True Planets

20 gennaio 2006

Genesis – di Alessio Feltri per Lunar Explorer Italia (da Space Freedom del 23/8/2005)

Archiviato in: Articoli — info @ 15:44

Avete mai pensato che tutti voi potreste essere degli astronauti, ovvero delle Unità Biologiche Autonome (o ABU -> Autonomous Biological Units) destinate ad attività extraveicolare permanente? Se la risposta fosse no, allora – forse – dovreste seguirmi in un fantastico viaggio a ritroso, lungo quasi cinque miliardi di anni.

I Lettori che mi hanno seguito in questi mesi sanno che sui vari corpi del Sistema Solare sono state fotografate dalle varie sonde inviate in perlustrazione delle formazioni gigantesche, apparentemente inesplicabili, e soprattutto geometricamente riconducibili sempre alle stesse configurazioni, in parte lineari ed in parte radiali, spesso caratterizzate dalla sovrapposizione di simmetrie pentapolari raggiate e bilaterali speculari.Il risultato (canali tubolari spropositati, enormi lastre forate semitrasparenti, crateri a toroidi sovrapposti ecc.) è stato al massimo interpretato dai Profeti di Internet, Hoagland in testa, come un lascito tecnologico di antiche civiltà extraterrestri. Come ho ricordato in passato, già Keplero aveva avanzato questa teoria, e gli era giustamente stato opposto che strutture di quelle dimensioni avrebbero richiesto dei cantieri talmente sproporzionati da risultare antieconomici perfino a Civiltà superevolute. Quello che i seguaci di Keplero e Hoagland non hanno preso in considerazione è, in realtà, la soluzione più ovvia del problema, e cioè che il Sistema Solare sia un mero manufatto fondato su biotecnologie.

Dato e premesso che il fatto di pensare che noi e il Sistema Solare siamo un mero prodotto del Caso (ancorchè in senso cosmico) è pura idiozia (sarebbe come stipare in un garage i componenti di una Ferrari, buttarci dentro una bomba e poi aprire la porta aspettandosi di trovarci una vettura perfettamente funzionante), la spiegazione più semplice è che siano stati impiegati dei sistemi autoriconfiguranti e autoreplicanti, progettati per costruire passo per passo noi e tutto quello che ci circonda.Già nei primi anni ’80 Hoyle aveva posto le basi di questo ragionamento, calcolando che un singolo microscopico batterio, in presenza di condizioni favorevoli, avrebbe potuto in sole tre settimane moltiplicarsi fino a costituire una biomassa equivalente a tutta la materia presente nell’Universo.

Cosa ne consegue? Per costruire un corpo planetario orbitante sarebbe sufficiente un progetto di ingegneria genetica che prevedesse la creazione di microrganismi biologici capaci di raccogliere ed “accorpare” la polvere interstellare, procedimento che in presenza di idrogeno, metalli ed opportuni catalizzatori, forniti dai microrganismi stessi o da simbionti, consentirebbe alla biomassa  di crescere fino al punto critico previsto dal progetto stesso. Dato che nessuno di noi era presente alla fase iniziale del progetto, l’unico modo che ci resta per verificare la bontà di questa ipotesi è mettere a confronto questo modello teorico con le osservazioni. Vi ho parlato più volte dei “Fondatori”, cioè i microrganismi di cui sopra, e di come il risultato visibile del loro operato sia la cosiddetta “Rete Sinaptica” (il termine proviene dal greco, significa semplicemente “collegare insieme” e non ha quindi connessioni dirette col nostro sistema cerebrale). Il primo passo che dovete compiere è quello di imparare a riconoscere la rete sinaptica nelle varie foto orbitali, altrimenti finireste per scartare i miei ragionamenti a causa della pura e semplice incapacità di trovare delle conferme.Ho pensato e ripensato a tutti i modi possibili di aiutarvi al riconoscimento di queste strutture, ma non sono ancora sicuro di aver raggiunto lo scopo. Un elemento che non dovete mai dimenticare è che il Progetto della Rete è finalizzato ad assecondare i campi ondulatori postulati dalla fisica unigravitazionale, per cui le geometrie di configurazione sono le stesse sia in scala microscopica che macroscopica, essendo il risultato di sommatorie di campi polari, la cui progressiva sovrapposizione ne rende sempre più difficile l’interpretazione al crescere delle dimensioni relative.Ciò premesso, un esempio che potrebbe essere calzante è quello della carta millimetrata, in cui le righe parallele incrociate sono “gerarchiche”, e cioè ogni dato numero di righe sottili si ha una riga più spessa, sempre però ricordando che mentre la rete sinaptica è tridimensionale, invece la carta millimetrata è bidimensionale per cui l’analogia è di natura per così dire “olografica”.

