True Planets

19 gennaio 2006

L’Ultima Luna – di Paolo C. Fienga

Archiviato in: Racconti — info @ 16:26

“…In fondo siamo tutti disposti a prestar fede ad una bugia.

Tutti noi siamo disposti ad aver fede in una menzogna, a condizione che ci piaccia e che sposi le nostri opinioni.
Ma saremmo mai capaci di credere alla Verità, unica ed inconfutabile, più luminosa del Sole, allorché essa contrasti, magari profondamente, con le nostre idee e convinzioni? Io ne dubito…”

Blue Lights over Cone Crater

La notizia apparve sui maggiori quotidiani del Mondo cogliendoci tutti di sorpresa: era il 16 Aprile 1975, due settimane prima della partenza dell’Apollo 20.
Tutto avvenne rapidamente e, come dicevo, inaspettatamente.
Una conferenza stampa della Casa Bianca organizzata – si racconta – in tutta fretta e che si pensava (tutti lo pensavano, a dire il vero) vertesse sui soliti – fragili – rapporti con l’Unione Sovietica e Cuba o comunque su qualche noiosa e pedante materia di Politica Estera.
Certamente nessuno pensava al Programma Spaziale.
Una fuggevole apparizione dei Presidente e di un portavoce della NASA di cui non si ricorda il nome; un comunicato freddo ed asciutto, letto con imbarazzo più che altro, il quale lasciò tutti di stucco.
La Missione Apollo 20 avrebbe dovuto chiudere il Programma Apollo e, come sapete, dall’attualità, lo avrebbe consegnato alla Storia.
Ma non fu così.
Il Presidente di allora non era mai stato un particolare sostenitore del Programma Spaziale, anzi…Non si può dire che lo avesse osteggiato, ma certo non ne era uno dei fautori.
Comunque poco importa: la questione doveva essergli sfuggita di mano (come tante altre questioni, a dire il vero…).
Senza perdere tempo in chiacchiere e preamboli (un evento raro), il Presidente disse che il Programma Apollo avrebbe ricevuto nuovi finanziamenti e si sarebbe esteso di altre 10 missioni.
Gelo nella platea di inviati e giornalisti. Qualche brusìo scomposto. Taccuini che vibravano.
Dieci Missioni.
Questo voleva dire ulteriori spese per centinaia di miliardi di dollari.
Dovevano essere impazziti, pensarono in molti…
E invece no, non lo erano.
O forse lo erano del tutto.
Se l’estensione del Programma Apollo non fosse bastata a rendere l’Opinione Pubblica inferocita verso gli “sprechi” dell’Amministrazione USA, c’era una seconda notizia formidabile la quale avrebbe fatto sobbalzare ed inorridire anche tutti i “falchi” dell’establishment politico e militare Americano di quegli anni.
Ed infatti, accanto al Programma Apollo, veniva varato anche il Programma Persefone il quale si sarebbe svolto in congiunzione con (udite, udite…) l’Agenzia Spaziale Sovietica.
E questo comunicato non aveva il sapore ed il tenore del “si farà”.
Tutto era già stato fatto: il comunicato era una mera informativa all’America ed al Mondo su una serie di decisioni già prese e, in parte, già eseguite.
Tutto era stato pianificato con cura tra il febbraio 1972 ed il novembre 1974: le decine di sonde inviate verso la Luna negli ultimi 36 mesi – ufficialmente per arrivare alla mappatura totale ed ultra-dettagliata del nostro Satellite – avevano, in realtà, ingenerato qualche sospetto, ma la materia dello spazio, come sapete, interessa solo sino ad un certo punto.
Il che è un modo come un altro per dire che interessa poco.
Se le cose vanno bene e le Missioni sono coronate dal successo, allora, dopo un piccolo flash informativo la cui eco durava – si e no – una settimana – tutto ritornava nel dimenticatoio.
E la frase che si sentiva più spesso, in questo caso, diceva che “era ovvio che le cose fossero andate bene: con tutti i soldi che hanno speso!”…
Purtroppo, però, le cose non andavano sempre bene.
Chi non ricorda la terribile fine degli Astronauti dell’Apollo 1?
O la tragedia sfiorata dell’Apollo 13?
O il lancio abortito dell’Apollo 18?
Uno stop, a 12 secondi dal lift-off, chiamato da uno dei 56 Flight Planner & Controller (e nemmeno uno dei “nonni” della Mission Control Room…) il quale si era casualmente accorto di una perdita – per fortuna minima – dai serbatoi del secondo stadio del razzo vettore il quale, se fosse partito, sarebbe probabilmente esploso in volo dopo qualche minuto di ascesa.
Insomma: se le cose andavano bene, non c’era “notizia” e comunque il successo era il “risultato minimo atteso”: qualche intervista, una serie di facce contente, ma solo di circostanza, due o tre foto della Luna e degli Astronauti, un 30/35 secondi di copertura filmata per vedere il Modulo Lunare e quegli “omini vestiti di bianco” che gli ballonzolavano attorno, apparentemente leggeri e leggiadri, assecondando sequenze e movenze che sembravano viste al rallentatore.
Ma se qualcosa andava storta, invece…allora i giornali vendevano, le televisioni non si occupavano d’altro e “quelli della NASA” erano tutti degli idioti.
Ed il Programma Spaziale era la più grande disgrazia che potesse essere mai capitata agli Stati Uniti: una colossale perdita di tempo, denaro, risorse.
Già, le cose andavano – e vanno – così.
Ma quella Conferenza Stampa cambiò tutto.
O quasi.

