True Planets

25 aprile 2006

Ashes to Ashes… – di Paolo C. Fienga

Filed under: Racconti — info @ 19:58

In questi giorni si compie l’undicesimo anniversario della morte di mio Nonno, Leone Guerra.
Questo articolo vuole essere il mio modesto contributo alla Sua – per me e per tutti coloro che lo hanno conosciuto – indelebile Memoria.

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Mio Nonno non era uno Scienziato, ma qualche idea sul “Senso della Natura” è stato capace di darmela.
E’ stato capace di darmela raccontandomi, sin da quando io ero ancora un bambino, di quello che i suoi occhi riuscivano a vedere, talvolta con semplicità, talvolta sforzandosi.
Quando mio Nonno era un ragazzo eravamo nei primi anni del Ventesimo Secolo ed il Mondo – adesso posso dire di averlo capito bene anch’io – doveva essere proprio diverso…
Comunque sia, Nonno Leone mi ha aiutato ad afferrare, almeno in parte, il “Senso della Natura” e questo “Senso”, a mio modo di vedere, costituisce la base ottimale su cui coloro che hanno non solo una certa predisposizione, ma anche un buon interesse, possono (anche se vorrei dire “devono”…) costruire un percorso conoscitivo della realtà il quale sia capace di poggiare non solo sulla Conoscenza Razionale, acquisita mediante lo studio, ma anche sull’Osservazione Diretta, acquisita mediante la sensibilità.
Sulla “capacità di guardare e, guardando, di vedere” insomma, anche se, come tutti sanno, spesso gli occhi…ingannano.

Mio Nonno non era un Santo e lui stesso me lo aveva detto e ripetuto tante volte: lui era stato un Soldato – un “Ragazzo del ’99”, ad essere precisi – ed i Soldati come lui, se volevano compiere il proprio dovere sino in fondo (e, nel contempo, essere capaci di restare vivi, al fronte) non potevano permettersi di essere dei “Santi”.

Però mio Nonno era anche – e sicuramente – un Uomo di Fede. Una Grande Fede.
Una Fede genuina, travolgente, autentica e, forse – alle volte –, anche piuttosto ingenua (oggi si direbbe “naif”), ma certo era una Fede vera: intoccabile ed inattaccabile.
E la Strada della Fede, come sanno tutti, non sempre si sposa bene con quella della conoscenza razionale. Anzi: non si sposa affatto con essa.

Ecco, mio Nonno era così: un Osservatore della Natura (che cercava di cogliere e di capire attraverso gli occhi) ed un Cercatore della Trascendenza, di Dio.
Un Dio (spesso elusivo, come nei “giorni di guerra”) che cercava di cogliere e di capire attraverso il cuore.
Non so se, negli ultimi istanti della sua Vita, questa sua “dualità” lo abbia aiutato, suggerendogli il percorso finale da seguire, oppure se gli abbia “confuso” i passi, facendolo dubitare.
Questo non può saperlo nessuno. Oggi.

Quello che so è che i suoi insegnamenti – mai imposti e sempre suggeriti – mi sono stati di aiuto, nella Vita, per capire, anche nei momenti più scuri e difficili, quale strada seguire e, soprattutto, quale spirito adottare per seguirla.
L’acutezza nell’osservazione e dell’osservazione, unita all’umiltà di giudizio (alla prudenza, insomma) ed alla consapevolezza che il dominio sulla Verità non è un dominio di questo mondo, sono i tasselli fondamentali del Metodo che mi ha insegnato lui e che io cerco di adottare, da sempre.

Oggi, ad undici anni dalla sua morte (ed a molti di più dalla mia fanciullezza), mi occupo di Scienza e di Divulgazione della Scienza. Un percorso difficile, fatto proprio di osservazione, di metodo, di razionalità e, alle volte, anche di Trascendenza.
Una Trascendenza che affonda le sue origini in quella stessa Scienza che cerco di spiegare, con semplicità, agli altri.
Ma un buon “suggeritore” – poiché definirmi “Insegnante” mi pare proprio fuori luogo – deve sapere “come” proporre gli argomenti.
Un buon “Divulgatore” deve essere resistente, ma pure flessibile.
Deve essere attento ed esigente, ma anche comprensivo.
Deve essere accattivante e preciso, ma anche e soprattutto semplice.

Ad esempio, l’idea di pubblicare, accanto ai frames (e cioè alle immagini che arrivano dallo Spazio), le Captions (e cioè i commenti) NASA originali per essi predisposte, è figlia del tentativo di aiutare i Lettori a capire meglio quello che stanno guardando mediante la proposizione di un modello esplicativo semplice, stringato e, almeno in teoria, assolutamente affidabile ed accreditato.

Lasciamo parlare chi sa”: questa era ed è la filosofia.

In qualità di Ricercatore (e di Fondatore dell’Associazione Lunar Explorer Italia) io cerco – a volte riuscendoci di più ed altre volte (come ovvio ed umano) di meno – di dare poco/pochissimo spazio alle derive intellettuali di stampo complottistico (e/o di “congiura globale”) le quali individuano, in ogni “silenzio” (così come in ogni dichiarazione “spuntata” e/o “lacunosa” di “Coloro che Sanno”), un possibile (se non certo) segnale di occultamento (oggi si chiama “cover-up”).
Pensate: si è parlato e si parla di cover-up – inter alia – per Roswell, per l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, per lo sbarco sulla Luna e, venendo a tempi recenti, per gli attentati del “September Eleven” (o “9/11”).