Tavola 1 

Nella Tavola che ho assemblato qui di sopra, potete vedere – nella prima riga - un paio di esempi di carta millimetrata, che hanno lo scopo di mostrarvi come sarebbe fuorviante presupporre una simmetricità totale della matrice.

Nella seconda riga ho riportato tre esempi di rete sinaptica, uno da una foto del Microscopic Imager di Opportunity, uno da un frammento fotografato da Spirit e uno da un’immagine delle megastrutture fotografate da Apollo 10 in Ukert e dintorni. Nella terza riga ho riportato in scale comparabili con le foto precedenti il tipico “pattern” della rete sinaptica, molto simile a quello degli scheletri silicei dei radiolari terrestri.Nella quarta riga ho simulato la composizione tridimensionale dei patterns in “strati sinaptici”, che  non dovete considerare come sovrapposti, ma intrecciati. Ai lati vedete due altri esempi di maxistrutture sinaptiche, uno prelevato da un dettaglio di Giapeto ripreso dalla Cassini e l’altro da un’immagine Viking della porzione orientale di Ganges Chasma, nella parte settentrionale della Valles Marineris.Come vedete, le strutture sinaptiche non mutano in modo apprezzabile al variare del corpo celeste su cui sono rilevabili, sia esso un pianeta, un satellite, una cometa o un semplice asteroide.Ricordo sempre che le strutture sinaptiche sono il prodotto dell’attività dei microrganismi, per cui hanno natura biogenica e non biologica in senso stretto. Rimarrebbe da spiegare perché in alcune foto si muovano, ma a questo arriveremo dopo.Per ora ringraziamo la NASA per i suoi puntuali autoaggiramenti del suo stesso cover-up, derivanti per lo più dal fatto che gli attuali ragazzini di Pasadena falsificano le foto senza sapere che i loro genitori avevano falsificato trent’anni fa le stesse immagini, ma in modo diverso.

Ed è quindi dal sito JPL che ho ripreso queste chiarissime immagini Viking di 50 Km di rete sinaptica alle pendici del canyon di Ganges Chasma.

 Image 01

Come si vede le “strisciate” del Mars Global Surveyor (come la m0202906) si arrestano sempre al limitare dell’area significativa, né per altro ne esistono in alcun punto della direttice AB, di cui ho riportato la triangolazione per consentirvi di giudicarne la natura con i vostri occhi. Il motivo principale di questa consistente emersione della struttura sinaptica è probabilmente dato dal fatto che il livello del fondo del canyon sia più basso di diversi Km, per cui è ragionevole supporre che l’affioramento sia stato motivato da prevedibili fenomeni di erosione. Prescindendo dalle divertenti sviste NASA, con sferoidi volanti che appaiono o scompaiono nelle varie versioni della stessa foto pubblicate negli ultimi 30 anni, vorrei in questa circostanza che memorizzaste le geometrie caratteristiche degli strati sinaptici, in modo che possiate riconoscerle anche in altre circostanze.Tavola 3

 