§§§

La prima traccia di “qualcosa”, sulla Luna, era già arrivata con l’Apollo 11, disse il Presidente.
Armstrong ed Aldrin, infatti, avevano fotografato e filmato qualcosa, molto vicina alla Tranquillty Base, che aveva sbalordito tutti.
Non si trattava, ovviamente, di cupole di cristallo, di costruzioni in rovina, di utensili o, comunque di altri manufatti.
E non erano neppure dischi volanti.
Si trattava di “configurazioni anomale del suolo”.
Insomma: la superficie della Luna, in alcuni punti, sembrava “pavimentata”.
Un pavimento nero, lucido e liscio, appena intaccato da qualche craterino isolato.
Un pavimento che non aveva nulla di naturale e che ricordava – come scrisse Armstrong nelle sue memorie – “…il tarmac: era una sorta di pista di atterraggio, perfettamente conservata…”.
In alcuni punti di questa “striscia nera” – lunga quasi 2 Km – si intravedevano delle minuscole aperture (come fossero canaline di sfogo) dalle quali sembrava fuoriuscire, di quando in quando, luce e calore.
All’inizio si pensò, come era forse giusto che fosse, ad un fenomeno inusuale, ma comunque (e pur sempre) naturale ed isolato.
Ma non era così.
Simili “piste”, infatti, vennero individuate anche dai Ragazzi dell’Apollo 15 e dell’Apollo 19, nonché da svariate Sonde incaricate di effettuare la mappatura della Luna.
Piste di lunghezza variabile ma pur sempre abbastanza elevata – dai 2 ai 12 Km – e, di regola, molto strette – con larghezza andante da un minimo di 7 ad un massimo di 39 metri.
La Luna, intorno ad esse, era come l’avevamo vista (e forse anche immaginata) da sempre: grigia, polverosa, ricoperta di crateri, di macigni, di desolazione.
Una splendida desolazione…
Ma non era tutto qui, ovviamente.
Furono gli Astronauti dell’Apollo 14 a fare la “scoperta del millennio”, quando si recarono nei pressi del Cone Crater, per vederne l’interno.
Forse lo sapete già e forse no, ma io ve lo dico lo stesso: il Cone Crater era il “fiore all’occhiello” della Missione Apollo 14!
Perché? Perché sarebbe stata la prima volta che due Astronauti – e cioè due Uomini – sarebbero stati in grado di camminare accanto ad un cratere lunare di media dimensione, di raggiungere il suo bordo e di guardarci dentro.
Cosa che fecero, ovviamente.
Peccato che nessuna immagine dell’interno di Cone Crater venne mai diffusa.
Mai.
Le foto rilasciate dalla NASA si fermavano al bordo di Cone Crater.
Nessuno (o pochi) si interessò seriamente al motivo di un simile “scherzo” e la questione – come tante altre – venne abbandonata.
Sino alla conferenza del 16 Aprile 1975.
Fu durante quella storica conferenza, infatti, che vennero mostrate le immagini di ciò che c’era sul fondo di Cone Crater (e, come ci venne poi detto, di tantissimi altri crateri lunari di dimensioni medie e medio-grandi).
Fu il veterano e Mission Commander Shepard ad essere attratto, subito dopo l’allunaggio dell’Apollo 14, da curiosi bagliori azzurri che parevano provenire da questo cratere ad intervalli regolari di tempo.
Una volta fuori dal Modulo Lunare, l’obbiettivo della Missione era solo uno: andare a vedere che cosa stava succedendo e che cosa provocava quei bagliori.
Qualcuno forse penserà a navi spaziali aliene, o a fenomeni di outgassing o, magari, a qualche riflesso del Sole su alcune superfici vetrificate (un fenomeno, quest’ultimo, davvero non infrequente sulla Luna).
No, se pensate questo siete fuori strada.
Non è nulla di tutto ciò.
Sul fondo di Cone Crater c’era solo una minuscola costruzione, simile ad una ciminiera, ma più tozza e schiacciata, la quale era stata realizzata – ancora una volta, al pari dei tarmac individuato dagli Astronauti dell’Apollo 11, 15 e 19 – con un materiale del tutto nuovo (per noi).
Un materiale che poi si scoprì (grazie al contributo dei Ragazzi dell’Apollo 18 i quali riuscirono a prelevarne un micro-campione ed a riportarlo sulla Terra) essere stato ottenuto processando quella stessa superficie della Luna alla quale il manufatto finito veniva poi ad accedere.
Il processo costruttivo era (teoricamente) semplice, sebbene incredibile: sembrava infatti che una porzione del suolo lunare venisse isolata (dal resto della zona – ma “come” questo isolamento venisse attuato non se ne ha tuttora idea alcuna), “sciolta” (comunque resa duttile e malleabile come creta) e poi, in qualche modo, “rimodellata”.
Il risultato erano delle opere destinate a durare nelle ere, evidentemente.
E da questo camino, ogni 12 minuti, veniva emesso un luminosissimo flash azzurro, accompagnato da curiosi riverberi che disegnavano immagini indefinibili sia sulle pareti di Cone Crater, sia sui rilievi circostanti.
La costruzione, per quanto ne capimmo, doveva essere una sorta di faro ottico, insomma.