Si parla, tanto, spesso avendo pochi dati a disposizione, e si finisce con il dire – questo non sempre, ma probabilmente ed inevitabilmente molto spesso – delle solenni stupidaggini.
Su questo concetto mi sono già pronunciato in passato, dunque scusate la ripetizione.
Mio Nonno mi diceva “Quando non sai, sta zitto e ascolta: nella peggiore delle ipotesi non ti noterà nessuno; nella migliore, avrai imparato qualcosa”.

Già: un ottimo insegnamento.

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Ma veniamo ad oggi, ai commentini NASA “spuntati” ed alle deduzioni che, sempre più spesso, traiamo da essi: ebbene io non credo nel cover-up assoluto, ma ho la sensazione – sempre più forte – che la nostra Scienza (perché qui, su queste pagine, è di Scienza che si parla) non sia in grado di rispondere alle domande davvero interessanti che l’Esplorazione Spaziale ci spinge a porci.

Qualcuno ha detto che un’immagine parla più di cento libri: e secondo me questo è vero.
E da un libro (un buon libro) nascono almeno mille domande.
Ma allora, se queste premesse sono corrette, da mille “immagini”, quante “parole” e, quindi, quante “domande” nasceranno mai?!?

Io rispetto la NASA (perché è – anche – grazie ad essa che ho iniziato ad amare la Scienza), come è giusto che sia, ma non la sopravvaluto: a mio parere, infatti, molti dei suoi silenzi e delle sue spiegazioni – ribadisco: sempre più ripetitive, banali e scontate – non credo che sìano (completamente, almeno) figlie di una “Congiura Globale” la quale è finalizzata a mantenere il Genere Umano nell’ignoranza più totale e bestiale, mentre in pochi (gli “Eletti”?) crescono, evolvono e, ovviamente, mantengono il potere.

Io credo che l’atteggiamento della NASA, almeno in larghissima misura (dalla dichiarazione più datata per giungere sino alla più recente), sia figlio non solo e non tanto dell’ignoranza “tout-court”, ma anche dell’arroganza di sapere.
L’arroganza di coloro che pretendono di avere sempre una risposta (peraltro giusta) a tutti i quesiti che un uomo si può porre (ed anche in Italia, di “Scienziati” che rispondono a questo stereotipo ce ne sono diversi, non credete?!?…).

Io credo che i sempre più stringati (e, alle volte ormai, così saccenti dal risultare anche tristemente irritanti) commenti della NASA – o di qualsiasi altra Agenzia Spaziale – alla quasi totalità dei frames proposti trovino la loro ragione di essere nel semplice fatto che la Verità è oltremodo complessa, decisamente lontana da noi e dal nostro modo di pensare (scientificamente) e quindi – ad oggi – sostanzialmente inafferrabile.
Certo non inafferrabile in assoluto, ma inafferrabile “al momento”!

Inafferrabile almeno fintanto che non proveremo ad allargare, di almeno di un “paio di gradi”, quella finestra sull’Universo ed i suoi fenomeni che la nostra Scienza Consolidata (in origine fondata sulla Matematica, il Raziocinio e l’Osservazione, ma che oggi – anzi: almeno da mezzo secolo – si regge anche su Dogmi e Professioni di Fede) pretende di mantenere socchiusa.
Tranquillamente socchiusa, perché – in fondo – se molti dicono che la Verità rende Liberi, altri sono sempre più convinti che la Verità, invece, “fa paura”.
Fa “solo” paura.
E paura di che cosa?

Paura, per esempio, di scoprire che l’Universo ha un ordine, ma che quest’ordine non è quello che pensavamo e pensiamo; paura di capire che, tra le fondamenta esatte della nostra Scienza, ve ne sono anche di fallaci; paura di riscrivere un’infinità di libri e di doverci, conseguentemente, confrontare con una marea di errori (alcuni, forse, terribili); paura di dire “caspita: ho sbagliato!”.

Ed è per questi motivi che, alla NASA come all’ESA e come in tante Scuole ed Istituzioni Scientifiche (in Italia, in Europa e nel Mondo), si continua a parlare ed a fornire risposte anche quando l’unica cosa da dire e da fare sarebbe quella di sedersi, tirare un sospiro e poi esprimere un franco ed intellettualmente onesto “…Non lo so…”.

Un “non lo so” che, nel tempo, ci potrebbe portare a capire – tra un passo e l’altro – che, al termine del percorso (di ogni percorso terreno, sia esso Scientifico, Filosofico o meramente Umano), l’Uomo non solo non risulta essere il Centro dell’Universo, o della Via Lattea, o del Sistema Solare, ma neppure – forse – il centro della “sua” stessa Terra.
Neppure il centro della “sua” stessa Vita.

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Dietro alle migliaia di vane parole che gli “Scienziati” attaccano alle “Immagini dell’Universo” c’è – forse – il solo tentativo di seppellire la inevitabile consapevolezza (maturata attraverso l’apprendimento e l’esperienza) di non essere affatto dei “Primi Attori”, ma solo delle piccole “comparse”.
C’è la paura di non essere degli “Eruditi Maestri”, ma solo dei “mediocri discepoli”.

E qui mi ritorna in mente, ancora una volta e per un’ultima volta, mio Nonno Leone, con la sua semplicità e la sua acutezza; con la sua capacità di osservare e di dedurre, ma anche con la sua inclinazione ad interpretare gli eventi della Vita, al pari dei fenomeni della Natura, in una chiave più sottile e rivolta – come dicevo – anche alla Trascendenza, all’Oltre ed all’imponderabile.

Una chiave rivolta, in fondo, a Dio.

