True Planets

9 luglio 2006

Figli del Cambiamento, Padri dell’Immutabilità (Prima Puntata) – di Matteo Fagone – www.pianetamarte.net

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Prefazione dell’Autore

Cari Amici, permettetemi di spendere, così da evitare degli spiacevoli malintesi, due parole su questo articolo.
Esso, magari a dispetto delle apparenze, non verte sulla difesa dei Ricercatori Anticonformisti e Vati del Dissenso (“pazzi”, secondo il Pensiero corrente) che verranno citati nelle pagine che seguono : lo so bene io, come lo sapete Voi, che costoro sono tutti – chi più, chi meno – quasi completamente “bruciati”….
Ironia a parte, lo scopo primario di questo articolo e quello di mettere in risalto come la Mente Umana, in definitiva, presumendo di “Fare – o di Raccontare – Scienza”, attraverso la distruzione di uno o più Miti, finisce solo con il crearne di nuovi.

Lo scopo della “chiacchierata” è quello di mettere in risalto la folle serie di contraddizioni esistenti fra il Mondo Scientifico Consolidato (o Positivo) che, ad un tempo stesso, “vuole” e “non vuole” (crescere, dimostrare, evolvere etc.), ed il mondo degli “Eretici”, che abitano il Mondo Scientifico Alternativo, i quali, attraverso la concezione e l’uso di Tesi Stravaganti e speso Catastrofistiche, tendono – attraverso esse – a scaricare le loro pulsioni (repressioni e frustrazioni incluse).

Vedete, io questi “pazzi” li conosco. Li conosco perchè ho letto i loro scritti, perchè li sto tuttora approfondendo e perchè, con alcuni di loro, sono stato e sono in contatto (Van Flandern e Ackerman).
Posseggo i libri di Windsor e Patten, di Sitchin, di Velikovsky, di Hanckok ecc., ma ho pure qualche testo di Margherita Hack, di Stefano Cavina, di Luigi Bignami e così via.

Io non intendo commettere l’errore degli “skeptics”, i quali parlano solo per “sentito dire” e senza avere una conoscenza corretta delle e sulle idee degli “eretici”.
Quello che io ho letto su di loro, scritto da altri, mi fa ridere.
Quello che io ho letto direttamente da loro, mi ha permesso di “purgare” almeno una porzione della loro “follia”, e quindi di salvare qualcosa che, a mio avviso, meriterebbe maggiore attenzione.
In sostanza penso che si salvi abbastanza poco…. ma quel poco è già meglio di nulla.

In realtà non ho propriamente difeso le loro tesi, ma ho messo in evidenza la fragilità delle OBIEZIONI alle loro tesi: fragilità che non fa certo onore a nessuno perchè, vedete, il dire che Hoagland, Velikosvsky, Ackerman, Hankock, Sitchin e molti altri sbagliano e dicono fesserie solo perchè a sentenziare ciò sono alcuni “Capoccia” del Mondo Accademico, a me, personalmente, mette una gran tristezza.
E, inoltre, non dimostra nulla.

In questo articolo ho cercato di sottolineato una serie di atteggiamenti che si potrebbero diagnosticare dallo psicanalista ed ho tentato di evidenziare quanto sia patetico sia le “chiacchiere” dei “cialtroni”, quanto le “dotte prolusioni” – infarcite di paroloni e concetti forse troppo grandi per le bocche che li proferiscono – dettati dai “Vati” e dai “Santi” del Sapere Scientifico contemporaneo.

C’è da dire anche questo: ciò che per me può essere “fuffa” (tipo gli UFO, o i Crop Circles, il Paranormale et similia), può non esserlo per altri.
Quello che per altri è “fuffa”, magari, può non esserlo per me.

Siamo tutti diversi, abbiamo menti eterogenee e ricche di contenuti.

Per alcuni, questa “diversità” è terribile e va cancellata attraverso “l’Uniformità” (nel Costume, nello Stile di Vita e nel Pensiero – Sociale e Scientifico, Economico e Politico etc.).

Per altri, incluso me, questa “Diversità” è qualcosa di meraviglioso perchè rende l’Uomo – ogni Uomo – un Universo a sè ed in sè.
Un Universo da conoscere, da esplorare e, in fondo, da rispettare e da salvare.

Buona lettura!

Matteo Fagone

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Per molte persone (sia scienziati, sia non) l’idea che il nostro Sistema Solare possa aver subito, nelle ere, dei sostanziali cambiamenti, talvolta repentini e forse catastrofici, è un’idea abbastanza plausibile, a patto però che releghiamo il tutto ai cosiddetti “primordi”, ossìa diciamo pure all’epoca durante la quale il Sistema Solare si era appena formato.

E cioè?

Quasi 5 miliardi di anni fa (anche se in e su questo tipo di datazioni la “certezza” è un concetto estremamente aleatorio…), attraverso un processo durato – secondo alcuni – alcune centinaia di milioni di anni e, secondo altri, oltre un miliardo di anni.
Cos’era il Sistema Solare ai suoi primordi?
Solo una (grande) nebulosa di gas e polveri la quale, per motivi ancora allo studio (ma non è irragionevole pensare ad interazioni gravitazionali fra i singoli corpi che formavano la nebulosa), sviluppò (anche se, forse, questo “spin” essa già lo possedeva) un moto rotatorio attorno al proprio asse centrale (laddove si sarebbe poi formato il Sole) e, nel contempo, prese a collassare su se stessa.
Il risultato fu, evidentemente, la formazione del Sole – situato al centro della nebulosa – e, nel contempo, la nascita (o meglio: la formazione) dei pianeti.

