True Planets

31 maggio 2010

BREVI ELEMENTI DI GEOMORFOLOGIA MARZIANA BASATI SULL’OSSERVAZIONE DELLE IMMAGINI CATTURATE DALLE SONDE ORBITALI E DAI ROVER IN SUPERFICIE – a cura del Dr Gualtiero La Fratta (Geologo)

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PREMESSA: la Geomorfologia studia le forme della Superficie Terrestre, mettendo in correlazione immediata e diretta le Litologie e le Strutture Geologiche con gli Agenti Degradativi che le plasmano e, nel tempo, le modificano in accordo ad un ciclo di Continuità Assoluta.

La prerogativa per cui è possibile dissertare di Geomorfologia Marziana si basa sul presupposto che le dinamiche fondamentali che modellano la Superficie del Pianeta Rosso siano simili alle rispettive Terrestri, seppur esistano delle differenze importanti. Eccone alcune:

1) Marte è un pianeta geologicamente inattivo ad eccezione di fenomeni puntuali ed in ogni caso circoscritti nel tempo e nello spazio. La Geodinamica è pressocchè inesistente;
2) La Forza di Gravità è decisamente inferiore rispetto alla Terra;
3) La varietà climatica è assai ridotta o comunque poco variegata, e limitabile a tre fasce climatiche pricipali: due Polari ed una Tropicale-Equatoriale; sul pianeta rosso assistiamo – comunque – al susseguirsi di stagioni;
4) L’acqua ha scorso e/o scorre in superficie assai raramente (probabilmente da resorgive sparse sulla Superficie.
Gli alvei ed i colamenti di terra che ne conseguono, hanno un’estensione ed una durata influenzata in maniera principale dalla veloce evaporazione del liquido (o addirittura dalla sua sublimazione), dovuta all’azione congiunta di un’Atmosfera poco densa ed una – ribadiamo – bassa gravità.
In sostanza, su Marte non esiste un Ciclo dell’Acqua così come lo conosciamo sulla Terra.
5) L’Atmosfera Marziana contiene pochissimo Ossigeno e poco vapore acqueo; è poco densa, e questo fatto è causa di un’esposizione continua al rischio di impatti meteorici
6) Le Famiglie Litologiche Marziane sono piuttosto scarse.

Fissati questi Principi possiamo, in prima approssimazione, considerare la Geomorfologia Marziana principalmente di “Tipo Desertico”; ne consegue che gli Agenti Degradativi principali da considerare sono:

a) le forti escursioni termiche (termoclastismo; crioclastismo);
b) il vento che, trascinando polveri e detriti, attua un’azione abrasiva ai danni di rocce e rilievi (corrosione);
c) i movimenti gravitativi (Gravity Wasting Phoenomena), quali la caduta di massi dalle pareti rocciose (rock falls), frane, slumpings e falde detritiche su rilievi in cui, come già ricordato, agisce molto saltuariamente l’acqua, sia come veicolo di trasporto, sia come lubrificante;
d) l’azione meccanica e corrosiva ad opera di sali generati e accresciuti dall’evaporazione dell’acqua, nelle porosità delle roccie (aloclastismo).

Un ruolo cospicuo nell’opera di degradazione e di trasporto detritico è dunque rivestito dai venti marziani.
La costanza nel regime eolico, l’età prolungata di esposizione e la persistenza del fenomeno nelle ere hanno creato delle morfologie molto regolari, simili – talvolta – a piramidi o a tetraedri.
Ed è anche per questa ragione che svariate formazioni superficiali sono state erroneamente – e forse troppo spesso… – scambiate per strutture artificiali.

Sulla Terra, il cui regime ventoso è molto più vario e complesso, le predette morfologie – note come “Ventifacts” – si incontrano soltanto a minor scala, ad esempio in detriti e massi situati in aree montuose e/o desertiche.

EccoVi un esempio davvero “Famoso” di Ventifact: la pseudo-piramide a cinque lati di Cydonia Mensae!

Sulla superficie di Marte sono inoltre riscontrabili, quasi ovunque,  chiare tracce di un “wet past”, come dice la NASA (ossìa un “umido passato”: un passato in cui Marte ancora possedeva un’Idrosfera attiva con oceani, fiumi e laghi).