E così ragionando mi sembra di capire che l’ultima paura che tanti “Scienziati” ed “Uomini di Scienza” hanno - forse la più grande, quella capace di soffocare il giusto silenzio con fiumi di vane parole - è quella di scoprire, razionalmente e scientificamente (e, dunque, “in via definitiva ed inequivocabile”, così come piace dire a costoro) che, in fondo, non siamo nulla se non un battito d’ali nel tramonto.

Oppure, proprio come mi diceva mio Nonno, che “Polvere siamo, e Polvere ritorneremo”.
 

11 aprile 2006

Dalla Luna all’Infinito – di Paolo C. Fienga

Filed under: Articoli — info @ 20:24

“…Il Tempo è un Abisso, profondo come Infinite Notti…”
(dal film “Nosferatu”, di W. Herzog)

§§§

Che ore sono su Marte?

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Questa riflessione che, idealmente, dovrebbe fluttuare tra Scienza, Filosofia e Speculazione Filosofico-Scientifica, nasce da una interessante lettura di qualche anno fa (o forse anche di più): si trattava di un articoletto – diciamo di “Scienza & Dintorni”, dal titolo “What is the Time on Mars?” (e pubblicato per intero alla fine di questo pezzo) – che mi era parso davvero ben fatto, interessante e, dopo averlo attentamente letto, riletto e meditato, anche decisamente originale.
Esso trattava – sebbene, forse, in maniera un po’ troppo complessa per dei neòfiti, ma  comunque usando un approccio alternativo molto intrigante – il tema delle “Distanze” (esistenti fra i Corpi Celesti), del “Tempo” (eventualmente necessario a coprirle) e delle “variabili” che potrebbero influenzarne la corretta misurazione (sia delle Distanze, sia del Tempo).

Quando si parla del Tempo (e, ne converrete, si tratta di un elemento connesso in modo indissolubile – astronomicamente ed astronauticamente parlando – al concetto stesso di Distanza), l’Autore giungeva a questionarne, in un certo senso, il modo – probabilmente erroneo, poiché fondato su presupposti ed assunzioni discutibili ed arbitrarie (se non addirittura errate in nuce) – che noi abbiamo, oggi, di misurarlo.

La domanda di partenza che Donald Carr (l’Autore dell’articolo) si poneva era molto semplice, dalla risposta assolutamente intuitiva e, si potrebbe dire, quasi banale: egli si chiedeva se il Tempo di Marte ed il Tempo della Terra fossero, in qualche modo, congruenti (o almeno congruibili), in maniera tale da potersi dire, con precisione assoluta, data un’ora esatta terrestre, che ore corrispondessero (ad essa) su Marte.

Ad esempio (e semplificando): premesso che, in una determinata Regione della Terra (supponiamo l’Italia) sono le 10 del mattino del giorno 15 Aprile 2006, a che ora del giorno (o della notte) corrisponderanno, su Marte (per esempio nella Regione di Meridiani Planum che il MER Opportunity sta visitando in questi anni) quelle 10 del mattino Italiane – e Terrestri – del 15 Aprile 2006? (* Nota 1)

Ricapitolando: data un’ora esatta sulla Terra in un luogo “X”, che ore corrispondono ad essa, su Marte, in un luogo “Y”?
La risposta intuitiva ad un tale quesito, dice Donald Carr, è piuttosto semplice: su Marte, così come ovunque nel Sistema Solare – da Giove a Plutone ed oltre – e nel resto del Cosmo, il Tempo da considerarsi utile ed applicabile, ai fini del calcolo dell’ora locale effettiva (del luogo extra-terrestre considerato), deve essere sempre e comunque il Tempo UTC (ossìa Coordinated Universal Time, una volta conosciuto ed identificato come GMT o Greenwich MeanTime – il cosiddetto Tempo Medio di Greenwich). (* Nota 2)

Ciò che si può dire, per ora, è che la risposta intuitiva dedotta nel paragrafo precedente è, in buona sostanza, una risposta NON diciamo totalmente esatta, ma comunque corretta (se vogliamo essere pragmatici) o – quantomeno – plausibile ed accettabile.

Secondo noi è corretta poichè è sulla logica e la matematica ad essa sottostanti che sono stati basati, ad esempio e fra gli altri, i calcoli effettuati dai Tecnici della NASA (e dell’ESA) per definire con esattezza e precisione (quasi) assolute – ossìa con un’approssimazione di più (+) o meno (-) un decimillesimo di secondo – i tempi esatti di attivazione degli scudi termici delle Sonde destinate a scendere sul Pianeta Rosso (così come è accaduto per Spirit ed Opportunity) oppure i tempi di attivazione e disattivazione dei propulsori preposti alla riduzione e correzione di velocità delle Sonde che dovessero entrare in orbita attorno ad un qualsiasi Corpo Celeste (come ha fatto Cassini/Huygens per Saturno ed il Mars Reconnaissance Orbiter, recentemente, per Marte).
Insomma: il Tempo Locale di Marte o di Saturno (rectius: della Sonda che si trova nel loro spazio) è stato calcolato, ai fini di cui sopra, impiegando il Tempo Universale Terrestre: un “Tempo” calcolato sulla Terra e per la Terra.

A questo punto, forse, qualche Lettore si domanderà il perché di questa operazione.

Ebbene la spiegazione è evidente: essa è stata ed è necessaria perché non ci è ancora possibile guidare le operazioni svolte da Sonde soggette a controllo remoto – ed immerse nello Spazio Profondo – in “Tempo Reale” (o “in diretta”). (* Nota 3)

Non ci è possibile perché gli impulsi (oggi costituiti da “onde radio”) che le Sonde inviano a noi e quelli che noi inviamo ad esse, pur viaggiando alla velocità della luce, impiegano un discreto tempo a giungere a destinazione, così generando un “Time Gap” – o Lacuna Temporale – il quale è la causa dell’impossibilità di scambi informativi in Real Time – o, come detto, “Tempo Reale”).