Secondo alcuni Ricercatori specializzati in Scienze Planetarie, ci fu anche un successivo – e “breve”… – periodo, durato svariati milioni di anni, in cui il nostro giovanissimo Sistema Solare era popolato da numerosi oggetti di svariate dimensioni, la cui grandezza poteva raggiungere persino quella della nostra attuale luna o di Marte.
Ma cosa aveva di particolarmente interessante tale epoca? Semplice: si suppone che le collisioni tra pianeti (ossìa oggetti dotati di una certa massa e di discrete dimensioni) e corpi minori (asteroidi e planetesimi) fossero piuttosto frequenti.

In anni recenti, soprattutto grazie al prezioso apporto che i computer hanno offerto alla Scienze Planetarie, sono stati sviluppati sofisticati modelli i quali, mediante appropriate simulazioni, ci hanno permesso di “vedere” e di “monitorare” (teoricamente, come ovvio) alcune di queste ipotetiche collisioni.

Probabilmente la simulazione più famosa è stata quella effettuata della Scienziata americana Robin Canup e relativa alla formazione della Luna. Questa simulazione è basata sull’assunto che “un corpo planetario delle dimensioni di Marte (chiamato Theia) si schiantò su una giovanissima Terra, fondendosi con essa ma gettando nello spazio abbastanza materiale dal quale si formò il nostro satellite”.
La Dott.ssa Robin Canup non ha solo sviluppato questo affascinante modello, infatti, ne ha elaborato uno ancora più interessante relativo alla formazione del Sistema Plutone-Caronte.
Questa volta l’idea di base è nell’ipotesi di collisione tra corpi planetari situati oltre l’orbita di Nettuno e quindi in una Regione molto lontana dal Sole, laddove i campi gravitazionali esercitati dal Sole stesso e dagli altri Pianeti Maggiori sono fortemente ridotti.

Una Regione “di Confine”, dove anche le radiazioni solari sono fortemente attenuate.
In questo caso, la nube di frammenti risultante dalla collisione (o dalle collisioni) iniziò a collassare su se stessa e finì con il generare due oggetti distinti (o forse quattro…) i quali, al termine di un periodo di assestamento durato svariati milioni di anni, si stabilizzarono sull’attuale Sistema Quaternario dominato da Plutone e Caronte.

La grande quantità di crateri osservabili sulla Luna, Marte e Mercurio, sui satelliti di Giove, di Saturno, di Urano e di Nettuno, così come su molti asteroidi (tranne il misterioso ed inesplicabile Itokawa) e persino sulla Terra, costituirebbero la prova inconfutabile secondo la quale il Sistema Solare conobbe un periodo di grande instabilità, caratterizzato da una eccedenza di Corpi Vaganti i quali furono la causa di un costante bombardamento dei Corpi Maggiori (e Minori) da parte di meteoriti e comete.

Ma… se volessimo fare una semplicissima critica, educata e rispettosa, potremmo dire che ci troviamo davanti ad una bellissima interpretazione di dati; un’ipotesi, insomma, e nulla di più.

Perché?

Perché quanto viene proposto dalla Comunità Scientifica, seppur suffragato da una notevole quantità ed autorevolezza di indizi e valutazioni, è sempre stato suscettibile di cambiamenti, talvolta minimi e prevedibili, talvolta imprevisti e rocamboleschi.
Probabilmente, tra qualche secolo o, chissà, forse fra pochi anni soltanto, tutto il Paradigma Cosmologico potrebbe frantumarsi a causa di nuove ed inattese scoperte.
Scoperte capaci di mettere al tappeto qualche secolo di Scienza Moderna, e quindi capaci altresì di costringere a riscrivere il nostro “Sapere” dal principio.

Ma perché abbiamo questo “dubbio”?

Ma è evidente: perché (e sfidiamo chiunque a dimostrare il contrario) …

1. …non abbiamo mai visto la nascita di una stella
2. …non abbiamo mai direttamente osservato un buco nero
3. …non abbiamo mai monitorato, con precisione ed in tempo reale, la formazione di una stella di neutroni (sebbene almeno un caso forse è sospetto…)
4. …non abbiamo mai osservato l’inizio e la conclusione del collasso gravitazionale di una nebulosa proto-planetaria
5. …non abbiamo mai potuto osservare la nascita di un pianeta
6. …non abbiamo le idee ben chiare sul perché la Terra è quella che è
7. …non sappiamo affatto come la Vita sia scaturita dal marasma della non-vita
8. …non abbiamo assistito alla nascita dell’Universo e, last but not least,
9. …alla domanda “cosa c’era prima?” scappiamo via, evitando il più possibile l’argomento

Il motivo di questo atteggiamento, in realtà, per quanto sembri complesso, potrebbe invece nascondersi in una semplice considerazione (questa si, davvero “fattuale”); una considerazione così banale che ha quasi il gusto della beffa: la breve durata della nostra vita e, correlativamente, della nostra “umana esperienza”.

Noi, oggi, pensiamo di aver capito, in 150 anni (o poco più) di Evoluzione Scientifica, eventi che abbracciano periodi di miliardi di anni (periodi la cui estensione è difficile anche solo immaginarla…).
Crediamo di aver compreso eventi il cui sviluppo completo richiede (a nostro dire) miliardi di anni, ma che invece potrebbero essersi verificati in “pochi” istanti.

Ecco: questo modo di pensare spesso viene sovente presentato e venduto come “descrizione di fatti assodati” – e ribadiamo la parola “spesso” – perché talvolta qualcuno ha il coraggio di essere più intellettualmente onesto di altri.
Ma, per carità, può anche starci bene un certo grado di Dogmatismo Scientifico, almeno fintanto esso che non diventa un regime di pensiero imposto, con tanto di Santa Inquisizione a vegliare affinché il cervello degli Uomini continui a dormire beatamente!