Quale esempio di evidenza di Wet Past, eccoVi una probabile “Shore-Line” (come la definisce la NASA ed anche se, più correttamente, si dovrebbe parlare di “Coast-Line”, ossìa di Linea Costiera – la “Shore-Line” è la “Linea di Bagnasciuga”, ed è riferita ad una semplice spiaggia), situata, a mò di divisorio, fra le Regioni di Lycus Sulci e l’Amazonis Planitia.

Su Marte si riscontrano anche delle Linee Costiere posizionate su quote differenti (vedi le Regioni di Arabia Terra, o la stessa Cydonia), le quali sono testimoni d’oscillazioni cospicue del livello medio mare; sono visibili, attraverso delle tanto spettacolari, quanto preziose fotografie orbitali, alvei di fiumi e torrenti ormai prosciugati; solchi ed accumuli detritici provocati da colamenti e Movimenti Gravitativi di pendio caratterizzati da evidenze di emulsioni acquose (i.e.: debris flow, mud flows e mud/landslides); depositi e morfologie glaciali.
Molte di queste manifestazioni sono tutt’ora attive, come i Movimenti Gravitativi e la Geomorfologia Glaciale.

Esempi: un fan-delta (deposito alluvionale di foce) fossile, relativo ad un antico corso d’acqua marziano…

…un possibile deposito morenico situato nella Regione nota come Promethei Terra…

…ed una frana di detriti in atto lungo una scarpata nella Regione Nord-Polare di Marte (nota: trattasi di un’immagine catturata con tecnologia HiRISE).

I processi geomorfologici che hanno operato nel passato del Pianeta Rosso implicavano una forte attività geologica ed idrogeologica.
Le forme dei rilievi deducibili dall’esame delle immagini orbitali documentano l’Abbassamento del Livello di Base (A.L.B), e cioè la quota più bassa in cui è ancora attiva l’erosione.
A livello locale, il ringiovanimento del rilievo può anche risultare accentuato dai processi di inarcamento crostale dovuti a spinte magmatiche provenienti dal sottosuolo oppure da assestamento isostatico (e cioè da movimenti della cosiddetta “Quota di Giacenza”, che si trova in equilibrio tra le masse solide crostali ed il sottostante Mantello Astenosferico – ancora – Plastico).
L’abbassamento della quota d’erosione provoca lo smantellamento del substrato roccioso e genera, nelle ere (milioni e milioni di anni), dei rilievi definiti “Testimoni di Erosione”.

Si tratta di masse rocciose più o meno estese e le cui morfologie sono strettamente dipendenti non solo dai Processi Degradativi, ma anche dalle particolari litologie che li contraddistinguono.

A questo genere di morfologie appartengono le “Mesas”, ossìa dei rilievi caratterizzati da litologie a stratificazioni parallele o quasi rispetto alla Superficie, svettanti su pianure sconfinate e la cui sommità è sotanzialmente un “tavolato” (si veda, ad esempio, la celeberrima “faccia” di Cydonia , alcuni rilievi di Arabia Terra e/o le stupende superfici strutturali di Nilosyrtis Mensae).

Questa Fase Geomorfologica, ad oggi, risulta sostanzialmente esaurita e sostituita dalla lenta ed inesorabile degradazione dei rilievi.

Ecco degli esempi…

Questa è una Mesa simil-circolare, impostata su una struttura da impatto in Arabia Terra. Il cratere originario, che probabilmente era rimasto sommerso dall’antico Mare Boreale, venne ricoperto, nei milioni di anni, da sedimenti. In seguito al prosciugamento del bacino idrografico, l’Erosione Selettiva e l’abbassamento del Livello di Base hanno agito lasciando in rilievo questa splendida struttura geologica.

Ma c’è dell’altro: ad esempio queste Mese Rocciose situate nella Regione di Nilosyrtis Mensae (Image HD-HiRISE).

Un importante e diffuso Agente Geomorfologico è altresì il Vulcanismo.

I processi magmatici che generarono le strutture di superficie nel passato, in quest’era risulterebbero quasi totalmente esauriti.
Si riscontrano così delle regioni geologiche caratterizzate più che altro da rilievi vulcanici “A Scudo” (Shield Volcanoes), i quali vennero generati da eruzioni di tipo “Hawaiiano”.