Ciò premesso, la domanda iniziale rimane valida, ma necessita di una parziale (e tripla, almeno) riformulazione: le regole del Tempo che noi chiamiamo Tempo Universale, e che calcoliamo su standard Terrestri, valgono anche per Marte ed il resto del Sistema Solare (e del Cosmo), oppure no?

Il Tempo, sulla Terra come nel resto del Sistema Solare e del Cosmo, “scorre” sempre allo stesso modo (o, se preferite, alla stessa velocità)? 

Le modalità di misurazione del Tempo che adottiamo sulla Terra SONO VALIDE nel resto del Sistema Solare e del Cosmo, oppure no?
Ebbene la risposta al primo interrogativo (quello fondamentale per la nostra digressione), se consideriamo operativo in tutto il Sistema Solare (o meglio: nell’intero Universo) quel principio (davvero “universale”) che si chiama “Principio di Simultaneità”, dovrebbe essere, ancora una volta, “si”.

Certamente si.

Ma la Verità, per Donald Carr, come per chi sta scrivendo ora, potrebbe essere diversa e – in vero – molto più sottile (e più grande).
La Verità potrebbe risiedere nella circostanza per cui le assunzioni poste a base del  concetto stesso di Tempo Universale siano valide sulla Terra e SOLO su di Essa, ma NON nel resto del Sistema Solare (né, a maggior ragione, nel resto del Cosmo).

Ed ora, prima di passare ad una possibile (e, speriamo, comprensibile, oltre che logicamente accettabile) spiegazione, consideriamo qualche fatto: non è forse vero che, in svariati casi – purtroppo – alcune sonde sono andate perdute proprio allorché giunte in prossimità di quel momento critico della Crociera Spaziale conosciuto come “Inserzione Orbitale”, ovvero nel momento esatto in cui esse si preparavano alla discesa (sia su Marte, sia, a volte, sulla Terra)?
Può essere che, in qualche caso, la “colpa” del fallimento sia stata attribuibile ad “eventi imprevisti ed imprevedibili”, quali un Gamma Ray Burst susseguente ad una Solar Flare; oppure una tempesta di micrometeoriti (così come viene – peraltro correttamente – ipotizzato in due graziosi film in cui si descrivono alcune delle possibili difficoltà che osterebbero al sereno raggiungimento di Marte, proprio quando ci si trova a pochissima distanza dalla mèta…).
E poi si potrebbe anche pensare ad un’attività ostativa posta in essere dagli Alieni (come è accaduto nel famoso “Phobos 2 Incident”), certo.

Oppure, come è accaduto per il Mars Polar Lander e per la Sonda Europea Beagle 2, si può anche dire, semplicemente: “è successo: è andata male”.
Già, proprio così: milioni e milioni di Euro (o qualche miliardo di Dollari) e centinaia di migliaia di ore di lavoro gettate via facendo spallucce e dicendo che, in fondo, può anche succedere…No, non scherziamo: noi non crediamo che questa sia la verità.

Forse, in taluni casi, si è effettivamente trattato di fatalità (come per la perdita, dopo qualche anno di onorato servizio, della Sonda Magellano) o di “comportamento volontario” (come nel caso del “suicidio” della Sonda Galileo).
In altri casi, e di questo siamo convinti, ciò che è accaduto davvero è e resterà per sempre un mistero.

Ma in qualche frangente – come per il Mars Polar Lander o la stessa Sonda Russa Phobos 2 – non potrebbe essersi trattato di un errore di calcolo sui “tempi” di svolgimento di alcune operazioni (e calcolati usando la Logica e la Metodica del Tempo Universale)?
Vediamo meglio e cerchiamo di capire…

§§§

Un secondo, due secondi: Time-Gap&Time Shift

Torniamo indietro nel tempo – ne converrete che si tratta di un’espressione appropriata viste le circostanze ed il tema trattato… – ed andiamo, dal 2006, al 1969.
Torniamo indietro, sino agli Apollo Days, ed andiamo a svolgere qualche valutazione.

Dopo che gli Astronauti delle Missioni Apollo (ed intendiamo dire tutti gli Astronauti, di tutte le Missioni!) ritornarono sulla Terra, in sede di analisi consuntive dei cosiddetti “mission data”, venne riscontrato il verificarsi di un evento piuttosto curioso: i cronometri di bordo di tutte le astronavi che erano andate sulla (e tornate dalla) Luna, mostravano una discordanza di “tempo” – in termini di ”Mission Time” (e cioè “Durata della Missione”), in rapporto agli analoghi cronometri impiegati sulla Terra e destinati al medesimo calcolo, pari a poco più di 2” (due secondi).
In altre parole: i cronometri di bordo di ciascuna delle Astronavi Apollo che raggiunsero la Luna e tornarono felicemente indietro, dicevano che ciascuna delle Missioni in questione era durata, rispetto a quanto riportato dagli analoghi cronometri posizionati sulla Terra (e rigorosamente sincronizzati con i cronometri di bordo all’atto dei singoli decolli), circa 2 secondi in più.

Errore “umano” o errore del “mezzo meccanico”?
Né l’uno, né l’altro: il “Tempo”, per gli Astronauti Apollo, si era – apparentemente – “allungato”.
E andiamo avanti.

Dato che questa differenza di “tempo” di poco più di 2 secondi è una “differenza globale” – cioè calcolata su un round-trip (e cioè “viaggio di andata e ritorno”) Terra-Luna – ne deriva che, mentre gli Astronauti si trovavano effettivamente sulla Luna, essi dovevano anche trovarsi  – in termini di “Tempo Lunare”, logica e matematica alla mano – poco più di un secondo in avanti rispetto al “Tempo Terrestre” ed al nostro Tempo Universale (il quale, se questo scenario corrispondesse al vero, non sarebbe affatto Universale, anzi…).