Dopotutto, se guardiamo indietro di qualche secolo, la Religione non ha saputo fare di meglio (ed oggi, forse, dietro le Sante Facciate di Chiese, Templi e Monasteri, si nascondono gli stessi Lupi di sempre – senza offesa per i Lupi – creature meravigliose!).

A questa (chiamiamola così) “beffa”, dobbiamo poi aggiungere la complicatissima Mente Umana, tanto studiata e analizzata da eminenti Dottori e Psicanalisti, ma alquanto misteriosa e sfuggevole.
Noi, esseri umani, abbiamo sempre avuto il “vizio” (peraltro mai perso) di accomodarci sulle nostre idee e sui nostri stili di vita, sino al punto da ritenerli immutabili, stabili, duraturi ed inattaccabili.

Nell’antichità, gli uomini credevano di poter placare le forze avverse della Natura con l’uso della magia e della ritualità, ora indossando determinati oggetti “portafortuna”, ora cantilenando parole e/o frasi particolari per scongiurare la malasorte e via dicendo…

Poi, molti secoli più tardi, l’Illuminismo ha portato una piccola ventata di razionalità sull’uomo e, da allora, sono emersi diversi settori di studio sul comportamento umano nell’ambito sociale (vuoi anche per l’avvento dell’era industriale), individuale e collettivo.
E’ curioso, ma la Scienza Moderna probabilmente non ha fatto altro che trasformare quel modo di allontanare dalla mente le grandi ed oscure paure dell’Ignoto (quasi sempre identificato con “Il Male”) adottando una metodologia meno “esoterica” e più “scientifica” (e cioè fatta e costellata di paroloni, formule ed equazioni: le “cantilene magico/mistiche dell’Evo Moderno).
Cambiano i mezzi, i concetti, la forma, eppure l’oscura paura di fondo è sempre la stessa: la fine di tutto. Peccato che la Scienza, almeno sino a quanto ci è dato vedere oggi, abbia fallito in larga misura il suo obbiettivo primario: innalzare l’Uomo.

Ed ecco quindi perché, forse, le grandi catastrofi del Sistema Solare vengono relegate ad un passato remoto, indefinibile ed irraggiungibile; un passato così lontano che non può spaventare nessuno.
Anzi, è piacevole ascoltare di asteroidi e comete che precipitavano sulla Terra (meno male, diciamo oggi… altrimenti non avremmo beneficiato di acqua e molecole organiche dalle quali poi è sorta – come per “magia”… – la vita.
Ma una domanda, ora, si pone: e se tutto l’impianto Cosmologico eretto dalla nostra Scienza Positiva nascondesse una costruzione mentale arbitraria (e cioè basata NON sulla Realtà, ma soltanto su un’Interpretazione della Realtà – terrestre ed extraterrestre)?
Una costruzione secondo la quale tutto è il prodotto di un lento (sottolineato “LENTO”) evolversi delle cose, fatto da piccoli e (nello spazio segnato dalle nostre Vite, ovviamente) impercettibili mutamenti?
Così tutto (dentro di noi) resta tranquillo a parte, ogni tanto, qualche terremoto, qualche tsunami o qualche eruzione vulcanica imprevista che, d’incanto, ci fa svegliare dal sogno.
Secondo la nostra Scienza attuale il Sistema Solare è immutato da miliardi di anni.
Magari, ogni tanto (diciamo ogni “x” secoli), si verifica ancora, da qualche parte, un impatto…ma è un fenomeno proprio raro: in realtà, ci dicono, tutto scorre lento e tranquillo come l’acqua di un fiume di pianura.
A scuola i bambini imparano la “canzoncina” dei nove pianeti, la fiaba di “Cappuccetto (Pianeta) Rosso”, del “grande budino al gusto di ammoniaca, metano e idrogeno Giove” & C,. e così via di seguito. E tutto va bene…

Ma… non è che qualcosa ci sta sfuggendo? Vogliamo provare a “girare questa spaziale frittata”?
Dunque: premettiamo che la folta schiera di Appassionati e Ricercatori Indipendenti (su tematiche spaziali controverse) è composta non solo da persone che hanno conseguito una “Laurea” (che serve ed aiuta, MA NON E’ TUTTO), ma anche (probabilmente la maggioranza) da “semplici” individui che posseggono solo un “misero” diploma, oppure, peggio ancora (si fa per dire), da individui senza nessuna particolare qualifica scolastica.

I VATI DEL DISSENSO

Facciamo allora dei nomi di personaggi che hanno conseguito la laurea e che operano in questo meraviglioso Campo: Richard Hoagland, Zecharia Sitchin, Immanuel Velikovsky, Tom Van Flandern, John Ackerman, Donald W. Patten, Samuel R. Windsor, solo per citarne alcuni. Sapete cosa hanno di speciale questi uomini?
Le loro idee e tesi in netta controtendenza rispetto alla “corrente” tradizionale.

Richard Hoagland (ex consulente NASA):
Quando le sonde Viking 1 e 2 inviarono a Terra le loro immagini, alcune di esse divennero l’oggetto proibito, la Magna Charta del Culto Alieno e, insomma, l’oggetto di “amore-odio” fra la NASA stessa e molti Appassionati dell’esplorazione spaziale.
Hoagland ed alcuni tecnici “videro” (e riconobbero) un volto umano ed alcune simil-piramidi nella pianura di Cydonia Mensae.
La cosa più interessante, però, non fu tanto nelle immagini in sè, quanto nelle conseguenze che tali immagini comportarono nella vita di Hoagland e di coloro che divennero i suoi “seguaci”.
Egli ipotizzò, in base ad una serie di osservazioni focalizzate sulla Geometria Generale dei rilievi interessati da questi “Monumenti” (è Hoagland che li ha chiamati così), che essi dovevano essere l’evidenza oggettiva del “transito” di un’antica e progredita Civiltà (ma non sappiamo se indigena o “forestiera”) la quale, in un periodo imprecisato – ma remoto, rispetto ai giorni nostri – tentò di insediarsi su Marte.

