Ashes to Ashes… – di Paolo C. Fienga
In questi giorni si compie l’undicesimo anniversario della morte di mio Nonno, Leone Guerra.
Questo articolo vuole essere il mio modesto contributo alla Sua – per me e per tutti coloro che lo hanno conosciuto – indelebile Memoria.

Mio Nonno non era uno Scienziato, ma qualche idea sul “Senso della Natura” è stato capace di darmela.
E’ stato capace di darmela raccontandomi, sin da quando io ero ancora un bambino, di quello che i suoi occhi riuscivano a vedere, talvolta con semplicità, talvolta sforzandosi.
Quando mio Nonno era un ragazzo eravamo nei primi anni del Ventesimo Secolo ed il Mondo – adesso posso dire di averlo capito bene anch’io – doveva essere proprio diverso…
Comunque sia, Nonno Leone mi ha aiutato ad afferrare, almeno in parte, il “Senso della Natura” e questo “Senso”, a mio modo di vedere, costituisce la base ottimale su cui coloro che hanno non solo una certa predisposizione, ma anche un buon interesse, possono (anche se vorrei dire “devono”…) costruire un percorso conoscitivo della realtà il quale sia capace di poggiare non solo sulla Conoscenza Razionale, acquisita mediante lo studio, ma anche sull’Osservazione Diretta, acquisita mediante la sensibilità.
Sulla “capacità di guardare e, guardando, di vedere” insomma, anche se, come tutti sanno, spesso gli occhi…ingannano.
Mio Nonno non era un Santo e lui stesso me lo aveva detto e ripetuto tante volte: lui era stato un Soldato – un “Ragazzo del ’99”, ad essere precisi – ed i Soldati come lui, se volevano compiere il proprio dovere sino in fondo (e, nel contempo, essere capaci di restare vivi, al fronte) non potevano permettersi di essere dei “Santi”.
Però mio Nonno era anche – e sicuramente – un Uomo di Fede. Una Grande Fede.
Una Fede genuina, travolgente, autentica e, forse – alle volte –, anche piuttosto ingenua (oggi si direbbe “naif”), ma certo era una Fede vera: intoccabile ed inattaccabile.
E la Strada della Fede, come sanno tutti, non sempre si sposa bene con quella della conoscenza razionale. Anzi: non si sposa affatto con essa.
Ecco, mio Nonno era così: un Osservatore della Natura (che cercava di cogliere e di capire attraverso gli occhi) ed un Cercatore della Trascendenza, di Dio.
Un Dio (spesso elusivo, come nei “giorni di guerra”) che cercava di cogliere e di capire attraverso il cuore.
Non so se, negli ultimi istanti della sua Vita, questa sua “dualità” lo abbia aiutato, suggerendogli il percorso finale da seguire, oppure se gli abbia “confuso” i passi, facendolo dubitare.
Questo non può saperlo nessuno. Oggi.
Quello che so è che i suoi insegnamenti – mai imposti e sempre suggeriti – mi sono stati di aiuto, nella Vita, per capire, anche nei momenti più scuri e difficili, quale strada seguire e, soprattutto, quale spirito adottare per seguirla.
L’acutezza nell’osservazione e dell’osservazione, unita all’umiltà di giudizio (alla prudenza, insomma) ed alla consapevolezza che il dominio sulla Verità non è un dominio di questo mondo, sono i tasselli fondamentali del Metodo che mi ha insegnato lui e che io cerco di adottare, da sempre.
Oggi, ad undici anni dalla sua morte (ed a molti di più dalla mia fanciullezza), mi occupo di Scienza e di Divulgazione della Scienza. Un percorso difficile, fatto proprio di osservazione, di metodo, di razionalità e, alle volte, anche di Trascendenza.
Una Trascendenza che affonda le sue origini in quella stessa Scienza che cerco di spiegare, con semplicità, agli altri.