Questo genere di deiezione è caratterizzato dall’emmissione di materiale lavico basico ed ultrabasico, molto fluido e la bassa densità di questa lava provoca la “costruzione” di edifici poco elevati in proporzione alle dimensioni dell’area effettivamente invasa dalle colate.
La manifestazione più eclatante di questo processo geologico è il Monte Olimpo, situato nel Distretto Vulcanico di Tharsis. Un mega-vulcano alto circa 24 Km e esteso, alla sua base, per un diametro di oltre 500.
Le dimensioni eccezionali, per lo meno in rapporto alla Scala Terrestre, sono probabilmente dovute alle caratterisitiche chimico-fisiche dei magmi espulsi ed all’assenza di “Tettonica a Zolle” la quale, su Marte, si interruppe in un’epoca remota.

In queste condizioni, l’”Hot Spot” (e cioè il “punto di risalita in superficie” del materiale mantellico fuso) agì sempre sullo stesso punto della litosfera, permettendo al Monte Olimpo di accrescere smisuratamente le proprie dimensioni.

Sulla Terra gli Hot Spots generano, sempre in ere ed ere, degli edifici vulcanici in continua migrazione lungo un assetto lineare; la direzione di allineamento di queste strutture dipende direttamente dal moto della crosta terrestre ed essa è una diretta conseguenza della persistenza dell’azione di Meccaniche di Tettonica a Zolle.

EccoVi una rappresentazione semplificata del meccanismo di migrazione dell’arco vulcanico generato da un Hot Spot in seguito alla deriva continentale.

La crosta fluisce sul sottostante mantello dal quale il Pennacchio Magmatico continua ad emettere materiale fuso attraversando i livelli superiori che, essendo in movimento, provocano in superficie lo spostamento del punto di fuoriuscita del magma.

Altre strutture a Matrice Magmatica riscontrabili su Marte (ed anche sulla Luna!) sono, infine, i cosiddetti “Domi”: e cioè dei rilievi superficiali a convessità più o meno marcata, dall’aspetto simile ad un rigonfiamento “a bolla” della crosta e generalmente dovuti alla spinta dal basso verso l’alto di magmi in movimento i quali, tuttavia, non hanno sufficiente forza per giungere in superficie.

La pressione da essi esercitata sui livelli litologici incontrati è tale, tuttavia, da piegare e sollevare (“curvare”, “inarcare” verso l’alto) la massa rocciosa inglobante.

Ecco un esempio di Domo associato a cratere d’impatto quasi circolare (Immagine HiRISE NASA/JPL/University of Arizona)…

Un’altra fondamentale morfologia di superficie caratterizzante (in vasta misura) il Pianeta Rosso è rappresentata dalla presenza di innumerevoli Crateri da Impatto.
I Crateri da Impatto hanno forma e dimensione variabili, ovviamente, in base alla concorrenza/non concorrenza di svariati fattori: citiamo, ad esempio, la litologia della crosta planetaria impattata; la presenza o meno di atmosfera e/o di idrosfera; la composizione, la velocità e l’angolo di incidenza al momento dell’impatto del bolide o della cometa, etc.

Non è poi inopportuno rammentare l’importantissima distinzione esistente tra i crateri generati direttamente dal Corpo Celeste collidente (“Impactor”) sulla Superficie – i quali sono detti “Crateri Primari” e che sono, di regola, rotondeggianti o, al limite, vagamente ovali –  e quegli altri Crateri, più piccoli –  detti “Secondari”  e solitamente di forma irregolare – i quali sono invece il prodotto dell’impatto tra i frammenti litici generati dalla prima collisione (ossìa quella che diede origine al Cratere Primario), ed i dintorni della zona di verificazione dell’Impatto Primario stesso.

Ecco un esempio illuminante di Campo di Crateri Secondari (Secondary Crater Field), su immagine HiRISE(credits: NASA/JPL/University of Arizona).

La Superficie di Marte, tuttavia ed a ben osservare, non risulta omogeneamente interessata dalla presenza di Crateri da Impatto.

L’Emisfero Boreale (Nord),  in effetti, risulta molto meno segnato dagli effetti di collisioni rispetto a quello Australe (Sud). Ebbene questa dicotomia potrebbe essere spiegata sia con l’antica presenza dell’Oceano Settentrionale – Oceanus Borealis – (l’acqua è uno straordinario “Eraser” delle tracce lasciate da traumi quali gli impatti!), sia con l’intensa attività vulcanica occorsa sul Pianeta Rosso.
Entrambi gli elementi, infatti, sarebbero stati perfettamente in grado di obliterare, in relativamente poco tempo, le tracce lasciate dagli impatti ricoprendo i crateri, rispettivamente, di sedimenti e di strati lavici.