La Rete è strutturata in formazioni tubolari incrociate biancastre, che appaiono sprofondare nel sedimento in cui sono annegate per diversi Km di profondità: noi NON possiamo stabilire se e quando questa configurazione si arresti. I cross-tubes non sono ovviamente regolari come tubazioni artificiali, ma la loro origine biogenica li rende tortuosi e irregolari, pur nell’ambito delle solite geometrie lineari e radiali, accompagnate sovente da sferoidi a lucentezza metallica. Una cosa certa è che, pur con le difficoltà indotte dalla necessità di ispezionare 20 foto per autenticarne una, in molte occasioni si sono verificati “movimenti” delle formazioni o improvvise “apparizioni” di strutture che in altre foto non c’erano.

Ma come possono muoversi strutture lunghe decine o centinaia di Kilometri? La spiegazione è semplicissima e ancora una volta devo ringraziare i ragazzini della NASA, che hanno usato per un piccolo “outcrop” fotografato da Spirit la denominazione di “Jibsheet”. A chi non è un vecchio lupo di mare come me ricordo che jibsheet è il termine marinaresco inglese equivalente a “scotta del fiocco”, in pratica la corda che bisogna tirare per modificare la posizione della vela di prua. Magari chi ha coniato quel nome pensava ad altro, ma il fatto è che le foto di jibsheet erano pesantemente truccate e soprattutto in esse non c’era nulla che facesse pensare, neppure lontanamente, nè ad una corda, nè ad una carrucola…

Tavola 4  

Le foto non sono – evidentemente – congruenti tra loro, ma al momento non ce ne occupiamo.

Tavola 5
 
La domanda giusta è, dunque, “Perché una corda?”

Ed una risposta, altrettanto giusta, potrebbe essere “Perché no?”

Abbiamo visto che i tubi sinaptici sono strutturati in geometrie tubolari sempre più piccole, fino alla scala dei microorganismi generatori. A questo punto, per giustificare l’”innervamento” (e quindi il possibile movimento) della struttura sinaptica, bisogna ipotizzare una microstruttura cristallina compatibile con il modello che ho descritto e non c’è alcun problema al riguardo, visto che ci basta tirare in ballo i nanotubi al fullerene. Come è noto, la “buckyball” (o C60), componente base del fullerene, è una configurazione geodetica composta da 60 atomi di carbonio, disposti secondo 20 esagoni e 12 pentagoni, reperita frequentemente nelle meteoriti. Forzata ad allungarsi la buckyball forma il cosiddetto nanotubo, simile ad un cavo 100 volte più resistente dell’acciaio, 2 volte più leggero dell’alluminio e soprattutto superconduttivo a temperature più alte rispetto a tutti gli altri materiali. 

I nanotubi possono essere a singola parete (SWNT) o multiparete (MWNT). Questi ultimi si formano uno dentro l’altro, con un meccanismo a scatole cinesi che, se finora siete riusciti a seguirmi, dovrebbe ricordarvi qualcosa.

Ma l’aspetto ancora più significativo è il meccanismo di produzione, che si può riassumere in 3 metodologie di base:

1) PLV (Pulsed Laser Vaporization) —> ossìa Vaporizzazione di grafite con impulsi laser;

2) AD (Arc Discharge) —> ossìa Grafite, Yttrium e applicazione di corrente;

3) CVD (Chemical Vapour Deposition).

Quest’ultimo metodo consiste semplicemente nel mettere un substrato opportuno in un forno a 600°C e poi di aggiungere lentamente del metano. A mano a mano che il gas si scompone, vengono liberati atomi di Carbonio che poi si ricompongono in forma di nanotubi. Il motivo è che le buckyballs si formano quando il Carbonio è vaporizzato, mescolato con un gas inerte e poi fatto condensare lentamente. La presenza di un catalizzatore metallico fa poi allungare le buckyballs, causando la formazione di nanotubi.Noterete come a questo punto il cerchio si chiuda: microorganismi e nanotubi sono perfettamente in grado di cooperare in qualunque scala sia richiesto, naturalmente a patto di possedere le indispensabili cognizioni di bioingegneria. E con qualunque scala intendo Marte, la Terra o anche il Sole.