§§§

Anche i Sovietici, ovviamente, avevano notato innumerevoli anomalie superficiali attraverso le loro campagne esplorative – ancorché performate solo attraverso macchine e senza il prezioso (e fondamentale) supporto di uomini.
Specialmente sul Farside della Luna, erano state localizzate numerose aree meritevoli di investigazione.
Altri “fari ottici”; svariati tarmac e, forse, qualche costruzione vera e propria.
I Sovietici avevano perfezionato, tra la fine degli Anni, 60 ed il 1973, un nuovo sistema di propulsione che avrebbe soppiantato l’ormai antica “spinta a razzo” e quindi consentito il raggiungimento della Luna in sole 16 ore.
Ed anche le operazioni di allunaggio, grazie ad un brevetto Sovietico, sarebbero state meno perigliose e più precise.
La precisione, nel Programma Persefone, avrebbe recitato un ruolo preponderante.
Che dire? Gli Americani avevano (almeno in quel periodo) poche idee, ma enormi mezzi e risorse.
I Sovietici avevano idee. Ottime.
E nulla più.
La collaborazione, in questo scenario, fu un evento fisiologico: non serviva essere dei navigati politici, infatti, per capire che ciò che avevano gli uni, mancava agli altri (in tutto o in parte) e viceversa.
Il Programma Persefone, inter alia, aveva anche lo scopo di creare le prime due Postazioni Scientifiche abitate extraterrestri (o, come disse il Presidente, “The first two Off-World Permanent Outposts”): una sulla superficie della Luna (in prossimità del suo Polo Nord) ed un’altra – un progetto molto ambizioso – in “orbita” perenne.
Questa “Base Orbitante” (una stazione spaziale, di fatto) avrebbe ospitato uomini e mezzi durante la costruzione della Base Fissa e poi, nel tempo, sarebbe stata ingrandita sino a diventare il punto di riferimento (e di ricovero, in caso di un’emergenza) degli uomini impegnati nel Programma.
I tempi per la realizzazione di Persefone vennero stimati in 10-12 anni, il che significava che la Base Lunare e la Base Orbitante sarebbero dovute essere  operative, al più tardi, per la fine del 1987.
Lo scopo delle Missioni Apollo (dal 21 al 30) e del Programma Persefone era soltanto uno: investigare.
C’era qualcosa, sulla Luna, che ci riportava alla mente di un’era ormai completamente perduta nel tempo ed in cui qualcuno (o “qualcosa”, come dissero in tanti), aveva “operato sulla superficie del nostro Satellite”.
Antenati del Genere Umano?
Creature provenienti dallo spazio profondo?
Ogni ipotesi andava bene: ciò che contava (realmente) era di riuscire a capire che cosa fosse successo e che significato avessero avuto (o avessero ancora) queste strutture, nelle linee e nei contenuti davvero molto lontane da quello che già immaginavamo e – come dimostrano i fatti – lontanissime da quanto avremmo anche potuto solamente provare ad immaginare.