A quel tempo, sempre secondo Hoagland, la Terra aveva due satelliti: la nostra attuale Luna e Marte stesso, entrambi peraltro completamente diversi da come li conosciamo oggi.
Secondo la sua idea, tutti questi Mondi erano abitati.
La Civiltà Maggiore (quella Marziana, cioè) assoggettò la “Razza Umana” e la sfruttò per i suoi – imprecisati – fini.
Ma poi…Poi accadde qualcosa di tremendo: forse una guerra, forse una catastrofe naturale oppure entrambe le cose. Comunque sia, la Terra, la Luna e Marte furono coinvolti in qualcosa che lasciò in essi un segno permanente.
La Luna perse in toto il suo (accettabile, per la Vita) habitat e divenne il corpo (sterile e morto) che vediamo oggi.
Marte, analogamente, subì la perdita dei suoi oceani e di gran parte dell’atmosfera, nonché un totale sconvolgimento della superficie e, dulcis in fundo, la sua orbita cambiò radicalmente.
Interessante e suggestivo, certo, ma Hoagland – purtroppo – nel tempo ha trasformato la sua originale (ancorché ampiamente discutibile) tesi in una specie di movimento “New Age” dal forte sapore di pseudo-scienza (con business incluso), laddove lui ed i suoi seguaci vedono manufatti (segni tangibili di queste antiche Civiltà) un po’ dappertutto.

Transeat.
Quello che ci interessa, ora, è analizzare il gioco dell’umana reazione dinanzi ad una teoria “controcorrente”.

La NASA, ad esempio, per dimostrare infondata l’ipotesi di artificialità dei “Monumenti di Marte”, rilasciò in seguito immagini sottoposte a filtraggi di varia natura, sostenendo che esse servivano ad evidenziare la non artificialità delle strutture in questione.
Le immagini si sono succedute nel tempo, via via sempre meno credibili (per i sostenitori dell’artificialità dei Monumenti Marziani) e sempre più “congrue” per gli oppositori a tele teoria ma…
Dopo 30 anni di questioni e scambi dialettici più o meno accesi, nè le immagini taroccate dalla NASA, nè le molteplici taroccature operate dallo stesso Team di Hoagland hanno dimostrato alcunché di definitivo a favore dell’una o dell’altra parte.

E dunque? Dunque potremmo sederci al tavolino dello psicologo e stilare una corposa diagnosi di imbecillità conclamata, allorquando un’idea “terribile” ci mette in imbarazzo e rischia di provocare un corto circuito della nostra – ormai ben radicata – cultura della “Stabilità” (scientifica) o dell’Alternativa (idem).

La Verità? La Verità, secondo noi, è che contro (avete capito bene: contro) la tesi originale di Hoagland non ci sono prove convincenti, ma solo chiacchiere ed interpretazioni “scientifiche”.
In altre parole, “non può essere vera la tesi di Hoagland perché – secondo gli Scienziati “Positivisti” di oggi – nessuna Civiltà Extraterrestre è mai giunta nel nostro Sistema Solare”.
Capito? Non prove, ma pregiudizi (ossìa valutazioni aprioristiche).
Pregiudizi dettati dal convincimento che non può essere mai accaduto nulla che non sia coerente con quanto da noi, oggi, ritenuto vero. E cioè “Scientifico”.

Insomma: alla domanda “E’ possibile che, oggi od in un passato, Civiltà Aliene abbiano raggiunto il nostro Sistema Solare?”, si risponde “No”.
E se chiediamo “Perché no?”, la risposta è “Perché è così”.
Punto.

Capite? Questa, secondo noi, non è Scienza, ma arroganza bella e buona!
La causa? Forse c’è un pizzico di Teoria dell’Evoluzione frammista ad un’evidente paura delle teorie/visioni della Terra (e dell’Universo) che, ove accolte, ci costringerebbe a rivedere molte delle attuali e radicate concezioni sul Mondo e su quanto lo circonda.
Paura, per lo più: la solita – ancestrale – paura dell’ignoto e dei grandi cambiamenti. Quella stessa paura che spingeva gli antichi a ballare per scongiurare la malasorte.
Noi, a quella paura, le abbiamo dato nomi e vesti nuove (ripetiamo: vesti fatte di termini tecnici e di formule chimiche e matematiche), ma non l’abbiamo affatto esorcizzata.
Essa è sempre lì, a guardarci ed a rammentarci che, forse, noi non siamo il centro dell’Universo.
Nè del Sistema Solare.
Né della Terra
Forse, non siamo neppure il “centro” delle nostre stesse – spesso brevi e quasi sempre tormentate (o, come sostengono i “pessimisti”, addirittura inutili) – esistenze.

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Zecharia Sitchin
Questi, dopo aver dedicato anni ed anni nello studio delle lingue parlate nell’antica Mesopotamia (la valle dei fiumi Tigri ed Eufrate, insomma), intuì la presenza – o meglio: l’intrusione – di “qualcosa” non propriamente definibile come “indigeno” nella Civiltà di Sumer, in quelle limitrofe e, per giunta, in alcune altre che precedettero il cosiddetto “Diluvio Universale” (ritenuto da alcuni come una manifestazione dell’ultima glaciazione, o magari il risultato di una – inspiegabile – mega-esondazione localizzata in Medio-Oriente).
Sitchin studiò le tavolette sumeriche, cercando di estrapolare da esse quanto più materiale fosse possibile e tentò anche di fornirne un’interpretazione storica.