Ma anche di questo parleremo in un’altra occasione.
Per adesso vi mostro una tavola in cui ho riassunto alcuni dei ragionamenti che ci hanno accompagnato in questi mesi (mancano solo gli eccitoni).
Tavola 6

Al centro vedete una visione polare della BuckyBall, con ai lati la struttura naturale (C60) e quella artificiale (C68), mentre in basso vedete le altre strutture cristalline a base carbonio, cioè grafite e diamante, ai lati del famigerato nanotubo. In alto ho aggiunto le solite inopinate coincidenze geometriche, in questo caso tra l’atomo magnetico di P.L.Ighina, il fotone-gravitone di R.Palmieri e la curiosa forma del Polo Nord di Saturno. La struttura penta-esagonale in cui si configurano gli atomi di Carbonio trova un’inaspettata conferma in questa mia elaborazione delle (pochissime) immagini riprese su Titano dalla fotocamera installata nella parte inferiore della sonda Huygens la quale, sia pure per pochissimo tempo, era entrata in funzione subito dopo il landing. Come vedete dalle immagini in sequenza la struttura del terreno appare intessuta di maglie poligonali regolari sovrapposte e soprattutto interessate da moti di riconfigurazione. 

RS7.gif
 

Non posso dire di più perché dovrei toccare argomenti scientifici troppo delicati, ma una domanda ce la possiamo comunque porre: in questo quadro di riferimento dal microscopico al macroscopico, qual’è il posto occupato dalle forme di vita terrestri e non? Vi ho più volte detto che l’apparente contrasto di questo quadro con l’interpretazione letterale dei testi sacri è uno dei tantissimi motivi del cover-up. Il grottesco è che il problema scomparirebbe accettando un’esegesi addirittura integralista, non solo letterale, dei testi stessi. Uno dei tanti esempi che si potrebbero fare è quello riferito al fatto che Dio ci avrebbe creato a sua immagine e somiglianza. L’umana presunzione ci ha portato ad immaginare Dio come un vecchio saggio con la barba bianca, praticamente un incrocio tra Garibaldi e Flavio Briatore, in effetti ribaltando il concetto di partenza. Ma se analizziamo meglio le cose possiamo vedere che noi siamo in realtà dei veri e propri ecosistemi di microorganismi, che svolgono tutte le principali funzioni operative al nostro posto cooperando al di fuori del nostro controllo diretto. Il concetto di cooperazione è basilare per organismi nati per interagire con l’ambiente in network. Cosa succederebbe se i nostri neuroni, pur rimanendo al loro posto, si isolassero dalla connessione sinaptica? La risposta è che cominceremmo a ragionare con la stessa profondità mentale di un politico sotto elezioni.Qualunque biologo molecolare vi potrà confermare che il nostro DNA è un software a tutti gli effetti, per cui lascio a voi l’interpretazione del famoso imperativo “Crescete e moltiplicatevi”. Da parte mia posso solo dire che, al di fuori del quadro che ho tracciato, la risposta più ovvia sarebbe “E perché?”

Date le premesse, ci potremmo quindi considerare dei Sistemi Bionici Autonomi, ma progettati sulla base di una rete più ampia, praticamente delle repliche in sedicesimo della rete stessa, presumibilmente destinati ad agire e sopravvivere come inconsapevoli “slow-walkers” in superficie, e quindi a moltiplicare le informazioni per poi riportargliele.

Come vedete il contrasto con la Bibbia non esiste proprio e men che meno col Vangelo.

Quale affermazione, infatti, sarebbe più coerente col concetto di network del “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”?