§§§

A dispetto delle profezie di alcuni fautori del “silenzio a tutti i costi”, lo shock culturale preconizzato da molti non si verificò affatto, anzi: la notizia del “non siamo soli” e del “c’è – o comunque “c’è stato” – qualcun altro sulla Luna” resse sulle prime pagine dei giornali e nelle pole positions dei maggiori network dell’epoca per poco più di due settimane.
Poi, come forse era quasi logico attendersi, la Luna lasciò il posto alla Terra ed alle sue vicende.
Qualche guerra, nuove crisi economiche, diverse scoperte e riscoperte in svariati campi dello scibile (ma non sempre campi felici e fecondi), finirono con il far passare la Luna ed il Programma Persefone in secondo piano.
Poi in terzo.
Poi in quarto.
Poi il silenzio, ancora ed ancora l’oblìo.
Sino ad oggi: 20 Luglio 2069.

§§§

La Base Lunare superficiale (battezzata “Flammarion”, per evidenti motivi storici), fra mille problemi ed interruzioni (e qualche disastro, ovviamente fatto passare sotto silenzio…) è stata completata da due anni.
La Stazione Spaziale Aki-Clarke (frutto di una collaborazione non più e non solo Americana e Sovietica – anzi: Russa! – ma anche Cinese e Giapponese) è operativa da sei mesi, già ospita una ventina di Astronauti e ne potrà contenere sino a tre volte tanto.
La mappatura della Luna è stata completata, con evidenza di dettagli sino alla dimensione di un metro, oltre quindici anni fa ed ora – finalmente – sta per essere utilizzata.
E gli obbiettivi?
La prima area che verrà investigata, come in molti auspicavano, è proprio quella già visitata dall’Apollo 14: Cone Crater.
Che cosa scopriremo?
Questo, per ora, non lo sa nessuno, ma una cosa è certa: i Misteri, se esiste la curiosità e la volontà di arrivare a scoprire la Verità, non possono durare sino all’infinito.
I Misteri della Luna sono durati un secolo: troppo.
Forse avremo delle risposte sul chi siamo e da dove veniamo. O forse non ci saranno risposte, ma solo nuove domande.
Una cosa è certa, però: stiamo per andare a vedere, da vicino, quello che per cento anni ci è stato solo permesso di immaginare.
Di sognare.
Forse, al massimo, di intuire. Nulla di più.
Ma i tempi cambiano e questa volta, andiamo per vedere e far vedere.
Io sono uno degli Astronauti che scenderanno dentro Cone Crater, mentre l’intero evento sarà trasmesso in diretta Mondiale e senza censure: ho paura, ovviamente, ma non posso fermarmi.
L’esplorazione non si può fermare.
Io adesso devo andare, ma Voi ricordate una cosa: la Luna di oggi, 20 Luglio 2069 – e credetemi per favore –, non sarà l’Ultima Luna della nostra Storia…

First Moon

17 gennaio 2006

MarsLife: un’Ipotesi Esplicativa

Archiviato in: Articoli — info @ 21:27

MarsLife: un’Ipotesi Esplicativa

(del Dr Alessandro Pullini per Lunar Explorer Italia)

Tutta questa costruzione è partita da un’osservazione da me fatta in relazione ad alcune fotografie operate dal ME-Rover Spirit, durante il SOL-003.