Ma un buon “suggeritore” – poiché definirmi “Insegnante” mi pare proprio fuori luogo – deve sapere “come” proporre gli argomenti.
Un buon “Divulgatore” deve essere resistente, ma pure flessibile.
Deve essere attento ed esigente, ma anche comprensivo.
Deve essere accattivante e preciso, ma anche e soprattutto semplice.
Ad esempio, l’idea di pubblicare, accanto ai frames (e cioè alle immagini che arrivano dallo Spazio), le Captions (e cioè i commenti) NASA originali per essi predisposte, è figlia del tentativo di aiutare i Lettori a capire meglio quello che stanno guardando mediante la proposizione di un modello esplicativo semplice, stringato e, almeno in teoria, assolutamente affidabile ed accreditato.
“Lasciamo parlare chi sa”: questa era ed è la filosofia.
In qualità di Ricercatore (e di Fondatore dell’Associazione Lunar Explorer Italia) io cerco – a volte riuscendoci di più ed altre volte (come ovvio ed umano) di meno – di dare poco/pochissimo spazio alle derive intellettuali di stampo complottistico (e/o di “congiura globale”) le quali individuano, in ogni “silenzio” (così come in ogni dichiarazione “spuntata” e/o “lacunosa” di “Coloro che Sanno”), un possibile (se non certo) segnale di occultamento (oggi si chiama “cover-up”).
Pensate: si è parlato e si parla di cover-up – inter alia – per Roswell, per l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, per lo sbarco sulla Luna e, venendo a tempi recenti, per gli attentati del “September Eleven” (o “9/11”).
Si parla, tanto, spesso avendo pochi dati a disposizione, e si finisce con il dire – questo non sempre, ma probabilmente ed inevitabilmente molto spesso – delle solenni stupidaggini.
Su questo concetto mi sono già pronunciato in passato, dunque scusate la ripetizione.
Mio Nonno mi diceva “Quando non sai, sta zitto e ascolta: nella peggiore delle ipotesi non ti noterà nessuno; nella migliore, avrai imparato qualcosa”.
Già: un ottimo insegnamento.

Ma veniamo ad oggi, ai commentini NASA “spuntati” ed alle deduzioni che, sempre più spesso, traiamo da essi: ebbene io non credo nel cover-up assoluto, ma ho la sensazione – sempre più forte – che la nostra Scienza (perché qui, su queste pagine, è di Scienza che si parla) non sia in grado di rispondere alle domande davvero interessanti che l’Esplorazione Spaziale ci spinge a porci.
Qualcuno ha detto che un’immagine parla più di cento libri: e secondo me questo è vero.
E da un libro (un buon libro) nascono almeno mille domande.
Ma allora, se queste premesse sono corrette, da mille “immagini”, quante “parole” e, quindi, quante “domande” nasceranno mai?!?
Io rispetto la NASA (perché è – anche – grazie ad essa che ho iniziato ad amare la Scienza), come è giusto che sia, ma non la sopravvaluto: a mio parere, infatti, molti dei suoi silenzi e delle sue spiegazioni – ribadisco: sempre più ripetitive, banali e scontate – non credo che sìano (completamente, almeno) figlie di una “Congiura Globale” la quale è finalizzata a mantenere il Genere Umano nell’ignoranza più totale e bestiale, mentre in pochi (gli “Eletti”?) crescono, evolvono e, ovviamente, mantengono il potere.
Io credo che l’atteggiamento della NASA, almeno in larghissima misura (dalla dichiarazione più datata per giungere sino alla più recente), sia figlio non solo e non tanto dell’ignoranza “tout-court”, ma anche dell’arroganza di sapere.
L’arroganza di coloro che pretendono di avere sempre una risposta (peraltro giusta) a tutti i quesiti che un uomo si può porre (ed anche in Italia, di “Scienziati” che rispondono a questo stereotipo ce ne sono diversi, non credete?!?…).