 

ALESSIO FELTRI
 
   

19 gennaio 2006

Gli Sciacalli di Marte – di Paolo C. Fienga

Archiviato in: Articoli — info @ 16:32

Sono passati quasi 26 anni (eravamo nel 1979, forse…) da quando gli ambienti scientifici più grandi ed accreditati del Pianeta – dalla NASA e le Comunità Scientifiche delle maggiori Università Americane per giungere sino alle Agenzie Spaziali Europee, Russe e Cinesi, tanto per intenderci… – iniziarono a parlare “seriamente” di “forme di vita elementare” sul pianeta Marte.

Mars One

La fonte di questa “intuizione” (la quale, intorno alla metà degli anni ’80, divenne un “fatto”) fu il ritrovamento – nei ghiacci dell’Antartide – di due meteoriti davvero “speciali”.
Speciali perché, dopo l’effettuazione di una lunga serie di analisi presso i migliori e più dotati – anche in termini di possesso delle informazioni di riferimento – laboratori scientifici del Mondo, si ritenne che queste due rocce fossero addirittura “due frammenti di Marte”!
E sin qui, nulla di speciale.

Ci spieghiamo: sebbene possa apparire curioso ed improbabile, è tuttavia possibile che un impatto occorso su un corpo celeste anche molto lontano dalla Terra sia la causa dell’arrivo, sul nostro Pianeta, di un certo quantitativo di detriti.
Gli Scienziati, a tal riguardo, hanno stimato che un singolo frammento di roccia Marziana, per sfuggire all’attrazione dello stesso Marte e perdersi nello Spazio, dovrebbe essere “scagliato” via dalla superficie del Pianeta Rosso ad una velocità di oltre 25.000 Km orari.
E come potrebbe mai accadere un simile evento?

Si tratta di teoria, ovviamente, comunque – saremo brevissimi! – possiamo dire che è (quasi) tutta una questione di velocità del corpo impattante e di angolo di impatto. Insomma: se un piccolo asteroide precipitasse su Marte ad una velocità di circa 23.000 Km orari e con un angolo di incidenza rispetto alla superficie del Pianeta Rosso compreso tra i 30 ed i 55°, l’impatto che ne deriverebbe sarebbe capace di sollevare e scagliare nello spazio “frammenti di Marte” con una accelerazione iniziale approssimativa pari a circa 80.000 Km orari!

Come vedete, dunque, si tratta di una velocità più che sufficiente affinché polveri, detriti e quanto in essi contenuto riescano a sfuggire all’attrazione gravitazionale di Marte.
Pensateci: una nuvola di “frammenti” di roccia derivati dalla collisione i quali – letteralmente – “decollano” dalla superficie di Marte così come farebbero dei razzi vettori e quindi si perdono nello spazio…
La meccanica che poi permetterà ad alcune di queste schegge di non perdersi nell’infinito e di arrivare sul nostro Pianeta è collegata alle linee iniziali di fuga dei frammenti, alle posizioni relative dei diversi corpi celesti al tempo dell’impatto e poi, in ultima analisi, a ciò che noi chiamiamo “casualità”.

Ciò premesso, dobbiamo dunque ritenere che non è poi un evento così assurdo ed impossibile che un “pezzo di Marte” finisca con il colpire la Terra: già 15 (o forse più) meteoriti Marziane sono state ritrovate in giro per il mondo: qualcuna in Asia, qualche altra in Africa ed in Sud America e qualcuna ai Poli: nessuna meraviglia!
Ed infatti la vera “BOMBA”, scientificamente parlando, fu la scoperta – su questa ed altre simili meteoriti Marziane – di alcuni corpuscoli, letteralmente “incastrati” nella roccia, i quali si ritenne che fossero dei microbi o dei batteri fossilizzati.
Più che una scoperta, dunque, un’illuminazione:”la Vita viene dallo Spazio”? Certo, può essere, ma non è questo il punto!