Il risultato? Siamo nell’incredibile: navi spaziali, tecnologie avanzate, capricci e litigi fra uomini e “semi-dei” (o addirittura vere e proprie “Divinità” scese fra gli Umani), guerre combattute sulla Terra e nello spazio (e persino su altri pianeti) e, cosa da non sottovalutare, una corposa “Epica della Creazione del Sistema Solare”.
Parrebbe che, durante la presenza di queste “Divine Entità” sulla Terra (Entità arrivate in pompa magna, con tanto di credenziali e struttura sociale organizzata), il nostro Sistema Solare mostrasse la presenza di un pianeta anomalo che “gironzolava” tra le orbite degli altri.
Questo corpo celeste sarebbe stato grande circa quanto la Terra, dotato di “luce propria” (perché la sua superficie era “come fusa”, ed aveva, ad abundantiam, anche qualche satellite al suo seguito.
Secondo Sitchin questo Mondo Errante compiva un’orbita ogni 3600 anni (oggi i seguaci di Sitchin parlano di 36000 anni…) ed al suo passaggio nelle prossimità della Terra è (ovviamente, dato che le interazioni gravitazionali fra corpi celesti prossimi non sono uno scherzo) sempre guai. Sembrerebbe inoltre che questo Pianeta sia stato pure la causa di una catastrofe la quale distrusse Tiamat (un altro pianeta oggi scomparso, ricchissimo d’acqua e simile alla Terra).
Che ne dite?
Storia (Alternativa), Fantascienza, o Baggianate belle e buone?

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una serie di “stravaganti” interpretazioni della Storia e della Mitologia e questo potrebbe in fondo essere il pensiero di chi non crede a simili tesi.
Ma, ecco la nostra (provocatoria) domanda: perché non dovrebbe essere vera l’interpretazione di Sitchin? O, almeno, verosimile? Oppure, sebbene inverosimile, almeno considerabile come avente qualche elemento di attendibilità?
Risposta: la Razza Umana si è evoluta dai Primati, quindi, gli uomini primitivi erano delle “bestiole” in fase di lento (ovvio…) mutamento verso l’Homo Sapiens e nessuna razza aliena è mai scesa sulla Terra in epoca storica o preistorica, perché le distanze, nell’Universo, sono enormi, perché la contemporaneità tra Civiltà Intelligenti è estremamente improbabile, ergo lontanissima in senso temporale.
Problema risolto.

Risolto? Ma siamo proprio sicuri?
Ma chi ci può dimostrare, con assoluta certezza, che una Civiltà (anche solo una su “n”) non sia riuscita a giungere sulla Terra? Perché non dovrebbe essere accaduto?
Solamente perché i Vati della Scienza Contemporanea dicono che non può essere? E sulla base di quali prove “provate”?

Nonostante le argomentazioni di Sitchin andrebbero prese con le pinze (alcuni elementi della sua costruzione, effettivamente, “non stanno proprio in piedi”), non è neppure da escludere che le sue intuizioni contengano qualche autentico frammento di Storia VERA, magari sepolta in un mare di leggende.

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Immanuel Velikovsky
Nel 1950 uscì il suo libro, “Mondi in collisione”, il quale fu un vero “impatto in acque tranquille”.
L’allora – relativamente – giovane Materia delle Scienze Planetarie stava appena mettendo le sue radici autonome e, in parte, distanti da quelle già ben attecchite della Geologia “gradualista” ed “uniformista”.
Eravamo all’alba dell’Era Spaziale, ma il clou dell’Astronomia di quegli anni si risolveva nell’osservazione visuale dei corpi celesti, appena supportata da qualche eccellente strumento di analisi.
Negli Anni ’50, la concezione tradizionale circa la struttura del Sistema Solare era ben consolidata e, con sempre nuove innovazioni, si cercavano prove semmai a favore di tale costruzione, non certo il contrario. Il libro di Velikovsky, invece, costituì una sorta di “peste bubbonica” per i dogmatismi scientifici del periodo, sponsorizzati – indovinate un pò… – da personaggi quali il grande e compianto Carl Sagan, Shapley e dai loro adepti.
Curioso, non credete?
Carl Sagan fu praticamente uno dei padri dell’esobiologia insieme a Francis Crick ed alcune sue successive teorie non erano certamente del tutto tradizionaliste, eppure…

Ma cosa disse di tanto scandaloso Velikovsky? Ecco qui: egli sostenne la tesi secondo cui
(1) Venere era un pianeta nato molto di recente (forse a seguito di un cataclisma cosmico che avrebbe coinvolto addirittura Giove;
(2) Marte, in un recentissimo passato, occupava un’orbita molto più prossima al Sole ed era un pianeta “vivo”;
(3) l’orbita di Venere – per motivi ignoti – si restrinse fino al punto da deviare quella di Marte, in modo tale che
(4) entrambi i pianeti sfiorarono la Terra rischiando di provocare la fine di tutto. Anche della “nostra” Storia.
Ma per fortuna (!) non andò così.
Velikovsky per avallare le sue teorie, disse (anzi: “predisse”) che Venere era un pianeta caldissimo e che Giove emetteva onde radio (una sorta di “eco” del cataclisma dal quale era nato Venere).
E su qualcuna delle sue “intuizioni”, la Storia ci dice che era nel giusto.
Ma attenzione: Velikovsky non era certo uno “Scienziato” (almeno NON nel senso “tecnico” della parola): egli, infatti, cercò prove che sostanziassero le sue teorie anche nella letteratura mitologica e religiosa (sostenendo quindi di averne trovate moltissime).