MarsLife: un’Ipotesi Esplicativa

Le “pietre” che si vedono in questo frame, in parte spostate e/o ribaltate a seguito dell’impatto degli air-bags che protessero Spirit durante il landing, mi parvero  rassomigliare a degli essere viventi esistiti – e, in parte, ancora esistenti – sulla Terra: queste pseudo-rocce, infatti, appaiono molto simili ad alcuni artropodi e, per l’esattezza, mi sembrano una via di mezzo fra i trilobiti (32 – 36) e lo xifosuro(6). In particolare, l’elemento ribaltato risulta avere una struttura simmetrica regolare che potrebbe essere così descritta: possiede un rachide centrale rigido con due solchi assiali e con tre elementi collegati che rassomigliano a tre endopoditi (per lato); un cranidium (testa) ed una piccola punta caudale. Questi endopoditi (dei veri e propri “arti” – chiamiamoli così anche per raffigurare nelle Vostre menti un qualcosa che ci è più familiare), paiono avere una struttura simile a delle spatole e, probabilmente, la loro funzione è quella di consentire un lento spostamento del terreno ad essi sottostante (un vero e proprio “digging”) finalizzato allo smistamento del materiale da essi utilizzato (un’altra possibile funzione potrebbe anche essere rinvenuta nella necessità di operare un lieve sollevamento del loro “tronco”).Il corpo appare protetto da una robusta e compatta (un “pezzo unico”, insomma)  corazza, di forma semisferica, che ha sicuramente la funzione di protezione dall’irraggiamento solare e dagli sbalzi termici, (il carpace, il mesosoma ed il telson oppure il cephalon, il thorax ed il pydidium risultano cioè uniti in un’unica struttura).

MarsLife: un’Ipotesi Esplicativa

 

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MarsLife: un’Ipotesi Esplicativa

Questi esseri, mostrati nelle tabelle di cui sopra (ed estratte dagli “Appunti di Paleontologia” del prof. Vittorio Vialli ), sono animali marini che si spostano (come lo xifosuro), e spostavano (come i trilobiti), abbastanza velocemente in acqua, utilizzando anche l’articolazione del loro corpo il quale, diviso in setti, risultava flessibile come una sorta di “pinna” (il thorax articolato, infatti, è flessibile). Nel nostro caso, invece, questa “Creatura Marziana”, avendo una corazza unica ed articolazioni a forma di spatola, potrebbe, si, non essere in grado di muoversi, ma dovrebbe essere in condizione, invece, di riuscire a spostare lentamente il terreno ad essa sottostante (probabilmente operando dei movimenti e degli spostamenti lentissimi ed impercettibili, certo non riconoscibili semplicemente “a vista” – né, tantomeno, mediante fotografie, a meno che non vengano ripetute “n” riprese lungo un “n” spazio di tempo). Queste Creature, insomma, usando un siffatto sistema di pseudo-locomozione, potrebbero e dovrebbero riuscire a rifornirsi di alimenti “favorendo un ricambio del  terreno su cui giacciono”; un terreno sul quale e dentro al quale dovrebbero essere presenti delle sostanze energetiche di un qualche tipo (quali sìano i meccanismi di assorbimento e metabolizzazione di dette sostanze, al momento, è impossibile a dirsi – od anche ad immaginarsi) Comunque, ammesso che quanto visto nella fotografia Spirit iniziale sia quanto ipotizzato e che l’interpretazione sino ad ora data sia corretta – e cioè, diciamolo chiaramente, che ESISTE VITA SU MARTE – a questo punto bisogna capire: COME degli esseri viventi riescano a resistere in un ambiente simile, DOVE vivano e CHI (o CHE COSA) produce “l’energia vitale” che alimenta la sopravvivenza della loro Specie.  Sulla nostra cara Terra tutto ciò che vive lo deve, sostanzialmente, ad un unico processo che garantisce la produzione di “Energia Vitale” e cioè il processo di fotosintesi clorofilliana (un processo senza il quale tutti gli essere viventi sulla Terra, noi compresi, non potrebbero esistere). Sulla Terra, infatti, gli unici esseri viventi che s’ano capaci di accumulare l’energia trasformando l’acqua e l’anidride carbonica – tramite l’apporto energetico dell’irraggiamento solare – in zuccheri (e quindi liberando ossigeno) sono i vegetali, sia  terrestri, sia marini.Tutti gli altri esseri viventi del nostro Pianeta “sfruttano” questo processo in modo (lasciatemi dire) “parassitario” per la loro vita: essi, cioè, liberano “l’Energia Vitale” metabolizzando le strutture vegetali assimilate con l’alimentazione per rifornire le proprie cellule (ergo per crescere, riprodursi e quindi svolgere qualsiasi tipo di lavoro muscolare).Con questo sistema, in breve, le Creature Animali effettuano il processo inverso rispetto ai Vegetali: assorbono Ossigeno e liberano acqua, anidride carbonica ed energia.Anche il petrolio (al pari del metano ecc.), per esempio, deriva dal processo di fotosintesi che, in quel caso, ha portato alla trasformazione dell’Energia Vitale (originaria) in Energia Liquida e Gassosa, a seguito di decomposizione, durante il processo di fossilizzazione.Bisognerebbe a questo punto individuare delle strutture viventi su Marte le quali sìano capaci di produrre anche un minimo accumulo energetico vitale – sebbene con bilanci energetici e chimici probabilmente diversi (e forse senza utilizzare gli stessi elementi) rispetto alla Terra (inoltre le caratteristiche chimico-fisiche dell’atmosfera Marziana  sono nettmente diverse da quelle dell’atmosfera Terrestre) – e che permettano la Vita (rectius: che forniscano SUPPORTO alla Vita) di esseri più complessi (come potrebbero esserlo quelli individuati nella foto che segue e che, per come sembrano strutturati, quasi sicuramente non sono in grado di autoaccumulare energia dal Sole per alimentare le proprie cellule).