Sicuramente, se l’ipotesi di partenza fosse esatta (e cioè che le meteore ritrovate sulla Terra sono realmente dei frammenti della superficie di Marte), potremmo anche logicamente supporre che su Marte, al tempo dell’impatto che avrebbe poi portato quelle rocce sino a noi, probabilmente esistevano delle Forme di Vita.
E quindi, tanto per essere più semplici e diretti, potremmo dire che su Marte esisteva la Vita.

Un evento rivoluzionario per la Scienza Consolidata? Certo, ma in realtà la Comunità Scientifica, al di là delle dichiarazioni di facciata, non si meravigliò affatto di questa “scoperta” poiché la “Vita”, come ogni Scienziato dotato di un minimo di intelligenza e di buon senso Vi potrà dire, NON è logicamente possibile supporre che sia una prerogativa unica ed esclusiva della Terra!
Ma torniamo a noi, anzi: a Marte.

Pochissimo tempo dopo questa interessantissima teorizzazione, l’attenzione dei media sulla materia ritornò pari a zero e tutto cadde nel dimenticatoio.
Ogni tanto, per varie ragioni ed occasioni (una meteorite Marziana venne ritrovata in Oman nel 2000, per esempio), se ne riparlò, ma in maniera così blanda e distratta che, in fondo, quasi nessuno sembrò prendere l’argomento sul serio.
Ma l’attenzione per Marte, però, non venne mai meno, a dispetto dell’ufficiale disinteresse per l’esplorazione spaziale.

Sono passati anni dalla scoperta delle prime “Meteoriti Marziane” ed ecco che – nonostante qualche fiasco (vedi la Sonda Mars Polar Lander ed il Beagle 2 Lander, per esempio) – nello spazio di Marte e su Marte sono riuscite ad arrivare, dopo i Mariner, i Viking Orbiter e Lander 1 e 2 e dopo la Sonda Soujourner con il Rover Pathfinder, alcune nuove Sonde Americane ed una Europea (il Mars Global Surveyor, la Sonda 2001 Mars Odyssey ed i Rover Spirit ed Opportunity per la NASA e la Sonda Mars Express per l’ESA).
E le sorprese, come era anche lecito attendersi, sono ricominciate!
Certamente saprete che sono state scattate decine di migliaia (anzi, centinaia di migliaia) di fotografie, sia dall’orbita che dalla superficie di Marte: queste immagini ci hanno mostrato panorami desertici, crateri, distese ghiacciate e colline innevate; pianure, catene montuose e vulcani; dettagli a volte deludenti ed altre volte non solo suggestivi e spettacolari, ma anche ricchi di pathos e di possibili implicazioni.
E non ci siamo certo fermati all’”estetica”: gli esperimenti scientifici – che vanno dai rilievi spettroscopici e termici all’analisi delle componenti fondamentali dell’atmosfera e del suolo del Pianeta Rosso – sono stati innumerevoli.
Stranamente, però, tutti quasi sempre inconcludenti: non si è mai andati oltre il “forse” od il “può darsi”, infatti.

Ma questo sino a pochissimo tempo fa.
Dopo le primissime “boutades” (occorse durante l’intero 2004) da parte di Scienziati e Ricercatori Inglesi ed Americani, siamo arrivati alle “esternazioni” (Febbraio 2005) di alcuni Scienziati della NASA (prontamente smentiti e tacitati) relativamente alla possibile esistenza di forme di vita “dormienti” sulla superficie di Marte e poi è arrivata – fra le altre – la notizia (datata 16 Marzo 2005) che un gruppo di Scienziati Americani (ancora loro!), intervistati per conto della rivista “Nature”, avevano rilasciato dichiarazioni piuttosto convinte circa la possibilità CONCRETA che su Marte – OGGI! – vi sìano delle Forme di Vita indigene per nulla dormienti, bensì attive ed evolute.
Ed infatti non sono stati menzionati solo microbi e batteri.
Certo, non si parla di “Marziani” nel senso “volgare” e “fantascientifico” del termine, ma si parla di Forme Vitali Indigene.
Dove?