Pensateci: tutto questo potrebbe voler dire che gli Astronauti, mentre camminavano sulla Luna (oppure orbitavano intorno ad essa) erano, in termini di Tempo Universale Lunare, poco più di un secondo in ritardo rispetto al Tempo Universale Terrestre!

In altre parole: quelle che, in termini di Tempo Universale Terrestre erano, per i Tecnici del Controllo Missione e per tutti noi, le ore 09:00:00, diventavano per gli Astronauti, in questo scenario, le ore 09:00:01.

Ma è un fenomeno scientificamente possibile quello di cui stiamo parlando?
Ed il Tempo Universale non dovrebbe essere – come dicevamo, proprio “per definizione!” – lo stesso, SEMPRE, sia sulla Terra, sia sulla Luna, sia altrove?

Tralasciando in questa sede i motivi per cui la differenza di circa 2 secondi che si registra, in un viaggio Terra-Luna, fra gli orologi di bordo dell’astronave e gli orologi lasciati sulla Terra (sebbene sincronizzati con gli stessi orologi dell’astronave) non viene esaustivamente spiegata dalle teorie riguardanti la luce e la sua velocità, andiamo ora a vedere che cosa succederebbe (anzi: che cosa succede, anche se NASA ed ESA non confermano e non negano…) agli orologi di bordo ed a quelli lasciati sulla Terra nel caso di un viaggio un po’ più lungo.
Un viaggio dalla Terra a Marte.

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Ragionando in termini di distanze medie, se la distanza media (mean distance) Terra-Luna è pari a circa 385.000 Km e produce, in termini di Time Gap, uno scarto fra Tempo Universale Terrestre e Tempo Universale Lunare di circa 1,2 secondi, quanto sarà la differenza, in termini di Tempo Universale Terrestre e Tempo Universale Marziano, dato e premesso che Marte si trova ad una distanza media dalla Terra pari a circa 80.000.000 Km? (min. dist. 56 MKM; MAX dist. circa 400 MKM)

Questo dato lo possiamo scoprire usando la semplice proporzione 385.000 Km:1’=80.000.000 Km:X’ – laddove “X” rappresenta il Time Gap Terra/Marte.

Ebbene il risultato della proporzione (80.000.000×1/385.000) ci dice che esiste una differenza (teorica) di poco più di 207 secondi (ovvero circa 3′ e 47″) fra il Tempo Universale Marziano ed il nostro.
Questo vuol dire, in altre parole, che fra un orologio rimasto a Terra ed uno collocato su una qualsiasi delle Sonde che adesso si trovano in orbita attorno al Pianeta Rosso (oppure che marciano sulla sua superficie), nonostante l’effettuazione di una perfetta sincronizzazione all’atto del “distacco” fra i due orologi (il momento del lancio), al momento in cui essi venissero guardati, NELLO STESSO ISTANTE (e cioè “simultaneamente”!), da un Terrestre sulla Terra e da un Astronauta (o da un Marziano…) su Marte, essi segnerebbero una differenza effettiva (sia sull’ora locale dell’Astronave, sia in termini di Elapsed Mission Time) pari a quasi 4 minuti!

Ora, se questo dato è esatto, dobbiamo dedurre che i cronometri di bordo di un’ipotetica Nave Spaziale la quale percorresse la traiettoria Terra-Marte-Terra, in rapporto ai medesimi cronometri lasciati a Terra e, naturalmente, sincronizzati con i cronometri dell’Astronave alla sua partenza, indicherebbero, al ritorno della Nave Spaziale sul nostro Pianeta, un Delta Temporale  (o Time-Shift) fluttuante (approssimativamente) fra gli 8 ed i 40 minuti! (altro che i 2 poveri e miseri secondi delle navicelle Apollo…)

Un Delta che, come ovvio, andrebbe progressivamente a crescere a mano a mano che la nostra Nave Spaziale (ipotetica ma non troppo: pensate infatti alle Sonde Voyager, Pioneer ed alla recentissima Sonda New Horizons…) si allontanasse dalla Terra e dal Sole per raggiungere i confini del Sistema Solare.

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Alla luce di queste considerazioni e di questi (molto approssimativi e semplificativi) calcoli possiamo forse dire che il Tempo si “dilata”, a mano a mano che ci allontaniamo dal Sole?

Difficile rispondere senza correre il rischio di dire una madornale sciocchezza, ma un fatto ci sembra del tutto evidente e, sebbene i dati “ufficiali” sìano pochi (ma chiari!), del tutto certo ed inconfutabile: la misurazione convenzionale del Tempo, a mano a mano che ci si allontana dalla Terra (e dal Sole), mostra delle incongruenze e pare non funzionare come ci aspetteremmo.

Dunque che cosa succede al Tempo, quando ci allontaniamo dalla Terra e dal Sole?

Ai fini di questa piccola speculazione, possiamo dire che esso “rallenta”, in qualche modo ed in una misura calcolabile, rispetto al Tempo Terrestre allorché esso viene misurato sulla Terra.

Ma che dire e che cosa ipotizzare, invece, nella situazione opposta e cioè qualora ci allontanassimo,si, dalla Terra, ma per avvicinarci al Sole?
Che cosa dedurre a proposito della misurazione del Tempo (e, quindi, della sua “estensione”) allorché la nostra Nave Spaziale, abbandonata la Terra, facesse rotta, anziché verso Marte, verso i Pianeti Interni (Mercurio e Venere)?
Se il Tempo, infatti, rallenta all’allontanarsi dalla Terra in direzione esterna (e cioè allontanandosi anche dal Sole), esso non dovrebbe – anche logicamente – accelerare qualora decidessimo di compiere l’operazione inversa?