Io credo che i sempre più stringati (e, alle volte ormai, così saccenti dal risultare anche tristemente irritanti) commenti della NASA – o di qualsiasi altra Agenzia Spaziale – alla quasi totalità dei frames proposti trovino la loro ragione di essere nel semplice fatto che la Verità è oltremodo complessa, decisamente lontana da noi e dal nostro modo di pensare (scientificamente) e quindi – ad oggi – sostanzialmente inafferrabile.
Certo non inafferrabile in assoluto, ma inafferrabile “al momento”!
Inafferrabile almeno fintanto che non proveremo ad allargare, di almeno di un “paio di gradi”, quella finestra sull’Universo ed i suoi fenomeni che la nostra Scienza Consolidata (in origine fondata sulla Matematica, il Raziocinio e l’Osservazione, ma che oggi – anzi: almeno da mezzo secolo – si regge anche su Dogmi e Professioni di Fede) pretende di mantenere socchiusa.
Tranquillamente socchiusa, perché – in fondo – se molti dicono che la Verità rende Liberi, altri sono sempre più convinti che la Verità, invece, “fa paura”.
Fa “solo” paura.
E paura di che cosa?
Paura, per esempio, di scoprire che l’Universo ha un ordine, ma che quest’ordine non è quello che pensavamo e pensiamo; paura di capire che, tra le fondamenta esatte della nostra Scienza, ve ne sono anche di fallaci; paura di riscrivere un’infinità di libri e di doverci, conseguentemente, confrontare con una marea di errori (alcuni, forse, terribili); paura di dire “caspita: ho sbagliato!”.
Ed è per questi motivi che, alla NASA come all’ESA e come in tante Scuole ed Istituzioni Scientifiche (in Italia, in Europa e nel Mondo), si continua a parlare ed a fornire risposte anche quando l’unica cosa da dire e da fare sarebbe quella di sedersi, tirare un sospiro e poi esprimere un franco ed intellettualmente onesto “…Non lo so…”.
Un “non lo so” che, nel tempo, ci potrebbe portare a capire – tra un passo e l’altro – che, al termine del percorso (di ogni percorso terreno, sia esso Scientifico, Filosofico o meramente Umano), l’Uomo non solo non risulta essere il Centro dell’Universo, o della Via Lattea, o del Sistema Solare, ma neppure – forse – il centro della “sua” stessa Terra.
Neppure il centro della “sua” stessa Vita.

Dietro alle migliaia di vane parole che gli “Scienziati” attaccano alle “Immagini dell’Universo” c’è – forse – il solo tentativo di seppellire la inevitabile consapevolezza (maturata attraverso l’apprendimento e l’esperienza) di non essere affatto dei “Primi Attori”, ma solo delle piccole “comparse”.
C’è la paura di non essere degli “Eruditi Maestri”, ma solo dei “mediocri discepoli”.
E qui mi ritorna in mente, ancora una volta e per un’ultima volta, mio Nonno Leone, con la sua semplicità e la sua acutezza; con la sua capacità di osservare e di dedurre, ma anche con la sua inclinazione ad interpretare gli eventi della Vita, al pari dei fenomeni della Natura, in una chiave più sottile e rivolta – come dicevo – anche alla Trascendenza, all’Oltre ed all’imponderabile.
Una chiave rivolta, in fondo, a Dio.
E così ragionando mi sembra di capire che l’ultima paura che tanti “Scienziati” ed “Uomini di Scienza” hanno - forse la più grande, quella capace di soffocare il giusto silenzio con fiumi di vane parole - è quella di scoprire, razionalmente e scientificamente (e, dunque, “in via definitiva ed inequivocabile”, così come piace dire a costoro) che, in fondo, non siamo nulla se non un battito d’ali nel tramonto.
Oppure, proprio come mi diceva mio Nonno, che “Polvere siamo, e Polvere ritorneremo”.