Verità, mezze verità o panzane che fossero le speculazioni di Velikovsky, la cosa penosa di questa storia fu nella vera e propria persecuzione che il suo libro ricevette da parte della Comunità Scientifica di allora (una campagna così forte ed acre, che si riuscì anche a scoraggiare alcuni Editori dal dare seguito alle pubblicazioni).
Risultato? Il suo libro venne stampato comunque, e fu un successo internazionale il quale, ancora oggi, a distanza di 56 anni, viene ancora ristampato e venduto!

Ecco come i Vati della Scienza, credendo (anche se non ne siamo certi che il loro intento fosse in toto “benevolo”) di fare del bene alla Collettività, fecero l’esatto opposto e, nel contempo, si coprirono di ridicolo. Ma questa è una semplice regola dell’agire umano: più si fa “cagnara” verso qualcuno che non si gradisce e più lo si rende famoso…

Una delle (tantissime) critiche mosse a Velikovsky era relativa al dato per cui Venere e Giove sono due pianeti completamente diversi e quindi non può essere possibile che il primo fosse nato dal secondo.
Va bene, diciamo noi.
Ma se questo è vero, allora possiamo tranquillamente dire che il Sole, Giove e la Terra, essendo completamente diversi fra loro, NON POSSONO (rectius: potrebbero) AVERE RADICI COMUNI.

O forse no?
Chi, in fondo, ha mai detto che Giove non potrebbe possedere al suo interno notevoli quantità di elementi pesanti e tipici dei pianeti rocciosi? Ed il collasso gravitazionale, inoltre, fino a che punto può proseguire nella formazione di un pianeta?
Capite il punto? Venere, in fondo, può essere “Figlio di Giove” tanto quanto la Terra può essere “Figlia della Nebulosa Protoplanetaria” di cui parlavamo all’inizio.

Un’altra opposizione mossa a Velikovsky fu quella secondo cui Venere avrebbe una crosta più spessa di quella della Terra, anche se esso sembra essere un pianeta non del tutto solido.
Siccome, dopo quasi 5 miliardi di anni, la Terra ha una crosta spessa appena poche decine di Km, la domanda è facile: come è possibile tutto questo?

Risposta (che è un’altra domanda): e se la Terra, magari, anziché essere un Pianeta antico fosse invece un corpo celeste “giovane”?

Ed infine, riguardo l’orbita di Venere (ellittica in origine e poi circolarizzatasi, per giunta all’interno di quella terrestre), è vero, si tratta di un assunto discutibile e difficile da accettare.
E noi siamo d’accordo con il “dubitare”: dopotutto non è detto che bisogna sempre criticare gli scettici, anzi: noi possiamo (e forse “dobbiamo”) considerare lo scetticismo come un banco di prova per testare qualsiasi tesi “alternativa”.

L’idea di Velikovsky è improbabile, ma improbabile non è – riteniamo – un sinonimo di “impossibile”.
Ad ogni modo, per valida o ridicola (in tutto, od in parte) che sia, la tesi di Immanuel Velikovsky costituisce comunque un colpo d’ariete contro l’Uniformismo degli Esperti di Scienze Planetarie i quali, diremmo “per definizione”, vedono sempre e solo cambiamenti lenti e graduali, ergo (ed inevitabilmente) del tutto impercettibili su una Scala Storica “Umana”.

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John Ackerman
Impugnate le tesi di Velikowsky, Ackerman le fece proprie e le sviluppò nei suoi due volumi “Firmament” e “Chaos”.
Questi migliorò le cronologie degli eventi e corresse molti errori di interpretazione commessi da Velikovsky. Il Catastrofismo del Sistema Solare non fu messo da parte ed è anche per questa ragione gli scritti e le tesi di Ackerman vennero rifiutati/e dalla Comunità Scientifica “Positiva”.

L’idea che nel recente passato del Sistema Solare potessero essersi verificate catastrofi di proporzioni immense continua, infatti, a suscitare non solo “sgomento”, ma anche una vera e propria “irritazione”.

Ackerman fu un grande sostenitore del modello di Velikovsky: egli postulò che Marte avesse subito, attraverso un periodo di circa 3000 anni, delle “catture” periodiche da parte di Venere; catture grazie alle quali esso diventava, sia pure solo temporaneamente, un pianeta sincronizzato (anche) con la Terra.
Marte, secondo Ackerman, possedeva un nucleo magnetico bipolare come quello terrestre ed era un grande quasi quanto la Terra.
Ad ogni successivo passaggio (ravvicinato) di Venere, Marte veniva strappato alla Terra e riconsegnato alla sua originale orbita.
Durante questo periodo di “instabilità” orbitale, il nucleo di Marte, quando questi era satellite della Terra, fuoriusciva dal Pianeta (!) per un certo periodo di tempo, per poi “rientrare” all’interno di Marte stesso.
Un giorno, però, alla fine di uno degli “n” cicli di cattura (ed alla fine del ciclo tri-millenario), il nucleo di Marte non rientrò più nel suo “guscio” e si separò definitivamente da esso, divenendo poi il pianeta Mercurio.

Una simile teoria (per quanto stravagante – a dir poco – possa essere), laddove sostanziabile anche in una MINIMA parte, probabilmente potrebbe costituire, a livello psicologico, un trauma colossale!
Essa significherebbe, infatti, la totale negazione della “pacifica” geologia planetaria gradualista, lo stravolgimento di quell’apparente quiete che traspare osservando i moti dei pianeti e delle loro rispettive lune.