Sostanzialmente la Superficie attuale di Marte è simile ad un disegno cominciato in un modo, parzialmente cancellato e quindi ricoperto da un nuovo bozzetto. Entrambe le fasi di “stesura” sono visibili e si interdigitano l’una nell’altra, generando una composizione certamente tanto unica, quanto disomogenea.

Su scale minori è altresì indubbio che agiscano dei processi locali di modellamento e degradazione i quali, tuttavia, andrebbero analizzati mediante l’esplorazione diretta (sebbene e per quanto rischiosa e costosa essa possa essere).

26 settembre 2009

Olympus – a cura del Dr Alessio Feltri, per Lunar Explorer Italia

Archiviato in: Articoli — info @ 13:02

PREMESSE

Se c’è una cosa che mi ha stupito negli ultimi anni, questa è l’enorme quantità di studi e ricerche effettuati da esperti in Scienze Planetarie, Professionisti e non, aventi come punto di partenza delle fotografie prive di qualsivoglia aggancio con la realtà. Abbiamo sentito parlare di “colate”, “ejecta” e quant’altro, sempre sulla base di un’accurata analisi di immagini che rappresentavano una realtà del tutto inesistente.

A prima vista potrebbe sembrare eccessivo, ma la realtà purtroppo è questa. Addirittura qualcuno ha contestato la verosimiglianza di alcune foto portando come prova altre immagini, a loro volta pure false! Eppure non è così difficile verificare quanto asserisco, basta saper leggere, cosa questa più rara di quanto non si pensi.
Tanto per fare un esempio recente, il Dr Ron Li, responsabile delle acquisizioni laser-scanner dei rovers marziani, aveva scritto sul suo sito che era stato in grado di progettare per la NASA un sistema che trasformava le immagini in modelli 3D con l’accuratezza di 1/3 di mm. in tempo reale, per cui quasi tutte le foto distribuite al pubblico erano riprocessate e ritexturizzate.

Questo non tocca le geometrie principali, ma invalida totalmente qualunque analisi sui dettagli (colori compresi), rendendo di fatto inservibili le foto a fini scientifici. Eppure molti studiosi, non potendo credere a tanta protervia, hanno continuato a sparare giudizi imperniati su Pancam, Navcam e compagnia senza mai metterne in discussione la credibilità.
Ora l’articolo è stato ritirato, ma per non perdere tempo bastava solo leggerlo…
Apparentemente non sembrano esserci scappatoie. Se le foto non sono foto non c’è modo per noi di scoprire alcunché. Ma non è sempre così. Per esempio negli anni ’70 la tecnologia non era così sviluppata e quindi le immagini, anche se censurate, erano comunque più reali e soprattutto la NASA non le ha ritenute così “popolari” da rappresentare un pericolo.
Molti si saranno già chiesti come si sia potuta realizzare una sorta di “entropia” fotografica, per cui ad immagini nell’infrarosso degli anni ’70, dettagliate ed esaustive, siano seguite immagini confuse e prive di significato pur disponendo di tecnologie decisamente superiori. Uno dei motivi principali è che noi tendiamo a dare maggiore credibilità ad immagini recenti in base ad una immeritata fiducia nel progresso tecnologico, non volendo credere ad interventi censori altrettanto sofisticati. Adesso ne vedremo alcuni esempi, tratti da immagini tuttora reperibili on line sui siti ufficiali (sempre se si ha voglia di leggere).

CYDONIA

Come forse saprete, il Lander Viking 2 nel 1976 doveva originariamente atterrare nella zona di Cydonia, ma dopo un’analisi del terreno si decise che lo stesso era accidentato e pericoloso e si decise per un altro sito. Evidentemente la zona fu fotografata in lungo e in largo dettagliatamente dal Viking Orbiter, eppure cosa troviamo oggi in rete?

