suo fegato ricresceva e così, il giorno appresso, l’Aquila tornava a cibarsene, straziandolo e provocandogli atroci e costanti tormenti.

Fu infine Ercole, con una freccia avvelenata nel sangue dell’Idra, ad uccidere l’uccello e liberare Prometeo dal suo castigo.
Zeus, allora, decise di premiare l’animale per i servigi resi collocandolo in cielo vicino alla Sagitta, posta a Nord rispetto all’Aquila, in memoria dell’accaduto.

Secondo Cesare Germanico, invece, l’Aquila è posta a guardia della freccia di Eros che fece innamorare Zeus, ed è proprio per questo motivo che essa, in cielo, si trova vicino alla Sagitta.
Tolomeo, sebbene – come detto – conoscesse la costellazione, ne separava la parte meridionale in un’altra formazione, ormai obsoleta, chiamata Antinoo, e rappresentata come un giovane costretto fra gli artigli del rapace.

Secondo un oracolo, la vita dell’imperatore Adriano era in grande pericolo e soltanto il sacrificio di qualcuno che lui amava poteva salvarlo. E fu così che il giovane Antinoo, prediletto dall’imperatore, si gettò nel Nilo.

In onore di questo gesto di supremo amore e sacrificio, Adriano fece innalzare templi e altari al giovane e volle pure che il nome del fanciullo, così che di lui rimanesse una memoria sempiterna, venisse scritto in cielo.

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