Al di sotto della crosta gelata di un grande lago (o di un piccolo mare?) che è stato recentissimamente fotografato dalla Sonda ESA Mars Express.
Possiamo dunque pensare a pesci che nuotano sotto il ghiaccio di Marte?
O magari, come molti Ricercatori e qualche Scienziato amano sostenere, possiamo anche pensare ad altre Forme di Vita – magari delle piccole creature simili, forse, a delle talpe, ma un po’ più grandi di quelle terrestri… – che si muovono sulle pianure desertiche del Pianeta Rosso, lasciando tracce che gli occhi curiosi di migliaia di Ricercatori di tutto il Mondo stanno incominciando a vedere ed a riconoscere?
Non esageriamo: ci vuole prudenza, naturalmente (nell’interesse e per il bene di tutti), ma ci vuole anche immaginazione e capacità di pensare “outside the box”, come dicono gli Americani.

Ed infatti, a quanto pare, qualcuno ha incominciato a pensare all’impensabile!
E allora qual è il punto?
Il punto è che – come gli Appassionati e gli Amanti della Scienza più attenti avranno già da tempo notato – le voci di corridoio, le indiscrezioni e le dichiarazioni (sebbene esse vengano subito o quasi subito smentite e/o ridimensionate) stanno aumentando, di giorno in giorno!
E non parliamo, ovviamente, di esternazioni provenienti da Ricercatori Privati o da semplici Cultori della Materia – i cosiddetti Amateur Scientists i quali però, spesso e volentieri, si sono dimostrati molto più acuti ed attenti degli “Scienziati Professionisti” – :parliamo di esternazioni che arrivano da ambienti scientifici di primo livello (Universitari) e, dunque, fortemente accreditati e di tutto rispetto.
Ma da dove arriva questo “fervore” intorno alla ormai pluri-secolare querelle della Vita su Marte?

E come mai adesso, dopo anni ed anni spesi a dare degli incompetenti e dei malati di mente o dei visionari a chi (argomentando logicamente) sosteneva che su Marte “qualcosa potrebbe e dovrebbe essere ancora viva”, le voci “autorevoli” in favore della vita indigena su Marte si sono fatte e si fanno sentire sempre più frequentemente?
Si tratta di un’improvvisa retromarcia determinata da evidenze incontestabili?
Magari un’ondata di buon senso e di razionalità, unite ad una seria critica all’Antropocentrismo Universale dominante?
O forse una presa di coscienza?
O, magari, un semplice calcolo delle probabilità?…

Forse c’è un po’ di tutto questo e forse c’è anche qualcos’altro.
Siamo sinceri: la notizia ufficiale di un outbreak relativo all’esistenza di qualche forma di Vita su Marte è, come ormai molti sanno o suppongono, davvero imminente.
E’ sempre più difficile, infatti, nascondere le Anomalie e le Singolarità riprese direttamente dal suolo Marziano così come è diventato oltremodo oneroso ed ingrato il lavoro di coloro che devono ridimensionare o demolire metodicamente le scoperte che vengono fatte dalle Sonde terrestri in orbita attorno al Pianeta Rosso e che puntano il dito verso l’esistenza di forma di vita indigene (non dimentichiamo, per esempio, la sensibile presenza di metano nell’atmosfera Marziana).
E allora, dato che il momento è prossimo e la “svolta epocale” dietro l’angolo, a noi sembra che alcuni degli Scienziati Professionisti (e delle Istituzioni che si trovano alle loro spalle) abbiano già incominciato a mettere le mani avanti così da poter dire, a giochi fatti, “Ecco: ve lo avevamo detto!”.