Questa immagine di Cydonia (relativa al Cratere Arandas) è tratta da Google-Mars:

Arandas-Google_alt.jpg

Come vedete ci sono delle barre grigiastre che presuppongono mancanza di foto. Caso strano una di esse passa esattamente per il centro del cratere. Né ci aiutano le foto HiRise:

Arandas_Crater_alt.jpg La situazione, insomma, sarebbe quella di questa immagine 3D:

Aran_alt.jpg

Peccato però che la NASA abbia pubblicato sull’argomento svariate foto negli anni ’70, per esempio quella dell’area di presupposto landing (Arandas compare all’estrema destra dell’immagine):

p349xx_alt.jpgGià

ora si vede come il margine del cratere sia molto diverso dalle immagini HiRise, ma la malafede diventa ancora più evidente quando scopriamo che le immagini originali le bande grigiastre non le avevano proprio:p78xx_alt.jpgSe

confrontate l’ultima immagine con la precedente HiRise, vedrete che al centro del cratere c’è “qualcosa” di ben diverso. Non mi dilungherò in questa sede sul suo significato, vi basterà accertare che le immagini sono totalmente divergenti, come verificabile da questa ricostruzione 3D del cosiddetto “Central Peak”:3D_Arandas_alt.jpgPenso che non sfuggirà a nessuno come le miriadi di studi effettuati nell’area usando le foto HiRise e riguardanti fantomatici “lava flows” ed “ejecta” si possano considerare solo un mare di spazzatura, semplicemente perché condotti sulla base di dati inconsistenti. Per non parlare poi di tutti coloro che occupandosi della famosa faccia di Cydonia non si sono accorti che la NASA si occupava nella zona di ben altro, appunto alla “faccia” loro. ARSIACasomai qualcuno pensasse che Arandas rappresenti un caso isolato, ho preso in esame un altro esempio e cioè uno dei grandi “vulcani” di Tharsis, il celeberrimo Arsia Mons, di cui potete vedere una maestosa immagine, anch’essa “ufficiale” e risalente agli Anni ‘70: ArsiaMariner9_alt.jpg

Tanto per farvi un’idea di quella che ho definito “entropia” fotografica, ho messo a confonto questa immagine con una più recente ottenuta dal (ora dismesso) Mars Global Surveyor.

La didascalia è “SENZA PAROLE”.

Arsiacfr_alt.jpg

L’immagine MGS è ruotata in modo che possiate agevolmente verificare che tutti i dettagli sono scomparsi a favore di un aspetto “rassicurante” da vulcano estinto. Anche in questo caso non entrerò in dettagli, ma quello che è certo è che Arsia non è come lo si vorrebbe far passare.

Per i più curiosi presento un dettaglio della sua “caldera” (le virgolette sono tutt’altro che casuali):

ArsiaMariner9_det.jpg

A questo punto è lecito chiedersi se questa situazione sia riscontrabile negli altri immensi rilievi di Tharsis. Allo scopo vediamo come è stato trattato il più grande “vulcano” del Sistema Solare, Olympus.

LA MONTAGNA DEGLI DEI

Migliaia di studiosi di ogni ordine e grado hanno speso fiumi di parole e di dati su Olympus, ma, come vedremo, hanno solo ingrossato l’oceano di spazzatura di cui ho parlato prima. Qualcuno ha notato che la NASA aveva presentato alcune foto in modo da apparire incomprensibili al grande pubblico, ma non si è accorto che la vera struttura di Olympus era già in rete da anni. Bastava solo un po’ di pazienza in più.
Molti conosceranno la prima foto ufficiale di Olympus, consistente in un mosaico di frames Mariner 9:

m9_4g_alt.jpg

No, non è un quadro astratto di Kandinsky, è semplicemente il prodotto di un assemblaggio effettuato da qualche buontempone della NASA, che ha pensato bene di confondere le acque a modo suo, della serie “devo farti vedere qualcosa, ma col cavolo che te lo faccio capire”.
I quadranti sono accostati a casaccio, per cui ho provveduto a riassemblarli. Il risultato non è perfetto, ma ci aiuta a capire meglio ciò di cui stiamo parlando:

Olympus-true8_alt.jpg

Anche stavolta non mi perderò in congetture. Semplicemente notate come la “caldera” al centro dell’immagine sia totalmente differente da quella che abbiamo visto più volte nelle immagini NASA ed ESA distribuite al grande pubblico. Anzi quello che si vede è così “anomalo” da essere stato oggetto di cover-up già all’epoca del Mariner, come si può vedere in questa immagine ravvicinata.

mariner9b_alt.jpg 

Ma insomma, la “caldera” di Olympus è quella del mosaico o quella della foto ravvicinata? La struttura visibile nel mosaico è dovuta solo a qualche effetto ottico? 