MarsLife: un’Ipotesi Esplicativa

Si può pensare, anche se con i dati in nostro possesso questa supposizione potrebbe apparire un po’ troppo azzardata, che sìano proprio quelle “palline” (i “Martian Berries”), che vediamo presenti quasi ovunque (e che hanno le più svariate dimensioni, risultano estremamente fragili, porose – si veda come diventano quando vengono schiacciate dalle ruote dei Rover – e che dovrebbero avere probabilmente un colore lievemente verdastro – sono infatti convinto che i colori presentati nelle foto Marziane non sìano verosimili –) ad essere gli Accumulatori di Energia del Sistema Vitale Marziano.   Questi Berries, insomma, dovrebbero essere delle strutture cellullari (anche complesse) in grado di accrescersi legandosi ed inglobando i granuli sabbiosi per proteggersi dalle condizioni ambientali ostili che caratterizzano la superficie del Pianeta Rosso, con ciò aumentando la loro capacità di movimento e di resistenza alle variazioni termiche semi-estreme che sono proprie di Marte (non dimenticate che la forma sferica presenta, in Natura, il migliore rapporto superficie/volume). Queste cellule, o colonie di cellule, o strutture più complesse, dovrebbero riuscire ad accumulare, con un processo analogo od identico alla fotosintesi, “Energia Vitale” (nel senso – come si diceva, almeno in teoria – terrestre della parola). Questa “Energia Vitale” verrebbe quindi – così come accade sulla Terra – sfruttata come alimento dagli altri (eventuali) esseri viventi presenti su marte, “pseudotrilobiti” compresi.Questa ipotesi potrebbe giustificare anche la presenza dei coni nelle sabbie di Gusev e di Meridiani: tali coni, infatti, potrebbero essere il prodotto di strategie alimentari simili a quelle utilizzate dalla nostra formica leone: ossìa dei predatori “statici” che “vivono” in perenne attesa che rotolino nelle loro bocche delle grandi palline “gustose” (e cioè più cariche di alimenti utili e quindi, in buona sostanza, di energia).Con questa teoria si arriverebbe anche a spiegare la motivazione delle diverse tonalità di colore e di tessitura fra lo strato sottile, più leggero, superficiale (e vivo!) della superficie Marziana, e lo strato sottostante, più scuro, di materiale inerte e/o decomposto (e cioè – tecnicamente – “non vivo”).Quale conclusione di queste fantasiose (!) argomentazioni, possiamo dire che, assecondando un processo quasi inverso rispetto a quello che accade sulla Terra, i “Vegetali Marziani”, produttori di Energia Vitale, si possono spostare rotolando (grazie al vento, quando è presente e così come fanno alcune piante nei nostri deserti), mentre gli “Esseri Superiori (“erbivori”) – superiori in senso meramente riferito alla loro struttura biologica – rimangono perennemente immobili (o quasi), risparmiando energia ed aspettando che gli arrivino “in bocca” le sostanze alimentari (ergo l’Energia necessaria) presenti sul Pianeta.Creature semplici, eppure oltremodo complesse, che si proteggono con vere e proprie corazze dall’ostile clima Marziano, il tutto un po’ come fanno alcuni nostri vegetali maggiori (corteccia e immobilismo). 

 Spero proprio di non averVi annoiati con queste ipotesi (su quanto sìano fantasiose o verosimili occorrerà aspettare ancora qualche anno prima di dirlo).  Sono tuttavia convinto che la Vita, in realtà e nella sua essenza universale, sia radicata anche in posti ed attraverso modalità che, oggi, con le nostre limitate conoscenze, ci sembrano impossibili se non addirittura improponibili. Penso, insomma, che la Vita sia presente quasi ovunque, nel Cosmo, e che la Terra sia tutt’altro che un’eccezione.

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