Insomma: se sembra inevitabile il fatto di dover ammettere che su Marte “esiste la Vita”, adesso sembra essere cominciata la “caccia al podio”: chi potrà dire, infatti, che è stato davvero il PRIMO a CAPIRE che i “Marziani” esistevano davvero?
Sarà uno Scienziato nato e cresciuto a Stanford, a Princeton o a Cambridge forse?
O magari sarà un Gruppo di Ricercatori della NASA?
Oppure si tratterà di uno Scienziato Inglese, o Francese, o Italiano, o Svedese?…Chissà.
E allora, mentre qualche Amateur Scientist scopre le “lumache” e le “lucertole” Marziane e mentre qualche altro Ricercatore Indipendente riesce, rovistando fra migliaia e migliaia di frames, a trovare le fotografie di corpi simili a “conchiglie” e “tane” – e mentre tutte queste figure di “secondo piano” vengono completamente ignorate dalla Comunità Scientifica –, ecco che, improvvisamente, alcuni Scienziati che “contano” e che solo sino a pochissimo tempo fa erano scettici e disincantati, si “svegliano” e dicono che “sotto il ghiaccio di Marte c’è la Vita”.

Ed anche la stessa Comunità Scientifica che era stata diffidente e gelida oltre ogni ragionevole necessità, adesso – improvvisamente… – diventa aperta e possibilista: ma perché?
Perché ciò che conta, forse, non è solo e non è tanto la Vita su Marte.
Forse perché ciò che conta davvero è essere i primi (o fra i primi) ad annunciare la “svolta epocale” di cui dicevamo.
Pensateci: fama e gloria sempiterna per gli Scopritori e per le Istituzioni che essi rappresentano; Sponsors; fondi pubblici e privati per la ricerca e poi la “Dea Televisione” (che vuol dire news, talk-shows, documentari e, magari, “pubblicità”…).
E non dimentichiamo i libri: testi scientifici nuovi e testi scientifici vecchi (ma sacri!) da correggere o addirittura da riscrivere e così via: la scoperta della Vita su Marte, oltre che costituire una Rivoluzione Scientifica ed Umanistica, sarà anche un mega-business da miliardi e miliardi di Euro-Dollari: anche la Scienza, in fondo, ha il suo prezzo ed offre la sua ricompensa…

Ebbene, mentre assistiamo a questa commedia delle parti ed in attesa del prossimo Scienziato (o, più probabilmente, del prossimo Pool di Scienziati) che griderà “Eureka!”, lo sapete che cosa abbiamo davvero scoperto, con assoluta certezza? Che il primo – e, per ora, unico animale che di Marte sembra nutrirsi a piene mani – è un animale terrestre.
Forse non è tra i più nobili che esistono sul nostro Pianeta, ma è forte e scaltro e sta rapidamente raffinando le sue qualità innate per poi esportarle sul Pianeta Rosso.
E’ un animale colto, dotato di grandi mezzi e di dettagliate informazioni ed è protetto dai sacri distintivi che distinguono Università ed Istituzioni Scientifiche di valore e rilevanza mondiali.

E’ un animale che potrebbe, se ne avesse il coraggio, vivere di intuizioni, scoperte e conquiste, ma che invece se ne sta perennemente nascosto, barricato in tane sotterranee fatte di silenzi, di parziali ammissioni e di sdegnate smentite.
E’ un animale pavido, ma opportunista.
Noi non vi diremo di che animale si tratta, perché non ha davvero importanza (e poi ci potete arrivare da soli tranquillamente…).
Noi ci auguriamo solo di sbagliarci; noi speriamo solamente di essere in errore allorché pensiamo che la “Vita su Marte” (e nel resto del Cosmo) possa essere e/o diventare solo (o soprattutto) uno strumento di business.
Noi speriamo di aver preso una svista colossale!
Ma i primi segnali al riguardo – purtroppo – sembrano dimostrare proprio il contrario…

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