A questa domanda, il buon Donald Carr non risponde (forse perché la risposta, intuitiva, rischiava di complicare tutto lo scenario sul quale il suo articolo era stato costruito) e noi, con il Vostro cortese assenso, tenteremo di rispondere in un’altra circostanza.

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Gravità, Sincronicità e Tempo

Quando un Corpo Minore orbita attorno ad un Corpo Maggiore (come la Luna fa con la Terra; come Deimos e Phobos fanno con Marte e, naturalmente, così come tutti i Pianeti del Sistema Solare fanno con il Sole), il Corpo Minore si sincronizza rispetto al Corpo Maggiore, sia in termini meccanici, sia in termini temporali, ma rimane asincrono (sia meccanicamente, sia temporalmente) rispetto a tutti gli altri Corpi che orbitano attorno al medesimo Corpo Maggiore.

Marte, al pari della Terra, o di Giove o di qualsiasi altro corpo celeste del Sistema Solare, agisce nei confronti del Sole come un corpo sincronizzato rispetto ad esso e, di conseguenza, sincronizza il suo Tempo Locale (ed Universale, nel senso Terrestre dell’espressione) rispetto al Sole; tuttavia, questa sincronizzazione NON OPERA né rispetto agli altri Corpi Minori orbitanti attorno ad esso (Deimos e Phobos, nel caso di specie), né rispetto agli altri Corpi Maggiori che orbitano attorno al Sole (e cioè gli altri Pianeti) i quali, a loro volta, si sincronizzano meccanicamente e temporalmente rispetto al Sole, MA NON rispetto ai loro (eventuali) satelliti, né fra loro stessi.

Insomma: la Terra, Marte, Saturno etc., sono Corpi Minori rispetto al Sole e Corpi Maggiori rispetto alle loro lune.
La loro sincronicità meccanica e temporale, tuttavia, esiste solo rispetto al Sole: non esiste fra essi ed esiste solo meccanicamente – ma NON temporalmente – fra essi stessi e le loro lune.

Se questo meccanismo che stiamo ora supponendo fosse corretto, allora sarebbe altresì esatto ipotizzare l’esistenza, accanto a diversi “Centri di Gravità” (costituiti dai diversi Corpi Celesti – ossìa dai diversi Pianeti – orbitanti attorno al Sole), di diversi “Centri di Tempo” (costituiti dal Tempo Locale – o, se preferite, dal Tempo Universale Locale).

Semplifichiamo ed esemplifichiamo: la Terra orbita attorno al Sole e si sincronizza (meccanicamente e temporalmente) su di esso; la Luna orbita attorno alla Terra e, quindi, si sincronizza (meccanicamente) su di essa, ma con un Delta Temporale che distingue nettamente i Tempi Universali Locali dei due astri.
Un Delta il quale è determinato e giustificato dal fatto che la Terra non è un “Corpo Maggiore” isolato ma, a sua volta, esso orbita attorno ad un altro Corpo Celeste Maggiore (il Sole, appunto), sincronizzandosi su di esso.

Deimos e Phobos orbitano attorno a Marte (il loro Corpo Maggiore di riferimento) e si sincronizzano solo meccanicamente su di esso; Marte invece, a sua volta, orbita attorno al Sole e, quindi, si sincronizza, meccanicamente e temporalmente, sul Sole.
Ovviamente Marte e la Terra, Corpi Maggiori rispetto a Deimos e Phobos da una parte e la Luna dall’altra, NON SONO affatto temporalmente sincronizzati tra loro.

Da ciò ne consegue che il Tempo Universale Marziano (LTC Marte) non solo non è, ma non potrà mai neppure essere  equivalente al Tempo Universale Terrestre, poiché la Terra e Marte, fra loro, sono Corpi (Celesti) assolutamente e temporalmente asincroni!

Il time-shift Terra-Luna, mutatis mutandis, esisterà necessariamente anche fra Marte e Deimos e fra Marte e Phobos.
Non ci sarà, invece (rectius: non dovrebbe esserci), tra Deimos e Phobos, Corpi  (Celesti) sincronici, sia fisicamente, sia temporalmente, poiché entrambi Sincronizzati su Marte e SOLO su di esso (* Nota 4

§§§

Da un Minuto all’Eternità

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In accordo a quanto detto e scritto da Albert Einstein, se la Forza di Gravità esercitata da un Corpo “X” su un Corpo “Y” aumenta con l’avvicinarsi di “X” ad ”Y”, che cosa succede al Tempo di “Y”?

Esso aumenta (e cioè si “comprime”), forse?
E che cosa accade nel caso opposto?

Dato e premesso che, in teoria, se la NASA e l’ESA (ancora loro, ahinoi…) non giocassero a “nascondino”  con le informazioni di cui dispongono, qualche dato per fare delle estrapolazioni vere e proprie e non delle mere speculazioni lo avremmo, possiamo comunque dire che, almeno in teoria, la distribuzione del Tempo nell’Universo (nell’INTERO Universo!) potrebbe non essere affatto una costante: il Tempo tenderebbe ad aumentare (e cioè a scorrere, usando la logica e le tecniche di misurazione Terrestri, più veloce) nelle prossimità di un Corpo Maggiore (contrazione), mentre si ridurrebbe (ossìa scorrerebbe più lentamente – dilatazione) all’allontanarsi da questo Corpo.