Bisogna comunque ammettere che un nucleo planetario, per staccarsi dal pianeta-madre, dovrebbe superare migliaia di km di “ostacoli”.
Se Marte avesse avuto un diametro di 11500 km, come sostiene Ackerman, il suo nucleo avrebbe dovuto superarne circa 4000 di mantello liquido e quindi spaccare la crosta in modo devastante… Per non parlare poi della Terra: la stessa cosa sarebbe potuta accadere anche al nostro pianeta.

E comunque, se un nucleo planetario dovesse “staccarsi” (ma come?) dal pianeta-madre, difficilmente potrebbe poi ricongiungersi ad esso, e questa non è più speculazione: questa è Fisica, allorché si tratta della dinamica dei solidi e dei fluidi.
Primariamente, se un solido immerso in un fluido si sposta, il volume del fluido, in virtù del principio di equivalenza, non subirà sostanziali cambiamenti (questo perché la parte che era precedentemente occupata dal solido verrà ora occupata dal fluido).
Secondariamente, un nucleo planetario è sotto pressione a causa della quantità di materiale che lo sovrasta e nel quale si trova immerso. Una volta cessata la pressione, esso si decomprimerà rapidamente, cederà calore allo spazio circostante, raggiungerà un nuovo equilibrio termico e quindi subirà una nuova – e leggera – compressione.
Fine dell’evoluzione e nascita di un nuovo pianeta.

La costruzione di Ackerman è, senza dubbio, ampiamente stravagante, ma Ackerman ha saputo comunque fornirci delle interessanti (oltre che intriganti ed alternative) indicazioni circa la formazione dei pianeti dimostrando, nel contempo, l’esistenza di un grandissimo numero di falle negli scafi delle teorie tradizionali e convenzionali.
Le sue considerazioni, tuttavia, forse perché logicamente connesse ad una teoria (va ripetuto) “splendidamente assurda”, passarono – in buona sostanza – del tutto o quasi inosservate.
Peccato.

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Windsor e Patten
Costoro non sono stati da meno rispetto agli altri Autori citati.
Le loro considerazioni si basano sull’assunto che catture e collisioni sono fenomeni improbabili a distanze prossime al Sole e così si è pensato di spostare tutta la fenomenologia catastrofisti – con annesse “catture”, “impatti” e quant’altro – ad almeno 900 UA di distanza dalla nostra stella.
Laggiù, tutto è immerso in una quiete senza fine: l’attrazione gravitazionale del Sole è irrisoria e quindi le “catture lente” sono già più accettabili e concepibili.
Ma in questo nuovo scenario esiste un problema di fondo: a quelle distanze, in cui lo spazio “vuoto” fra corpo celeste e corpo celeste diventa tendenzialmente infinito, i tempi per il verificarsi (eventuale) e lo svilupparsi (pure eventuale) di simili eventi tendono – inevitabilmente – ad allungarsi.
Risultato: le probabilità che situazioni del genere possano effettivamente verificarsi nel cosiddetto “Spazio Profondo”, tendono a zero.

Comunque sia, la Terra – dicono costoro – catturò Marte e gli conferì caratteristiche “gemelle” (si veda il periodo di rotazione del Pianeta Rosso e l’inclinazione del suo asse).
Altrettanto accadde per gli altri Pianeti Maggiori del Sistema Solare, i quali formarono delle vere e proprie coppie gemellari: Giove-Saturno e Urano-Nettuno.

Ma poi? Poi cosa accadde? E si: perchè premesso questo scenario (più o meno remoto) occorre ora dire che cosa finì col succedere per riportare alla “casa” che occupano oggi tutti I pianeti e le lune coinvolte da questi (improbabili) eventi.
Come mai essi “ritornarono” nelle loro rispettive (ed attuali) orbite?
Chi o che cosa li “aiutò”?

Ed ecco la risposta di Windsor e Patten: “The Little Brother”. Forse una nana bruna che periodicamente attraversava il nostro Sistema Solare e che, uno alla volta, strappò i pianeti da quei recessi in cui si trovavano e li portò nelle rispettive posizioni attuali.
Una specie di “autobus spaziale”.
Ora provate a fare quattro conti (in termini probabilistici) e tentate di calcolare quante possibilità esistono affinchè, grazie all’opera dello Space-Bus, tutti i pianeti del Sistema Solare finirono con il posizionarsi così come li vediamo ora.
Siamo vicini, come ovvio, allo Zero Assoluto.

Per spiegare il motivo per cui Marte ha le caratteristiche da noi conosciute, Windsor e Patten pensarono ad una collisione con “Astra”, un piccolo pianeta orbitante fra Giove e Marte stesso.
Astra, per motivi ancora da capire, colpì il Pianeta Rosso e lo rese un mondo sterile.

Per improbabile che sia questa costruzione, Windsor e Patten fornirono svariati indizi, basati anche su miti e leggende, i quali mostravano sostanziali mutamenti nelle orbite di Venere, Terra e Marte, nonché l’eventualità di passaggi ravvicinati tra questi pianeti.

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Tom Van Flandern
Direttore della Fondazione Meta Research e contestatore della Teoria della Relatività, egli ha proposto anch’egli una (suggestiva) visione del Sistema Solare la quale è caratterizzata, in passato, da un maggiore numero di pianeti rispetto a quelli conosciuti.
Secondo Van Flandern, tra le orbite di Marte e Giove dovevano esistere probabilmente altri due grandi pianeti (deduzione acquisita dalla constatazione relativa all’esistenza di due picchi nella distribuzione degli asteroidi).
Tali pianeti sarebbero poi esplosi (per motivi ignoti).