La risposta si può trovare col solito metodo, cioè con la pazienza che ci è voluta per creare questa animazione che mette a confronto due immagini ufficiali Viking, le quali almeno in via teorica avrebbero dovuto essere perfettamente coincidenti o comunque congrue.

Olympusfugit_alt.gif

Lascio ai Lettori il compito di stabilire qual’è la foto vera: quella con le strutture complesse al centro o quella in cui delle strutture si vedono solo i contorni, come se fosse stata ricalcata da un bambino?
Certo che se basta l’infrarosso per mostrare tali differenze, proprio c’è qualcosa che non quadra…

CONCLUSIONI

Per parte mia ho deciso molto tempo fa di approfondire lo studio di queste “strutture”, raccogliendo migliaia di dati tecnici e cronache di fenomeni anomali, quale per esempio la presunta eruzione di Arsia recentemente segnalata dal team di Lunexit. Naturalmente noi “indipendenti” lavoreremmo tutti molto meglio se non fossimo costretti a passare il 90% del tempo a scartare foto e dati fasulli, ma tant’è anche la geopolitica ha le sue esigenze ed è un vero peccato che non coincidano quasi mai con l’Interesse Generale.
 

ALESSIO FELTRI

§§§

Postfazione, a cura del Dr Paolo C. Fienga

Cari Amici, dopo aver doverosamente e pubblicamente ringraziato il nostro Grande Amico e Partner, Dr Alessio Feltri, per aver speso tempo e sacrificio nella realizzazione di questo controverso – ma indubitabilmente affascinante – articolo, avverto il bisogno di aggiungere qualcosa, onde non confondere le idee agli Amici di Lunexit.

Solo poche parole, naturalmente, le quali sono però necessarie a stabilire un (anche solo minimo) “Continuum” fra lo splendido Lavoro del Dr Feltri ed il Lavoro che svolgiamo come “Gruppo di Ricerca Lunexit“.

La posizione del Dr Feltri è chiara ed è riassumibile, a mio parere, in una frase che dovrebbe suonare, pressappoco, così:

Se volete studiare Marte – ed il resto del Sistema Solare – usando le immagini NASA come riferimento, allora considerate quelle rilasciate dall’Ente Spaziale Americano negli Anni ‘70 e poco oltre. Se usate le immagini più recenti (da quelle ottenute dal Lander Soujourner-Pathfinder, ai frames che ci arrivano dai Rover Spirit ed Opportunity, passando dai frames orbitali ottenuti dalle Sonde Mars Global Surveyor – o MGS -, 2001 Mars Odyssey, Mars Reconnaissance - o MRO - e Mars Express) perdete il Vostro tempo, perchè trattasi di “tarocchi“.

Beh, questa posizione – che, va detto, è comunque ampiamente suffragata da innumerevoli dati di fatto (ed in effetti, anche come Gruppo di Ricerca Lunexit abbiamo, di quando in quando, sollevato delle questioni di autenticità su alcuni frames Spirit ed Opportunity) – NON E’ la posizione “ufficiale” del Gruppo di Ricerca Lunar Explorer Italia.

Diciamo questo perchè, come capite bene, non solo dobbiamo difendere il Lavoro da noi svolto nell’ultimo quinquennio (il quale poggia – per un buon 95% – sull’analisi di frames NASA “recenti”), ma anche perchè, a nostro modo di vedere, la NASA “tarocca” ed “occulta”, si, ma NON il 100% del suo “prodotto”.

A nostro parere, e tanto per mettere i puntini sulle “i”, la NASA “tarocca” in toto solo una minima percentuale dei suoi “prodotti”. Diciamo un 2%.

Un altro 8% è probabilmente “taroccato” in parte – abbiamo svariati casi di frames Opportunity e Spirit, ad esempio, che mostrano evidenti “sbiaditure”, “cancellazioni”, “offuscamenti” inspiegabili di profili e rilievi vicini e lontani, nonchè vizi di texture che possono essere solo spiegati facendo ricorso a quel concetto – che a noi non piace e che “puzza” di Complottismo, ma che indubitabilmente è “familiare” ai Ragazzi di Pasadena - che prende il nome di “Tampering” (manomissione).