Ciò postulato (ed accantonata, ai nostri fini, la tematica del comportamento del Tempo allorché ci si avvicina ad un Corpo Maggiore): a quale distanza dal Sole potremmo ipotizzare una dilatazione infinita (ergo una sostanziale “nullificazione”) del Tempo?

Intuitivamente risponderemmo dicendo: nel punto esatto in cui il Regno Gravitazionale del Sole cessa o, più correttamente, laddove esso diviene un’entità trascurabile per quella Nave Spaziale che si trovasse in viaggio nell’Universo.
In altre parole: il Tempo raggiungerebbe una dilatazione tendenzialmente infinita laddove l’attrazione gravitazionale del Sole diventasse analoga – e cioè assolutamente trascurabile (ossìa tendente a zero) – all’attrazione gravitazionale, come esercitata sulla Nave Spaziale che stiamo ipotizzando, da parte di una qualsiasi delle altre “n” stelle della Via Lattea (e, ragionando ancora più in grande, da parte dell’attrazione gravitazionale su di essa esercitata da parte delle altre “n” galassie dell’Universo).

Dunque ai confini dell’Eliosfera o dell’Eliopausa (questo dato non possiamo stabilirlo con esattezza, alla luce delle nostre attuali conoscenze).

E se il Tempo (l’LTC dell’Astronave in questione), a quel punto, si approssimasse – nel suo scorrere – a quel concetto che noi, esprimendolo attraverso un numero, chiamiamo “zero”, come si comporterebbe lo Spazio?

Logicamente, tralasciando ogni e qualsiasi ipotesi fisica, esso non dovrebbe forse – e correlativamente – “restringersi” (e se “restringersi” è un termine che non piace, si può anche dire “contrarsi”…)?

E se questa teoria avesse un fondamento – anche infinitesimale – di sostanza e di verità, una prima ed inevitabile conseguenza non andrebbe rinvenuta nella circostanza per cui dovremmo, se non ricalcolare tutte le distanze fra Corpi Celesti, almeno ridiscutere le unità di misurazione sino ad ora adottate?

Che ne sarebbe di Parsecs ed Anni Luce qualora, una volta superate le “Colonne d’Ercole” dell’Attrazione Gravitazionale del Corpo Maggiore (e cioè, per noi Terrestri, il Sole), le immense ed infinite (ma solo teoricamente) distanze che separano le stelle e le galassie fra loro diventassero, in termini di Tempo (quello necessario per raggiungerle), una mera questione di giorni o, addirittura, di ore (in termini di Tempo Universale Locale – e cioè il Tempo Universale dell’Astronave “in viaggio fra le stelle”)?

Forse le stelle sono più vicine fra loro di quanto si pensi, e così pure le galassie: e se questo fosse vero, allora l’ipotesi di Visitatori da “altrove” non troverebbe ulteriori – se non addirittura decisive – conferme?

Lo Spazio interstellare o, addirittura, intergalattico, potrebbe non essere così impercorribile come sembra, se fosse vero che il Tempo che occorre per percorrerlo, una volta giunti ad una sensibile distanza dai Centri Gravitazionali (e Temporali) Maggiori (il Sole e ciascuna delle “n” stelle che formano la nostra galassia nonchè le “n” galassie che formano l’Universo intero), tendesse (* Nota 5) effettivamente ad annullarsi…

E comunque, quand’anche lo spazio rimanesse immenso, una volta sufficientemente lontani dal “Centro Gravitazionale e Temporale” di riferimento (che potrebbe essere costituito, a seconda dei casi, da un Pianeta, o da un Sole, o da un Ammasso di Soli o, molto più probabilmente e logicamente, dalla combinazione di tutti questi elementi) il tempo che ci occorrerebbe per percorrerlo, qualunque esso fosse, per noi Viaggiatori di quell’ipotetica Nave Spaziale, sarebbe (rectius: tenderebbe!) comunque verso lo zero…

Dove sono adesso le Sonde Voyager e Pioneer e, soprattutto, come sta funzionando il loro orologio di bordo?

Quanto dura “un minuto” nello Spazio Interstellare?

E soprattutto: quanto è lontano – realmente – l’Infinito?…

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Nota 1: la NASA, nella pagina dedicata ai MER Spirit ed Opportunity ci dice, in effetti (controllate la Home Page, a mezza altezza, sulla Sx, rubrica “Time on Mars”) l’ora locale di Gusev Crater e di Meridiani Planum, ma la problematica che noi andremo ora ad affrontare è un po’ diversa, meno immediata e, purtroppo, molto più complessa.

Nota 2:  noi possiamo anche usare ed useremo, ai fini di questa nostra riflessione, anche l’espressione “Tempo Universale” tout-court o “Tempo Universale Locale”.

Nota 3: non va comunque sottaciuta l’idea – per ora impraticabile, ma certo non completamente assurda – di costruire uno strumento capace di impiegare, per la trasmissione di dati (immagini ed informazioni), anziché le onde radio, i “tachioni”.

Nota 4: qualche Fisico potrà – correttamente – eccepire che la meccanica dei Corpi Celesti è, nella sua globalità, influenzata da TUTTO quello che esiste nell’Universo e non da un solo elemento (il che vuol dire, ad esempio, che la meccanica orbitale di Deimos è influenzata, primariamente, da Marte, ma anche, secondariamente, da Phobos, dal Sole, dalla Terra, da Giove etc.). Giusto: la considerazione, almeno da un punto di vista teorico, è esatta, ma adesso dobbiamo parlare in termini generali e divulgativi e quindi, sebbene consapevoli dell’errore teorico, qualche semplificazione dobbiamo necessariamente operarla).