Nella fascia di Kuiper dovevano esistere, poi, altri due corpi celesti maggiori, andati anch’essi distrutti. Plutone era una luna di Nettuno e, udite udite, Marte sarebbe stato il satellite di uno di quei due pianeti residenti laddove ora vediamo la fascia di asteroidi e che deviò dalla sua orbita naturale quando il suo Pianeta-Madre venne distrutto.
Infine Mercurio, il quale sarebbe stato un satellite di Venere, sfuggito (SEMPRE per motivi ignoti) al suo “amorevole guinzaglio”.

Che dire? Ci fa molto piacere sapere che la Terra, a quanto pare, doveva essere dotata di una speciale campana protettiva perché, in mezzo a quel gran caos – ed almeno stando a quanto proposto dal modello di Van Flandern – essa è miracolosamente scampata a tutti i pericoli susseguenti ad impatti, sfioramenti, catture e quant’altro.

§§§

Qualche conclusione.
Per prima cosa, va detto che la Scienza Ufficiale non respinge in toto il Catastrofismo, ma lo ha relegato ad epoche remote, forse per una naturale ed inconscia reazione psicologica dei suoi Vati verso le oscure paure incarnate nel timore della fine (vuoi della morte, o del crollo del sistema di vita nel quale tutti noi ci troviamo, o della società che potrebbe destabilizzarsi etc.).
E’ altresì vero che i Catastrofisti (sia di estrazione accademica che non) potrebbero avere schemi mentali slegati parzialmente o totalmente da alcune o da tutte le paure ataviche (e da certi vizi sociali), al punto che le loro idee potrebbero essere libere dai vincoli imposti dal Dogmatismo.

Tuttavia, in questo quadro generale, intravediamo un pericolo che, forse, non è facile da focalizzare, ma nemmeno impossibile da percepire.
Quale? Quello connesso all’esistenza di una vera e propria “guerra ideologica”, capeggiata da pulsioni di base che scaturiscono dalle profondità della nostra mente e che si idealizzano in “feticci immaginari” nei quali infiggiamo i nostri “spilli protettivi”, onde poter scongiurare tutto ciò che ci spaventa (per lo più si tratta di paure innate, che ci trasciniamo sino alla morte).

Oppure, idealizzando il catastrofismo puro, finiamo con l’accettare (anzi: con il GIUSTIFICARE) la violenza della Natura e, quindi, quella Umana, fatta di istinti poggiati unicamente sulla necessità di sopravvivere, in qualsiasi modo, agli scossoni naturalmente ed inevitabilmente connessi all’esistenza di un Mondo e di un Universo inquieti ed instabili.

Beh, se le cose stessero davvero così, allora ci sarebbe davvero di che preoccuparsi.
Perché?
Perché potremmo dire addio, assieme alle “certezze del nostro piccolo mondo”, anche ai fondamenti del Pensiero Razionale, fatto di Obbiettività ed Onestà Intellettuale.

In un caso, finiremmo con il cercare sempre di accomodare ogni nuova scoperta e teoria – al pari di ogni nuova stupidaggine cosmologica – al “Pensiero Attualmente Dominante”, qualunque esso sia.
Allo squallore della nostra “Civiltà Evoluta”, ma folle e nevrastenica, al di sotto della sua (solo apparente) “equilibrata stabilità”.

E forse è proprio la proiezione delle nostre paure e dei nostri pregiudizi che ci ha trasformati in cieche “Unità Biologiche”, completamente allo sbaraglio ed incapaci di vedere oltre il proprio naso, a causa della fitta nebbia creataci dalle nostre stesse ideologie, dai nostri stessi modelli Sociali, Storici, Scientifici e Comportamentali.

E SE INVECE ACCADDESSE QUALCOSA REALMENTE?

I nomi che hanno reso “importante” il Movimento del Dissenso Scientifico sono tantissimi, specie se riuniamo sia coloro che provengono dal mondo Accademico, sia i “semplici” Ricercatori Indipendenti.
Forse non tutti se ne sono accorti (almeno consciamente), ma tra le varie Teorie Catastrofistiche che abbiamo citato, i punti di contatto esistono e sono evidenti.
Punti di contatto che non possono essere solamente il parto contemporaneo della sfrenata fantasia di tante menti ottenebrate.

Facciamo solo questo esempio: l’ipotesi della catastrofe planetaria che colpì Marte l’hanno proposta in tanti: Hoagland, Velikovsky, Sitchin, Ackerman, Windsor e Patten, Van Flandern, Mac Tonnies e, attenzione, adesso “arrivano i nostri”!

Possiamo certamente citare il Dr. Giuseppe Colaminè (psicologo e psicoterapeuta), il Dr. Gianni Viola (autore del bellissimo libro “La civiltà di Marte”) e l’altrettanto carissimo Ing. Ennio Piccaluga (il cui libro “Ossimoro Marte” è appena uscito e disponibile al pubblico).
E, a dire il vero, l’elenco dovrebbe continuare con una lunga sfilza di nomi…

Anche l’Autore di questo articolo si schiera tra coloro che fanno parte del Dissenso, ma preferisce relegarsi all’ultimo posto fra tutti.

Ciò nonostante egli si è reso conto di come questo Dissenso abbia, tra le sue (inevitabili) mancanze, anche qualche elemento straordinario: il “Dissenso” possiede, infatti, una sua forza ed una sua coerenza che gli permetteranno – nel tempo e con equlibrio – di uscire (o, almeno, di fare capolino) al di sopra delle onde di quel Mare Magnum di Scienza, ora Convenzionale (o Positiva) ed ora non-convenzionale (od Alternativa), che abbiamo cercato di delineare in queste poche pagine.

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