Insomma: un buon 10% del materiale NASA è, effettivamente, “odiosa spazzatura”. Ma, secondo noi, non di più.

E tutti noi sappiamo bene quanto sia più “facile” (da realizzarsi) e, nel contempo, quanto sia più “insidioso” (per la corretta comprensione – parziale e/o globale – di luoghi, eventi e fenomenologie) il miscelare, con acutezza e sottile perfidia, un modesto quantitativo di “panzane” ad un abbondantissimo piatto di Verità.

Insomma, ed in altre parole: perchè taroccare tutto, quando un risultato ugualmente nefasto e coprente può essere conseguito “taroccando in parte”?

In fondo, e qui “difendo” me stesso – oltre agli innumerevoli Amici e Collaboratori che spendono migliaia di ore l’anno analizzando e “sbudellando” (come dice il Grande Marco Faccin) frames -, non credo proprio (rectius: mi rifiuto di credere che) siamo proprio tutti così inetti e sprovveduti al punto da risultare incapaci di distinguere una immagine “true” da una immagine “digitally recreated“.

Poi, si sa, potrei sbagliare…

Tutto questo per dire, alla fine, una cosa sola: la Realtà è complessa. Molto complessa. E ci sono “Forze” in gioco le quali, per motivi che non è mio/nostro compito indagare, vogliono mantenere questa Realtà “nascosta”. Se non in toto, quanto meno in larga misura.

Ok.

So che queste “Oscure Forze” sono dotate, inter alia, di strumenti tecnici fantastici: cose che noi neppure ci immaginiamo di avere, e so che noi possiamo solo – e con grande sforzo – arrivare ad intuire dei modesti frammenti della Realtà. Della “Globalità”.

Di quello che c’è “Out There”, come diceva Fox Mulder.

Credo altresì che il Lavoro svolto dal Dr Alessio Feltri (quest’ultimo e tanti altri prima di esso) possa essere di grande aiuto a TUTTI, Ricercatori e semplici Appassionati, per la e nella comprensione di alcune metodologie di cover-up le quali trovano nella Tecnologia la loro forza devastante.

Credo che il avoro del Dr Feltri sia stimabile, in forma e, soprattutto, in sostanza, poichè esso APRE, letteralmente, i nostri occhi su una Realtà che – effettivamente – è sconcertamente ed “Aliena”. Per definizione.

Ma credo altresì che il Lavoro svolto dall’Amico e Partner Alessio Feltri sia solo un tassello del mosaico: un tassello che, unito ad altri tasselli - tra i quali vorrei inserire il Lavoro svolto dal Gruppo di Ricerca Lunexit -, un giorno concorrerà nella “Scoperta” e nella “Divulgazione” della Verità.

Perchè il Lavoro del Ricercatore Borderline, a mio parere, non è solo e non è (mai) tanto “completo e significativo in sè”, quanto lo può invece essere/diventare allorchè ”concorre” (assieme ad altri) alla – maggiore e migliore – definizione di Tematiche Oscure, Controverse e, più in generale, Nascoste al Grande Pubblico.

Esistono poi Lavori “Borderline” che, sulla Tavola della Conoscenza, avranno la Sostanza ed il Sapore (oltre che il Valore) del Pane e del Vino, mentre altri saranno un pò “sciapi” e “banalotti”, come l’Acqua: nessuno dubita di questo.

Ma non credo di dire una sciocchezza allorchè asserisco che TUTTI questi summenzionati Lavori/Pietanze concorreranno INSIEME a saziare i Commensali che siederanno a quel tavolo.

Sacri sìano, dunque, il Pane ed il Vino.

Ma Sacra sia anche l’Acqua.

Amen.

Enjoy.jpg

Due importanti precisazioni:

1) il Dr Alessio Feltri – che conosco da anni - è un ATTENTO STUDIOSO e NON E’ un “Complottista” (e quindi queste mie righe non devono indurre il Lettore in errore a tal – importante e fonte di grossi malintesi - riguardo);

2) il concetto di “tarocco” che uso nella mia prolusione è iper-semplificativo. In realtà, la ricostruzione virtuale dell’immagine è, di fatto, totalmente indistinguibile (anche per un esperto) da un’immagine fotografica digitale; l’unica differenza operativa è che consente di intervenire selettivamente sui dettagli.

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