Nota 5: l’espressione “tendere” ad annullarsi (o anche tendere “a zero” ) vuole esprimere il concetto in virtù del quale, in tutti gli angoli dell’Universo (anche i più remoti) nei quali la nostra Nave Spaziale andrà a viaggiare, esisterà SEMPRE e COMUNQUE una (ancorchè minima e trascurabile) influenza gravitazionale e quindi, se il nostro ragionamento è corretto, per questa ipotetica Astronave il Tempo (sebbene solo minimamente e trascurabilmente) continuerà COMUNQUE a scorrere (e da ciò ne consegue – se ci permettete una “chiosa” filosofica – che il Tempo è comunque “inarrestabile, inevitabile ed infinito”, esattamente come l’Universo al quale Esso accede e del quale Esso costituisce un’espressione…).

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Testo originale dell’articolo “What is the Time on Mars?”, di Donald Carr

What is the Real Time on Mars?
The intuitive answer is that it is the same as UTC, and if I read the NASA site correctly they timed the deployment of the heat shield and parachutes on the lost missions by using UTC. My question is, does UTC hold good at Mars, or does Martian standard time apply? You will retort that the Principle of Simultaneity requires this to be so.
My answer is I don’t believe that UTC or the Principle hold at Mars.
When the Apollo astronauts journeyed to the moon, they returned having recorded times for their journey two and a bit seconds longer than the elapsed time here on Earth. If this shift of time was consistent they were one and a bit seconds ahead of the Earth and UTC whilst on the Moon. Therefore lunar standard time is one and a bit seconds different to UTC. I wrote to NASA about the effect on the Astronauts and received the reply “That seems to be about right, but they should have returned younger”.
The Physicists of Planet Earth will remind me that it takes precisely the same time for light or a radio signal to travel to the Moon, so that will explain it. Not so. I have made quite extensive investigation into the nature of Radio Transmission, and in doing so as a Radio Amateur; I had to take particular notice of Frequency – a time measurement. When you buy or describe your current computer, you will make use of exactly the same units – Megahertz. This is a measurement of Time. BUT WHAT business do you have using time measurement to describe Radio or Electronics, both a subset of Electromagnetic radiation, known to Physicists as “light”? Look up the dimensional definition of light. There are two units of displacement (S), and one unit of force (F). TIME is omitted from the definition. Light cannot within the restriction of its dimensions be described using Terahertz or Nanometres.
If light is improperly studied as a third dimensional entity, velocity applies. If however TIME is included in the definition, light becomes a fourth dimensional entity just like Gravity. (If TIME is admitted as a four-dimensional entity, then light becomes a seventh dimensional entity, just like the mathematicians require it to be to construct a universe). No one ever speaks about the velocity of Gravity; it’s a fourth dimensional entity, so also is electromagnetic radiation, which includes LIGHT.
As a fourth dimension entity light has no Velocity. Some old Geezers made a mistake 300 years ago. The entity “C” is still a very important Physical entity, but in its inverse form. Where its units “Seconds per Metre” may be applied to estimate Time differences between sites.
The two-second delay in journeying to and from the Moon is therefore not well explained by reference to the Velocity of Light.
This may also be applied to Mars, at closest approach Mars is about six minutes difference in UTC, and maybe it increases to more than twenty minutes in opposition. Radar and transponder signal will confirm this.
We Earthlings have therefore assumed without proof that Martians obey our standards of Time. I don’t think that they do, when a body orbits about another, there is synchronization to the larger body, but with an offset as demonstrated at the Moon. A return trip to Mars may entail a time shift of twelve minutes.
Mars in my opinion behaves as a synchronized body orbiting the Sun, and synchronizes its time, just as Earth does to that larger body, we have Earth eight minutes separation from Sol, and Mars is about 14 minutes from Sol. Albert Einstein would have liked to play with these measurements as he predicted that as Gravity increases near a body, then time also increases.
This mechanism suggests to me that just as there are centers of Gravity, there are also centers of Time. When in orbit about a centre, time synchronizes with that centre. Mars does not orbit Earth, thus it is not synchronized, and doesn’t obey UTC convention.
Where NASA can help, they have the data on the Apollo missions to verify the time shift to the Moon.
They also have a very nice orbiting clock around Mars, the Mars orbiter satellite. If the times of origin at Mars, the times of transit from Mars to Earth, and the received time at Earth are analyzed, then the Martian Offset would be exposed, and one possible reason for the loss of their missions could be revealed. It is not Metric to Imperial conversion.
Albert would be quite upset with me, I believe much of what he wrote; however C is not the velocity of light, and is nowhere constant. He should have used relativity to correct his statement concerning the Velocity of light.
The velocity “C” is involved in electronic transmission line theory, and in various media is subject to a “Correction Factor”. Look up a table of velocity factors for coaxial cables. Thus if “C” exhibits the characteristics of a function in one reference frame (Coaxial cable velocity) then it is a function in all frames of reference, and a constant it is NOT.
I don’t like to use a velocity for light, but suggest instead that the value 1/C is a much more meaningful measurement, it is the distribution of Time throughout the universe. In the vicinity of Earth it has a value of 3.367 e –9 seconds per meter. This is sufficient to give a time separation from here to the Moon of 1.25 seconds. This value agrees nicely with Mars separations. In fact it may be applied to all measurements calculated by reference to the incorrect “Velocity of Light”, it is simply the inverse function applying its units correctly.
In passing, the distribution of Time throughout the universe is also not a constant; it increases in the presence of gravity near a body (A. Einstein). I speculate that it is very low between Solar systems, and between Galaxies, Deep Space travel may not take as long as we are lead to believe!
TIME is asynchronous!
What is the real time on Mars?

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